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Data di pubblicazione: 30/05/2024
Un dipendente dichiarato inidoneo in modo permanente alla propria mansione chiede di essere inviato nuovamente a visita collegiale...
Nel caso di specie si è trattato di un giudizio di inidoneità permanente ma relativa con possibilità di utilizzazione in altri compiti. Il decreto-legge 21 giugno 2022, n. 73, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2022, n. 122, ha soppresso, a decorrere dal 1° giugno 2023, le Commissioni mediche di verifica operanti nell'ambito del Ministero dell'Economia e delle Finanze. Dalla stessa data, le funzioni svolte dalle commissioni sono state trasferite all'INPS. Restano fermi, invece, i presupposti disciplinati dal DPR 171/2011 e quindi la visita collegiale può essere attivata sia d'ufficio che su istanza di parte. Dal 1° giugno 2023, quindi, le richieste di accertamento sanitario e medico-legale elencate nel messaggio 18 maggio 2023, n. 1834 dovranno essere presentate all’INPS esclusivamente in modalità telematica, accedendo al servizio online, come descritto nel messaggio 1 giugno 2023, n. 2064. La Circolare n. 966 del 19 novembre 2013 del MEF ha così precisato: "in virtù dell’applicabilità della disciplina procedurale dettata dal DPR n. 461 del 2001, avverso il giudizio in ordine all’idoneità o meno alle funzioni di docenza deve ritenersi operante la possibilità, per l’interessato, di presentare ricorso, nella via amministrativa, entro dieci giorni dalla notificazione del giudizio sull’idoneità effettuata a cura dell’Amministrazione procedente, alle Commissioni mediche di seconda istanza del Ministero della Difesa, secondo quanto previsto, attraverso il richiamo all’art. 5, commi primo e secondo comma, della legge n. 416 dell’11/3/1926, ora riassettato nell’art. 194 del Codice dell’ordinamento militare, operato dall’art. 19, comma 4, del DPR n. 461 del 2001". L’art. 19, comma 4 citato, prevede che: "L'articolo 5, commi primo e secondo, della legge 11 marzo 1926, n. 416, come modificato dal decreto del Presidente della Repubblica 18 novembre 1965, n. 1485, resta applicabile limitatamente alla procedura di accertamento di idoneità al servizio; il termine per la presentazione del ricorso è, in tal caso, fissato in dieci giorni dalla comunicazione del verbale della Commissione medica. Art. 194 D.Lgs.66/2010". L'art. 194 del D.Lgs. n. 66 del 2010 prevede che la commissione di seconda istanza esamina i ricorsi presentati nel termine di dieci giorni dalla comunicazione del verbale della commissione medica di prima istanza. Infine, il DM MEF del 12 febbraio 2004 all'art. 8 prevede che la Commissione medica di seconda istanza effettua gli accertamenti sanitari ed esprime i giudizi di competenza nei confronti dei dipendenti, con le stesse modalità previste dall’art. 6 del regolamento di cui al DPR 461 del 2001 e dagli articoli 6 e 7 del medesima decreto. Il reclamo in questione risulta ancora in vigore allo stato attuale. Conclusivamente avverso un giudizio della CMV: - il dipendente poteva effettuare ricorso alla commissione di seconda istanza ma si presume i tempi siano spirati; - può chiedere alla scuola di essere sottoposto nuovamente a visita collegiale presso l'INPS ai sensi del DPR 171/2011 rappresentando nell'istanza le motivazioni di detta nuova richiesta.
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Data di pubblicazione: 30/05/2024
Partecipazione di un docente ad un concorso pubblico per la stipula di un contratto a tempo indeterminato: alcuni chiarimenti in vista dell'assunzione...
L'art. 18, comma 3, del CCNL/2007 prevede che il dipendente è collocato in aspettativa, a domanda, per un anno scolastico senza assegni per realizzare l’esperienza di una diversa attività lavorativa o per superare un periodo di prova. In merito ai presupposti richiesti, ricordiamo che la concessione dell’aspettativa non è discrezionale, in quanto la norma prevede testualmente che il dipendente, a domanda, è collocato in aspettativa, non lasciando, pertanto, alla scuola alcun margine di discrezionalità legato a esigenze di servizio. Naturalmente nella domanda il dipendente dovrà precisare ed attestare l’esperienza lavorativa per la quale chiede di essere collocato in aspettativa. Pertanto, la suddetta norma offre al dipendente la possibilità di stipulare un altro contratto di lavoro anche per superare un periodo di prova. Il tenore letterale della norma, che fa riferimento esclusivo ad “un anno scolastico”, è da intendere ad un determinato anno scolastico e non ad un periodo massimo di durata comprensivo della sommatoria di più mesi fino alla concorrenza di un anno. Anche l’ARAN, nell’orientamento applicativo del 14 dicembre 2011, ha precisato che per l’art. 18, comma 3, il periodo è circoscritto ad un anno scolastico. L'ARAN, con l'Orientamento Applicativo SCU_100 del 1° agosto 2016, ha ribadito in merito all'aspettativa di cui all’art. 18, comma 3, del CCNL 2007 per svolgimento di altra attività lavorativa che: - è senza retribuzione; - l’anno scolastico risulta essere il periodo massimo di durata; - può essere richiesta anche per un più breve periodo ma comunque esaurirà i suoi effetti alla fine dell’anno scolastico; - una volta fruita, anche se per un periodo inferiore all’anno scolastico, la stessa non potrà essere prorogata. L'art. 23-bis del D.Lgs. n. 165 del 2001 prevede che "in deroga all'articolo 60 del testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato, di cui al d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3, i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, ivi compresi gli appartenenti alle carriere diplomatica e prefettizia e, limitatamente agli incarichi pubblici, i magistrati ordinari, amministrativi e contabili e gli avvocati e procuratori dello Stato sono collocati, salvo motivato diniego dell'amministrazione di appartenenza in ordine alle proprie preminenti esigenze organizzative, in aspettativa senza assegni per lo svolgimento di attività presso soggetti e organismi, pubblici o privati, anche operanti in sede internazionale, i quali provvedono al relativo trattamento previdenziale. Resta ferma la disciplina vigente in materia di collocamento fuori ruolo nei casi consentiti. Il periodo di aspettativa comporta il mantenimento della qualifica posseduta. È sempre ammessa la ricongiunzione dei periodi contributivi a domanda dell'interessato, ai sensi della legge 7 febbraio 1979, n. 29, presso una qualsiasi delle forme assicurative nelle quali abbia maturato gli anni di contribuzione. Quando l'incarico è espletato presso organismi operanti in sede internazionale, la ricongiunzione dei periodi contributivi è a carico dell'interessato, salvo che l'ordinamento dell'amministrazione di destinazione non disponga altrimenti". Il Dipartimento della Funzione Pubblica, con il Parere n. 7147 del 3 febbraio 2021, pubblicato in data 8 marzo 2021, ha fornito chiarimenti in merito al fatto se - alla luce delle previsioni dell’art. 23-bis del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 - sia possibile concedere al pubblico dipendente l’aspettativa per lo svolgimento di un contratto di lavoro subordinato a tempo determinato presso altra Pubblica Amministrazione o organizzazione privata. La Funzione Pubblica, dopo aver ricordato che è vigente nel nostro ordinamento il divieto di cumulo di impieghi pubblici posto dall’art. 65 del DPR n. 3 del 1957, ritiene che - in ragione della sua specialità - l’aspettativa di cui all’art. 23-bis del D.Lgs. n. 165 del 2001 possa trovare applicazione esclusivamente in termini di residualità rispetto ad altri istituti previsti da norme di rango legislativo che disciplinano con maggior dettaglio fattispecie in cui il dipendente pubblico può prestare servizio per un’amministrazione diversa da quella nei cui ruoli è inquadrato e, comunque, subordinatamente alla previa valutazione dell’esigenze organizzative e in funzione del perseguimento di obiettivi di crescita professionale del dipendente interessato. Più specificamente, ad avviso del Dipartimento, l’aspettativa di cui all’art. 23-bis del D.Lgs. n. 165 del 2001 per espressa previsione del legislatore costituisce una deroga del principio dell’esclusività del lavoro alle dipendenze dell’amministrazione. In assenza di previsioni espresse sul rapporto con il divieto generale di cumulo degli impieghi, la Funzione Pubblica è del parere che tale aspettativa non sia utilizzabile nell’ipotesi di instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato con altra amministrazione conseguente al positivo esperimento di procedure a carattere selettivo. È opportuno che le amministrazioni che si debbano esprimere sulla richiesta di aspettativa di cui all’art. 23-bis del D.Lgs. n. 165 adottino criteri generali per assicurare la regolare prosecuzione delle attività istituzionali e scongiurare la sussistenza di potenziali conflitti di interesse. La ratio sottesa alla norma, ossia quella di favorire lo sviluppo di esperienze lavorative più articolate da parte dei dipendenti pubblici, dovrebbe riferirsi a situazioni e contesti contigui ma non identici, in modo tale da generare esperienze professionali diverse non altrimenti conseguibili nell’organizzazione di provenienza. La previsione normativa, che pone a carico del soggetto presso cui è svolta la diversa esperienza lavorativa gli oneri relativi al trattamento previdenziale, è sintomatica dell’applicabilità dell’istituto in situazioni non coperte da discipline già tipizzate che consentono il lavoro presso altre amministrazioni. Per quanto concerne la durata il comma 4 dell'art. 23-bis si limita a prevedere che "nel caso di svolgimento di attività presso soggetti diversi dalle amministrazioni pubbliche, il periodo di collocamento in aspettativa di cui al comma 1 non può superare i cinque anni, è rinnovabile per una sola volta e non è computabile ai fini del trattamento di quiescenza e previdenza"; quindi la durata non deve coincidere con l'anno scolastico. Con il Parere del 1° giugno 2022, n. 45176 pubblicato il 23 dicembre 2022, ha fornito chiarimenti circa la durata dell’aspettativa di cui all’art. 23-bis il cui comma 4 prevede che il periodo di collocamento in aspettativa non può superare i cinque anni, è rinnovabile per una sola volta. Ad avviso della Funzione Pubblica il riferimento alla durata del periodo massimo di cinque anni induce a ritenere ammissibile l’ipotesi di aggiungere un ulteriore periodo di 5 anni di aspettativa, con la conseguenza che la durata massima di fruizione è quindi determinata in 10 anni. La Funzione Pubblica, con il Parere 1° luglio 2022, n. 52969 pubblicato in data 23 dicembre 2022, ha precisato che l’art. 23-bis citato contempla, quindi, in termini astratti e generali la possibilità di fruire di un periodo di aspettativa durante il quale svolgere attività in favore di soggetti pubblici senza specificare la natura del rapporto che si va ad instaurare, condizionandone tuttavia la fruizione ad una previa valutazione del datore di lavoro sulla compatibilità dell’assenza rispetto alle esigenze organizzative dell’ente. La previsione normativa non attribuisce, pertanto, in capo al dipendente un diritto potestativo al collocamento in aspettativa a fronte di un obbligo di disposizione in capo al datore di lavoro, ma configura un onere dell’amministrazione a valutare in concreto la sussistenza delle condizioni di sostenibilità organizzativa. Pertanto, alla luce dei recenti chiarimenti della Funzione Pubblica si evince che: - il possibile ricorso al regime di aspettativa previsto dall’art. 23-bis del D.Lgs. n. 165 del 2001 deve essere considerato sulla base delle esigenze organizzative dell’amministrazione che la dispone, tenendo altresì presente, nel caso di specie, le particolari circostanze che determinano l’instaurazione del rapporto di lavoro a tempo determinato, quali il positivo esperimento di procedure di carattere selettivo, l’orizzonte temporale del rapporto di lavoro a termine, gli obiettivi connessi alla procedura di reclutamento e la posizione di inquadramento riconosciuta dalla normativa; - in ordine alla possibilità di collocare in aspettativa un dipendente che, avendo partecipato alla selezione per unità di personale non dirigenziale, è stato convocato per la sottoscrizione del relativo contratto di assunzione a tempo determinato, l’Amministrazione dovrà valutare in concreto, sulla base del ponderato esercizio del proprio potere datoriale, l’opportunità della concessione dell’aspettativa di cui trattasi, avuto riguardo, in ogni caso, alle specifiche esigenze organizzative. - l'aspettativa è frazionabile (non vi è nessuna previsione che la fruizione debba essere necessariamente continuativa); - l'aspettativa non deve necessariamente coincidere con l'a.s.; - per le valutazioni dell'Amministrazione si rinvia ai pareri della Funzione Pubblica sopra riportati. Si rileva, inoltre, che l'art. 65 del DPR 3 del 1957 prevede che: "Gli impieghi pubblici non sono cumulabili, salvo le eccezioni stabilite da leggi speciali. ...... L'assunzione di altro impiego nei casi in cui la legge non consente il cumulo importa di diritto la cessazione dall'impiego precedente, salva la concessione del trattamento di quiescenza eventualmente spettante, ai sensi dell'art. 125, alla data di assunzione del nuovo impiego". L'art. 65 t.u. imp. civ. St. (DPR 10 gennaio 1957, n. 3), nel porre il divieto esplicito di cumulo di pubblici impieghi, predispone un meccanismo automatico che richiede solo un'attività ricognitiva da parte dell'amministrazione, in base al quale meccanismo l'assunzione di un nuovo impiego da parte dell'impiegato determina di diritto la cessazione di quello precedente, sul presupposto che il dipendente, accettando il secondo rapporto, abbia inteso dismettere il primo con la cessazione di diritto del precedente rapporto a seguito dell'assunzione del nuovo, il legislatore vuole garantire che il pubblico dipendente presti la propria attività a favore di un solo datore di lavoro pubblico (cfr Consiglio di Stato, sez. VI, 14/10/2004, n. 6667). In definitiva, l'art. 65, t.u. 10 gennaio 1957, n. 3, prevede la cessazione "ipso jure" dell'impiego precedente con l'assunzione di un nuovo impiego, solo nel caso in cui i due rapporti si equivalgano, sicché è legittimo ritenere che il dipendente preferisca conservare quello intervenuto successivamente, considerandosi in sostanza indifferenti per lo stesso; per cui, nel caso in cui manchi fra i due rapporti la necessaria equivalenza qualitativa e quantitativa, non ricorre la situazione descritta (T.A.R. Emilia-Romagna sez. II, 04/05/1995, n. 190). Ciò premesso, il docente può chiedere l'art. 18 CCNL 2007 per superare il periodo di prova nel nuovo profilo con la precisazione che, una volta superato il periodo di prova presso la nuova Amministrazione, non essendo possibili due contratti a t.i. con due Amministrazioni diverse, si applica il disposto dell'art. 65 TU 3/1957 sopra richiamato. Più specificamente, in riferimento alle domande poste: 1) mi pare di capire che il docente abbia la possibilità di usufruire di un periodo di aspettativa non retribuita per il periodo massimo di un anno scolastico per svolgere una diversa attività lavorativa a carattere occasionale/temporaneo o per superare un periodo di prova; tale possibilità non è concessa qualora la diversa attività lavorativa sia a tempo indeterminato. Detta interpretazione è corretta; 2) dal momento che la richiesta di aspettativa non può superare l'anno scolastico, qualora la proposta di stipula del contratto giunga nelle prossime settimane, quindi ad anno scolastico quasi concluso, quanto di fatto possa essere la durata dell'aspettativa richiesta (il periodo di prova potrebbe infatti protrarsi oltre il 31/08, ma pare di capire che una proroga non sia consentita); la proroga non è consentita. Fino al superamento del periodo di prova presso il nuovo datore di lavoro pubblico si potrà richiedere l'art. 23 bis citato; 3) se la richiesta di aspettativa possa essere interrotta prima della scadenza; si, come detto sopra al momento del superamento del periodo di prova; 4) quale sia l'eventuale periodo di preavviso per il licenziamento da parte del docente nel caso in cui l'assunzione per il nuovo incarico non preveda un periodo di prova. Secondo l'orientamento costante giurisprudenziale (cfr. da ultimo Corte di Cassazione - Lavoro - Sentenza 28/05/2021, n. 14993) è stato affermato che, a seguito dell'entrata in vigore del D.Lgs. n. 29 del 1993, essendo il cd. rapporto di pubblico impiego privatizzato regolato dalle norme del codice civile e dalle leggi civili sul lavoro, nonché dalle norme sul pubblico impiego, solo in quanto non espressamente abrogate e non incompatibili, le dimissioni del lavoratore costituiscono un negozio unilaterale recettizio, idoneo a determinare la risoluzione del rapporto di lavoro dal momento in cui vengano a conoscenza del datore di lavoro e indipendentemente dalla volontà di quest'ultimo di accettarle, sicché non necessitano più, per divenire efficaci, di un provvedimento di accettazione da parte della pubblica amministrazione. Per quanto concerne la questione del recupero dell'indennità di preavviso nei confronti del dipendente la redazione è consapevole dell’esistenza di pareri favorevoli espressi in materia da alcuni uffici scolastici. Al riguardo devono svolgersi le seguenti precisazioni. L’art. 2118 c.c. prevede, in termini generali, che ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato dando il preavviso nel termine e nei modi stabiliti dalle norme corporative, dagli usi o secondo equità. Sennonché, nel caso di specie la risoluzione del rapporto è avvenuta non in seguito a un atto di recesso di natura costitutiva, bensì in ragione di dimissioni per assumere servizio presso altra Amministrazione. Inoltre, l’art. 23 del CCNL del 2007 (ancora applicabile in parte qua), nel fissare i termini e gli importi del preavviso, circoscrive la sua portata applicativa ai casi previsti dal medesimo contratto collettivo mentre nel caso di specie vi sarebbe cessazione per assunzione in una diversa PA. Le considerazioni che precedono inducono la redazione a dubitare della legittimità di una richiesta del preavviso nei confronti del lavoratore, fatte salve diverse indicazioni da parte dell'USR/AT. Pertanto, la scuola dovrà disporre l’accettazione (meglio: la presa d'atto) delle dimissioni (per le motivazioni esposte dal dipendente) dandone comunicazione all’interessato e, contestualmente, all’ufficio Scolastico Territoriale per la liberazione del posto e alla RTS per la cessazione, a decorrere da detta data, della corresponsione degli emolumenti e per la chiusura della partita di spesa fissa.
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Data di pubblicazione: 30/05/2024
Chiarimenti sul calcolo delle ferie del personale ex art. 59...
Non si conosce l'ordinanza cautelare in questione (che comunque ha valore solo tra le parti in causa) e quindi procediamo a fornire l'interpretazione che abbiamo già espresso in altri precedenti quesiti. L'art. 70 del CCNL 2024 - che ha abrogato l'art. 59 del CCNL 2007 - prevede che il personale ATA in servizio con rapporto di lavoro a tempo indeterminato può accettare, nell’ambito del settore scuola, contratti a tempo determinato, su posto intero (ecco la principale novità rispetto al precedente CCNL) di Area superiore o – a parità di Area – di diverso profilo professionale o relativo alle categorie di cui all’art. 33, comma 2 (Categorie professionali), di durata non inferiore al 30 giugno o ad un anno scolastico (31 agosto), mantenendo senza assegni, complessivamente per tre anni scolastici, la titolarità della sede. L’accettazione dell’incarico comporta l’applicazione della relativa disciplina prevista dal CCNL per il personale assunto a tempo determinato, ivi inclusa quella relativa alle ferie. L’accettazione di un incarico comporta in ogni caso la richiesta di un periodo di aspettativa non retribuita non inferiore alla durata dell’incarico per come stabilita nell’atto di conferimento dello stesso. L'art. 35 del CCNL 2024 per quanto concerne le ferie del personale a t.d. prevede, al comma 2, che le ferie del personale assunto a tempo determinato sono proporzionali al servizio prestato. Qualora la durata del rapporto di lavoro a tempo determinato sia tale da non consentire la fruizione delle ferie maturate, le stesse saranno liquidate al termine dell'anno scolastico e comunque dell'ultimo contratto stipulato nel corso dell'anno scolastico. Riteniamo che questa previsione si riferisce essenzialmente al personale supplente breve visto il riferimento alla durata del rapporto di lavoro. Pertanto, in mancanza di indicazioni ufficiali, si ritengono ancora applicabili i chiarimenti forniti dall'ARAN sull'art. 59 del CCNL 2007 che già prevedeva che l’accettazione dell’incarico comportasse l’applicazione della relativa disciplina prevista dal CCNL per il personale assunto a tempo determinato, fatti salvi i diritti sindacali. Per quanto concerne le ferie del personale ex art. 59 ricordiamo che il MEF, con una mail del 21 luglio 2009 indirizzata all’USP di Torino, ha precisato che per il personale ATA con contratto a tempo indeterminato che accetta un incarico a tempo determinato ai sensi dell’art. 59 del CCNL 2006/2009, non è previsto da alcuna disposizione di legge o contrattuale il pagamento delle ferie non godute (pagamento comunque ora non più possibile alla luce della normativa sulla Spending Review), le quali devono essere concesse o disposte (se non fruite durante il corso dell’anno), al rientro nella sede di titolarità (cfr anche l’Orientamento applicativo SCU14 dell'ARAN per il Comparto Scuola). Il citato Orientamento applicativo (SCU14) ARAN per il Comparto Scuola ha precisato: “Al personale a tempo indeterminato che accetta un incarico a tempo determinato, ai sensi dell’art. 59 del CCNL 2006/2009, spetta il pagamento delle ferie non godute? Si precisa che il parere sulla legalità del decreto di liquidazione delle ferie maturate e non godute esula dai compiti di questa Agenzia che può, invece, formulare orientamenti riguardanti le clausole contrattuali. Nel caso specifico l’art. 59 del CCNL 2006/2009 consente al personale ATA di accettare contratti a tempo determinato, nell’ambito del comparto scuola e di durata non inferiore ad un anno, mantenendo senza assegni, complessivamente per tre anni, la titolarità della sede. L’accettazione dell’incarico prevede l’applicazione della disciplina prevista dallo stesso CCNL per il personale assunto a tempo determinato, fatti salvi i diritti sindacali. In materia di ferie l’art. 13, comma 8, (norma comune sia per il personale docente e ATA a tempo indeterminato sia per il personale docente e ATA a tempo determinato) esplicita perentoriamente che le ferie sono un diritto irrinunciabile e non sono monetizzabili tranne quanto previsto dal comma 15 (all’atto di cessazione dal rapporto di lavoro, qualora le ferie spettanti non siano state fruite). Il comma 10, del medesimo articolo, stabilisce che la fruizione della ferie non godute a causa di particolari esigenze di servizio o in caso di motivate esigenze di carattere personale e di malattia dal suddetto personale possa essere differita rispetto a quanto disciplinato dal precedente comma 9. Pertanto, a parere di questa Agenzia, per quanto espressamente previsto dal vigente CCNL e considerato che personale destinatario dell’art. 59 rientrando nella sede di titolarità al termine del contratto a tempo determinato non cessa il rapporto di lavoro, non si ravvisano le condizioni per attivare un provvedimento di liquidazione del compenso sostitutivo per le ferie maturate e non fruite. La fruizione delle ferie maturate e non godute dovrebbe essere favorita al rientro nella sede di titolarità”. Ricordiamo che l'articolo 1, comma 54, della Legge di Stabilità (legge n. 228/2012) ha previsto che il personale docente di tutti i gradi di istruzione fruisce delle ferie nei giorni di sospensione delle lezioni definiti dai calendari scolastici regionali, ad esclusione di quelli destinati agli scrutini, agli esami di Stato e alle attività valutative. Durante la rimanente parte dell'anno la fruizione delle ferie è consentita per un periodo non superiore a sei giornate lavorative subordinatamente alla possibilità di sostituire il personale che se ne avvale senza che vengano a determinarsi oneri aggiuntivi per la finanza pubblica. I successivi commi 55 e 56 prevedono quanto segue: "55. All'articolo 5, comma 8, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Il presente comma non si applica al personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario supplente breve e saltuario o docente con contratto fino al termine delle lezioni o delle attività didattiche, limitatamente alla differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui è consentito al personale in questione di fruire delle ferie». 56. Le disposizioni di cui ai commi 54 e 55 non possono essere derogate dai contratti collettivi nazionali di lavoro. Le clausole contrattuali contrastanti sono disapplicate dal 1° settembre 2013". La RGS con la Nota 4 settembre 2013 prot. n. 72696, in merito alla monetizzazione delle ferie del personale a t.d., ha ricordato che i giorni di sospensione delle lezioni comprendono, oltre a luglio ed agosto, anche i primi giorni di settembre e gli ultimi di giugno secondo il calendario scolastico, le vacanze natalizia e pasquale, l'eventuale sospensione per l'organizzazione dei seggi elettorali e per i concorsi, ecc. La dichiarazione congiunta n. 2 al CCNL 2024 prevede che "Resta fermo, inoltre, anche quanto previsto dall’art. 1, commi 54, 55 e 56 della legge n. 228 del 2012". La Corte di Appello Milano del 13/09/2022, n. 688 (pubblicata anche nella banca dati Lex For School) ha affermato che è da escludere che, nell’attuale quadro legislativo, il datore di lavoro, in presenza di un calendario scolastico prestabilito, debba comunicare preventivamente i giorni di ferie residui, poiché in base all’interpretazione corretta della normativa vigente, il docente, dopo la fine delle lezioni, è da considerarsi in ferie, salvo che non gli sia stato previamente comunicato l’impegno in attività di scrutini, esami e valutazioni. Si riportano in integrale parte della motivazione. "Il Collegio ritiene fondato l’appello, condividendo l’orientamento assunto da questa Corte con i precedenti sullo specifico tema, ovvero la sentenza n. 57/2018 (Pres. Trogni Est Cuomo) e la sentenza n. 672/2018 (Pres. Trogni, Est. Trentin). Si richiama in particolare anche ex art. 118 Disp. Att. cpc, la sentenza n. 57/2018: «Gli artt. 13 e 19 del CCNL Comparto Scuola prevedevano per il personale a tempo sia indeterminato che determinato la monetizzazione delle ferie spettanti e non godute all’atto della cessazione del rapporto. In particolare per il personale a tempo determinato l’art. 19 prevedeva la non obbligatorietà della fruizione delle ferie durante i periodi di sospensione delle lezioni nel corso dell’anno scolastico. L’art. 5, comma 8, D.L. n. 95/2012, convertito nella legge n. 135/2012 del 7.7.2012, ha vietato la monetizzazione delle ferie dalla entrata in vigore del decreto (7.7.2012) -“le ferie, i riposi ed i permessi spettanti al personale …delle pubbliche amministrazioni …sono obbligatoriamente fruite secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti e non danno luogo in nessun caso alla corresponsione di trattamenti economici sostitutivi. La presente disposizione si applica anche in caso di cessazione del rapporto di lavoro…Eventuali disposizioni normative e contrattuali più favorevoli cessano di avere applicazione a decorrere dall’entrata in vigore del presente decreto…”. L’art. 1, commi 54, 55, 56, Legge n. 228/12 (legge di stabilità 2013 entrata in vigore l’1.1.2013) ha stabilito: “54. Il personale docente di tutti i gradi di istruzione fruisce delle ferie nei giorni di sospensione delle lezioni definiti dai calendari scolastici regionali, ad esclusione di quelli destinati agli scrutini, agli esami di stato ed alle attività valutative. Durante la rimanente parte dell’anno la fruizione delle ferie è consentita per un periodo non superiore a sei giornate lavorative subordinatamente alla possibilità di sostituire il personale che se ne avvale senza che vengano a determinarsi oneri aggiuntivi per la finanza pubblica. All’art. 5, comma 8, del decreto legge 6 luglio 2012 n. 95 convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012 n.135, è aggiunto, infine, il seguente periodo: “Il presente comma non si applica al personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario supplente breve e saltuario o docente con contratto fino al termine delle lezioni o delle attività didattiche, limitatamente alla differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui è consentito al personale in questione di fruire delle ferie. Le disposizioni di cui ai commi 54 e 55 non possono essere derogate dai contratti collettivi nazionali di lavoro. Le clausole contrattuali contrastanti sono disapplicate dal 1° settembre 2013”. Dalla lettura congiunta dell’art. 5, comma 8, dl 5/2012 e dei commi 54, 55, 56 dell’art. 1 della Legge n. 228/2012 emerge che dal 7.7.2012 al 31.12.2012 per il personale docente ed ATA a tempo determinato vigeva il divieto di monetizzazione delle ferie; che il legislatore, proprio in ragione della particolare condizione del personale a tempo determinato che non necessariamente ha un contratto che copre l’intero anno scolastico, ha introdotto una norma di favore (comma 55, Legge n. 228/12) che prevede la monetizzazione delle ferie nei limiti però della differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui è consentito al personale in questione di fruire delle ferie. E’ evidente che i commi 54 e 55 debbano essere letti un maniera unitaria per cui i giorni “in cui è consentito al personale in questione di fruire delle ferie” non possono che essere quelli coincidenti con “i giorni di sospensione delle lezioni definiti dai calendari scolastici regionali” e con gli eventuali altri sei giorni chiesti per la rimanente parte dell’anno, di cui al citato comma 54. Come evidenziato, con i commi in esame è stata introdotta una disciplina complessivamente di favore per i docenti a tempo determinato, in mancanza della quale sarebbe rimasto vigente il divieto assoluto di monetizzazione delle ferie. Ciò consente da una parte di escludere la sussistenza di un contrasto dei predetti commi con le clausole contrattuali, in particolare con l’art. 19 del CCNL che prevedeva la libertà di fruizione delle ferie, e dall’altra di affermare l’operatività dei commi 54 e 55 citati a decorrere dall' 1.1.2013. […] Nessun profilo di contrasto si ravvisa tra le norme in esame né con l’art. 36, comma 3, Cost. (“Il lavoratore ha diritto al riposo settimanile e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”) né con l’art. 7 della Direttiva 03/88/CE (che prevede il diritto del lavoratore ad un periodo di almeno 4 settimane di ferie annuali retribuite “secondo le condizioni di ottenimento e di concessione previste dalle legislazioni e/o prassi nazionali”) in quanto i commi 54 e 55 L 228/12 non escludono il diritto alle ferie dei docenti con contratto a termine.» Alla condivisibile motivazione sopra riportata si aggiunge che il termine sospensione, contenuto nel comma 54, non può che riferirsi anche al periodo successivo al termine delle lezioni (in questo caso dal 9 al 30 giugno) e non solo alle sospensioni che intervengono durante l’anno scolastico, posto che altrimenti il legislatore non avrebbe avuto necessità di escludere gli esami, gli scrutini e le valutazioni, che necessariamente avvengono in concomitanza con la fine delle lezioni. La pronuncia della Corte di Cassazione n. 14268/2022 citata dall’appellata è relativa a una fattispecie particolare relativa all’anno scolastico 2012-2013, e quindi nella vigenza del decreto “spending review”, D.L. n. 95/2012, ma anteriormente all’entrata in vigore della Legge n. 228/2012; la pronuncia riguarda il tema della “monetizzazione” delle ferie nel caso di cessazione del rapporto di lavoro del docente, per cui non sia materialmente possibile il recupero delle ferie non godute, mentre la presente controversia ha per oggetto un problema diverso e logicamente anteriore, ovvero la sussistenza o meno di ferie non godute in base alla nuova disciplina introdotta nel dicembre 2012. E’ comunque da escludere che, nell’attuale quadro legislativo, il datore di lavoro, in presenza di un calendario scolastico prestabilito, debba comunicare preventivamente i giorni di ferie residui, poiché in base all’interpretazione corretta della norma, il docente, dopo la fine delle lezioni, è da considerarsi in ferie, salvo che non gli sia stato previamente comunicato l’impegno in attività di scrutini, esami e valutazioni. Il conteggio contenuto nella memoria difensiva di primo grado del Ministero, non contestato dall’appellata -al di là della qualificazione del periodo-, tiene conto dei giorni successivi alla fine delle lezioni in cui la docente è stata impegnata in attività lavorativa". Pertanto, in riferimento, per verificare se vi sono dei giorni di ferie residui da fruire al rientro nella scuola ove presta servizio come ATA (ove fruirà poi anche delle ferie maturate nei mesi di luglio ed agosto), dalle ferie maturate durante il contratto a t.d. come docente andranno detratti i giorni di sospensione delle lezioni a meno che il docente non era stato impegnato in scrutini, esami e valutazioni.
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Data di pubblicazione: 30/05/2024
Chiarimenti sulla fruizione dei permessi retribuiti per motivi personali in caso di dipendente che presta servizio su due scuole...
L’art. 35, comma 12 del CCNL 2024 prevede che: “Il personale docente, educativo ed ATA assunto con contratto a tempo determinato per l'intero anno scolastico (31 agosto) o fino al termine delle attività didattiche (30 giugno), ivi compreso quello di cui al comma 5, ha diritto, a domanda, a tre giorni di permesso retribuito nell’anno scolastico, per motivi personali o familiari, documentati anche mediante autocertificazione. Per il personale ATA tali permessi possono anche essere fruiti ad ore, con le modalità di cui all’art. 67 (permessi orari retribuiti per motivi personali o familiari) e quindi 18 ore ad A.S. L'art. 67 citato al comma 4 prevede che in caso di rapporto di lavoro a tempo parziale, si procede al riproporzionamento delle ore di permesso. Ciò premesso, in riferimento al quesito posto, in via analogica si possono applicare i chiarimenti ARAN forniti per quanto concerne l'ipotesi in cui un dipendente assente per malattia ha due contratti (supplenza sino al 30 giugno e supplenza breve) e quindi ogni contratto va trattato in modo autonomo. L'Orientamento Applicativo ARAN SCU_118 del 22 giugno 2020 ha fornito indicazioni su come debba essere calcolata l’assenza per malattia di un docente che ha stipulato un contratto fino al 30 giugno con una scuola e una supplenza breve, per completamento orario, con un’altra scuola. L’ARAN ha chiarito che, nel caso specifico, ogni contratto di supplenza andrà gestito con la disciplina prevista per lo stesso; quindi facendo applicazione di quanto previsto dall’art. 19 del CCNL 2007 al comma 4 per il personale a t.d. sino al 30 giugno e al comma 10 per il personale docente supplente breve (cfr da ultimo O.A. ARAN CIRS30 del 24 febbraio 2021). In tal senso anche la FAQ n. 47 dei chiarimenti sulle VSG aggiornata al 2017 "47. Ho un docente con più contratti attivi contemporaneamente su diverse scuole. Nel caso di assenza, questa deve essere inserita in SIDI da una sola scuola oppure da tutte? Ogni scuola dovrà inserire l’assenza sul singolo contratto in modo da avere un fascicolo personale aggiornato e consentire, se necessario, l’inserimento dell’eventuale contratto di supplenza. Inoltre per i contratti gestiti in cooperazione applicativa, l’acquisizione dell’assenza sui singoli contratti è indispensabile perché venga applicata l’eventuale decurtazione economica per il contratto in essere". Pertanto, a nostro avviso, i permessi, in via generale, vanno fruiti (per il personale ATA a t.d. al 30 giugno anche in modalità oraria) proporzionalmente nelle due scuole ove il dipendente presta servizio.
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Data di pubblicazione: 23/05/2024
La garanzia definitiva va sempre richiesta indipendentemente dal valore dell'appalto?
La norma applicabile ai contratti sotto soglia è l’art. 53 D.Lgs. 36/2023 (l’art. 117 del Codice è invece applicabile oltre la soglia). Come specificato anche a pag. 59 dell’edizione 2024 del Quaderno n. 1, ai sensi di tale norma: - nelle procedure di affidamento diretto di cui all’articolo 50, comma 1, lett. a) e b), la stazione appaltante non richiede le garanzie provvisorie di cui all’articolo 106 del medesimo Codice; - in casi debitamente motivati è facoltà della stazione appaltante non richiedere la garanzia definitiva per l’esecuzione dei contratti sotto-soglia oppure per i contratti di pari importo a valere su un accordo quadro. Quando richiesta, la garanzia definitiva è pari al 5 % dell’importo contrattuale. Le motivazioni a sostegno della scelta di non procedere a richiedere la garanzia possono essere in linea con quello che il codice indica per i contratti sopra soglia, ovvero la stabilità dell’operatore economico, oppure la soddisfazione maturata in precedenti esperienze, ecc. Vale tuttavia la pena sottolineare come in sede di rendicontazione di attività negoziale finanziata, controlli delle varie autorità di gestione e task force ed altre occasioni, alle Istituzioni Scolastiche sia stato spesso rimproverato di non avere acquisito la garanzia definitiva in difetto dei presupposti di legge: considerando che gli operatori economici sono abituati a prestare garanzie per tutti gli appalti pubblici, non è il caso di cedere a proteste degli operatori in ordine alle garanzie, purché ovviamente gli atti di affidamento siano chiari.
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Data di pubblicazione: 24/05/2024
Elezioni del CSPI: alcune questioni relative al diritto al riposto compensativo...
L’Ordinanza in questione stabilisce che, a livello di singola istituzione scolastica, abbiano diritto al “riposo compensativo” i componenti della commissione elettorale di istituto (art. 17, c. 5) e i rappresentanti di lista (art. 29, c. 4). Tuttavia, poiché le elezioni del CSPI non si svolgono di domenica, detta espressione non può riferirsi al recupero del lavoro effettuato in giorno festivo, secondo il meccanismo del “riposo settimanale”, ma ad essa deve attribuirsi altro significato. In questa ottica, è sicuramente applicabile al personale ATA quanto statuito dall’art. 54, cc. 4 e 5, CCNL comparto scuola 2007 che si riferisce espressamente al “riposo compensativo” delle ore eccedenti prestate. Si ritiene tuttavia che detta disposizione sia applicabile nella parte in cui regolamenta le modalità di fruizione del riposo (“compatibilmente con le esigenze organizzative dell’istituzione scolastica o educativa. Le giornate di riposo a tale titolo maturate potranno essere cumulate e usufruite nei periodi estivi o di sospensione delle attività didattiche, sempre con prioritario riguardo alla funzionalità e alla operatività dell’istituzione scolastica”) ma non anche nella parte in cui ne prevede la retribuzione, se non nei limitati casi in cui il mancato recupero sia addebitabile a “motivate esigenze di servizio o comprovati impedimenti del dipendente” (cfr. in particolare il c. 5). Infatti, l’Ordinanza statuisce il diritto al “riposo” e non già alla retribuzione delle ore in eccedenza prestate. Questa potrà dunque essere disposta non già a semplice richiesta del lavoratore interessato, ma solo quale extrema ratio. All’applicabilità di queste stesse previsioni contrattuali al personale docente osterebbe, in principio, la costante affermazione giurisprudenziale circa la non operatività del canone ermeneutico dell’analogia con riferimento alla contrattazione collettiva. Tuttavia, un orientamento interpretativo ARAN, riferito ad altra contrattazione collettiva, proprio sul “riposo compensativo” elenca una serie di principi, da intendersi come generalmente validi i quali vanno nella stessa direzione tracciata dall’art. 54, cc. 4 e 5, CCNL comparto scuola del 2007. In esso, disponibile al link: https://www.aranagenzia.it/orientamenti-applicativi/comparti/regioni-ed-autonomie-locali/lavoro-straordinario/6956-indicazioni-generali/4728-ral1498orientamenti-applicativi.html, si legge infatti: ”Il dipendente può certamente richiedere la fruizione di riposi compensativi, quantitativamente equivalenti alla durata delle prestazioni straordinarie, […]. Le regole da seguire al riguardo vengono poi così declinate: “a) le prestazioni di cui si chiede il riposo compensativo devono essere state debitamente autorizzate dal dirigente responsabile, nei limiti quantitativi consentiti dalle risorse assegnate; il dipendente non può richiedere il recupero delle ore spontaneamente rese senza il preventivo consenso del dirigente; b) il periodo di recupero compensativo deve essere computato ad ore lavorative, corrispondenti alle ore di straordinario prestate; c) le ore cumulate possono dar luogo anche ad un riposo compensativo pari ad una o più intere giornate lavorative, purché sia rispettato il conteggio delle ore; d) la fruizione del riposo compensativo deve essere compatibile con le esigenze organizzative e di servizio; a tal fine sono necessarie una tempestiva richiesta al competente dirigente (o al responsabile del servizio) e il consenso preventivo di quest'ultimo sul periodo prescelto dal lavoratore o su altro eventualmente indicato, in via alternativa, dal dirigente; e) mancando un limite temporale predefinito, entro il quale è consentito la fruizione del riposo compensativo, per dare certezza ai comportamenti e per evitare conflitti interni, ogni ente potrebbe stabilire, attraverso un proprio regolamento aziendale, di stampo privatistico, un termine certo (ad esempio un mese dalla prestazione di lavoro straordinario) entro il quale deve essere comunque operato il recupero; f) il riposo compensativo non dà comunque titolo a percepire la maggiorazione percentuale del valore del lavoro ordinario; quindi, per ogni ora di straordinario diurno viene riconosciuto un corrispondente riposo compensativo di un'ora […]; g) […]; h) giova ribadire, per maggiore chiarezza, che il riposo compensativo non può essere imposto d’autorità dal dirigente, ma deve essere sempre richiesto espressamente dal dipendente che ha reso la prestazione di lavoro straordinario. […]” Le indicazioni che precedono risultano tutte applicabili al caso di specie e confermano che anche per i docenti non può non valere la regola della compatibilità della fruizione del riposo con le esigenze organizzative e di servizio dell’istituzione scolastica e il diritto alla retribuzione nella sola ipotesi di mancata fruizione dello stesso addebitabile a “motivate esigenze di servizio o comprovati impedimenti del dipendente”.
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Data di pubblicazione: 28/05/2024
Un genitore, a distanza di tempo, chiede di modificare il contenuto del verbale di un incontro avvenuto con il DS e i docenti della classe...
Il genitore di un'alunna che xxxxx chiede (a distanza di quasi xxx mesi) copia del verbale redatto lo scorso xxxx, relativo ad una riunione tra il genitore stesso...
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Data di pubblicazione: 24/05/2024
Esami di Stato del I ciclo: chiarimenti sulla dispensa dalla prova scritta sulle lingue straniere...
Circa la dispensa dalla prova scritta sulle lingue straniere, vengono in considerazione: - l’articolo 6, comma 5, D.M. n. 5669/2011, secondo cui “Fatto salvo quanto definito nel comma precedente, si possono dispensare alunni e studenti dalle prestazioni scritte in lingua straniera in corso d’anno scolastico e in sede di esami di Stato, nel caso in cui ricorrano tutte le condizioni di seguito elencate: - certificazione di DSA attestante la gravità del disturbo e recante esplicita richiesta di dispensa dalle prove scritte; - richiesta di dispensa dalle prove scritte di lingua straniera presentata dalla famiglia o dall’allievo se maggiorenne; - approvazione da parte del consiglio di classe che confermi la dispensa in forma temporanea o permanente, tenendo conto delle valutazioni diagnostiche e sulla base delle risultanze degli interventi di natura pedagogico-didattica, con particolare attenzione ai percorsi di studio in cui l’insegnamento della lingua straniera risulti caratterizzante (liceo linguistico, istituto tecnico per il turismo, ecc.). In sede di esami di Stato, conclusivi del primo e del secondo ciclo di istruzione, modalità e contenuti delle prove orali – sostitutive delle prove scritte – sono stabiliti dalle Commissioni, sulla base della documentazione fornita dai consigli di classe. I candidati con DSA che superano l’esame di Stato conseguono il titolo valido per l’iscrizione alla scuola secondaria di secondo grado ovvero all’università”; - l’articolo 5, comma 8, D.M. n. 741/2017 secondo cui “La commissione definisce le modalità organizzative per lo svolgimento delle prove d'esame per le alunne e gli alunni con disabilità certificata, ai sensi della legge 5 febbraio 1992, n. 104, o con disturbo specifico di apprendimento certificato ai sensi della legge 8 ottobre 2010, n. 170, di cui al successivo articolo 14”; - l’articolo 11 del decreto legislativo n. 62/2017 che ai commi 12 e 13 afferma che: “12. Per l'alunna o l'alunno la cui certificazione di disturbo specifico di apprendimento prevede la dispensa dalla prova scritta di lingua straniera, in sede di esame di Stato, la sottocommissione stabilisce modalità e contenuti della prova orale sostitutiva della prova scritta di lingua straniera. 13. In casi di particolare gravità del disturbo di apprendimento, anche in comorbilità con altri disturbi o patologie, risultanti dal certificato diagnostico, l'alunna o l'alunno, su richiesta della famiglia e conseguente approvazione del consiglio di classe, è esonerato dall'insegnamento delle lingue straniere e segue un percorso didattico personalizzato. In sede di esame di Stato sostiene prove differenziate, coerenti con il percorso svolto, con valore equivalente ai fini del superamento dell'esame e del conseguimento del diploma.” Da quanto precede si evince che: - le modalità organizzative per lo svolgimento delle prove d’esame da parte dei candidati con DSA sono individuate dalla Commissione in riunione preliminare, con ciò intendendo riferirsi all’eventuale utilizzo degli strumenti compensativi e delle misure dispensative e, nel caso di dispensa dalla prova scritta sulle lingue straniere, alla calendarizzazione della prova orale sostitutiva; - le modalità concrete di svolgimento di detta prova e il suo contenuto sono invece demandate all’apprezzamento della sottocommissione che, con tutta evidenza, conosce il PDP dell’alunno coinvolto e meglio può valutare la conformità dell’eventuale prova somministrata a detto piano; - la prova orale sostitutiva della prova scritta è una prova diversa e ulteriore rispetto al colloquio pluridisciplinare, che trova la propria regolamentazione nell’art. 10 D.M. n. 741/2017 e che risulta finalizzato a rilevare “capacità di argomentazione, di risoluzione di problemi, di pensiero critico e riflessivo, di collegamento organico e significativo tra le varie discipline di studio”. La prova orale sostitutiva di quella scritta sulle lingue straniere, invece, accerta – al pari di quest’ultima – “le competenze di comprensione e produzione scritta riconducibili ai livelli del Quadro Comune Europeo di riferimento per le lingue del Consiglio d'Europa, di cui alle Indicazioni nazionali per il curricolo e, in particolare, al Livello A2 per l'inglese e al Livello A1 per la seconda lingua comunitaria.” In altri termini, spetta alla Commissione stabilire data e orario della prova sostitutiva, nel quadro più generale del calendario delle operazioni d’esame. E se con tutta evidenza, nel fare ciò, la Commissione non può non tenere conto delle disponibilità dei docenti della sottocommissione che prestano servizio su più scuole, dall’altro – a parere del consulente – deve adoperarsi affinché la prova sostitutiva si svolga parallelamente a quella scritta al fine di minimizzare la sensazione di “diversità” da parte del candidato. Gioca in questa direzione, peraltro, anche una semplice considerazione: la prova scritta sulle lingue straniere è di solito l’ultima a svolgersi; ciò significa che, dopo di essa, le sottocommissioni si riuniscono per correggere le prove e, poi, per effettuare la cosiddetta “ratifica” delle valutazioni attribuite. In buona sostanza, potrebbe essere ancora più difficile individuare un intervallo temporale adeguato allo svolgimento della prova orale sostitutiva di quella scritta in un momento successivo.
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Data di pubblicazione: 27/05/2024
Dipendente a t.d. con rapporto di lavoro su 3 giorni settimanali: quanti giorni di permesso per motivi personali spettano?
Un assistente amministrativo a t.d. con contratto per 3 gg settimanali dall'assunzione di servizio, salvo la prima settimana, non è mai stato presente...
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Data di pubblicazione: 28/05/2024
Rinnovo della Convenzione di Cassa: è possibile procedere con l’affidamento diretto all’Istituto uscente?
A nostro avviso è possibile procedere con l’affidamento diretto, anche all’Istituto uscente. Sino al 30 giugno 2023, data di attivazione dell’efficacia delle disposizioni del D.Lgs. 36/2023, le Linee Guida ANAC n. 4 consentivano la legittima elusione della rotazione, purché motivata: “Negli affidamenti di importo inferiore a 1.000 euro, è consentito derogare all’applicazione del presente paragrafo, con scelta, sinteticamente motivata, contenuta nella determinazione a contrarre od in atto equivalente”. Quanto alla motivazione, si poteva fare riferimento al grado di soddisfazione maturato a conclusione del precedente rapporto contrattuale (esecuzione a regola d’arte e qualità della prestazione, nel rispetto dei tempi e dei costi pattuiti) ed alla competitività del prezzo offerto rispetto alla media dei prezzi praticati nel settore di mercato di riferimento. Dal 1° luglio 2023, il sesto comma dell’art. 49 D.Lgs. 36/2023 consente di derogare all’applicazione del principio di rotazione per gli affidamenti diretti di importo inferiore a 5.000 euro. Mettendo in ordine le disposizioni applicabili otteniamo quanto segue: - il canone annuale, moltiplicato per i tre o quattro anni di contratto (è applicabile il quarto comma dell’art. 14 D.Lgs. 36/2023: “Il calcolo dell’importo stimato di un appalto pubblico di lavori, servizi e forniture è basato sull'importo totale pagabile, al netto dell'imposta sul valore aggiunto (IVA), valutato dalla stazione appaltante. Il calcolo tiene conto dell'importo massimo stimato, ivi compresa qualsiasi forma di eventuali opzioni o rinnovi del contratto esplicitamente stabiliti nei documenti di gara”), resta al di sotto della soglia di 5.000 euro; - conseguentemente, è applicabile l’art. 49 sesto comma: “È comunque consentito derogare all’applicazione del principio di rotazione per gli affidamenti diretti di importo inferiore a 5.000 euro”; - quanto al metodo di aggiudicazione, trova applicazione l’art. 50 del Codice, che prevede (comma primo, lett. b) “affidamento diretto dei servizi e forniture, ivi compresi i servizi di ingegneria e architettura e l'attività di progettazione, di importo inferiore a 140.000 euro, anche senza consultazione di più operatori economici, assicurando che siano scelti soggetti in possesso di documentate esperienze pregresse idonee all’esecuzione delle prestazioni contrattuali, anche individuati tra gli iscritti in elenchi o albi istituiti dalla stazione appaltante”, dunque è possibile procedere senza la richiesta di preventivi; - in termini di competenza, la delibera del Consiglio d’Istituto è necessaria in ragione della natura pluriennale del contratto ai sensi dell’art. 45, comma primo, lett. d) D.I. 129/2018. Dovrà seguire l’ordinaria determina dirigenziale.
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Data di pubblicazione: 24/05/2024
Dubbi sulla distinzione tra "dispensa dal servizio" e "risoluzione del rapporto di lavoro"...
In merito al quesito posto si precisa che, a nostro avviso, non è più possibile il riferimento alla dispensa dal servizio ma la normativa di riferimento è rappresentata dal DPR 171/2011 ed alla ivi prevista risoluzione per inidoneità psico-fisica. Il dPR 7 luglio 2011, n. 171 detta le disposizioni in materia di risoluzione del rapporto di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche dello Stato e degli enti pubblici in caso di permanente inidoneità psicofisica, a norma dell'articolo 55-octies del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165. Dal quadro normativo di riferimento si rileva che la materia della dispensa dal servizio di cui all'art. 512, del d.lgs. n. 297, del 16 aprile 1994 è stata oggetto di interventi legislativi che hanno portato a ritenere superata l'esistenza di un diritto a poterne fruire nei modi vigenti prima del 2011 (in tal senso si è pronunciata recentemente la Corte dei Conti - Terza sezione centrale d’appello - Sentenza 08/03/2021, n. 75). L'art. 8 del DPR 171 del 2011 prevede che, nel caso di accertata permanente inidoneità, psicofisica assoluta al servizio del dipendente, l'amministrazione previa comunicazione all'interessato entro 30 giorni dal ricevimento del verbale di accertamento medico, risolve il rapporto di lavoro e corrisponde, se dovuta l'indennità sostitutiva del preavviso. Quindi, il dirigente, acquisito il verbale della C.M.V., qualora si attesti l’inidoneità fisica permanente e assoluta al servizio deve predisporre il provvedimento di risoluzione del rapporto di lavoro per inidoneità e il provvedimento di liquidazione dell’indennità di preavviso. Nel provvedimento di risoluzione dovrà essere indicato nelle premesse l'esatta dicitura contenuta nel verbale della commissione che, per l'appunto, costituisce la causa della risoluzione del rapporto di lavoro. Inoltre nel verbale andrà indicato il riferimento normativo di cui all’art. 8 del DPR 171 del 2011. La risoluzione del rapporto di lavoro decorre dalla data di emanazione del relativo provvedimento del dirigente scolastico in quanto trattasi di provvedimento con carattere costitutivo (cfr Consiglio di Stato 4 ottobre 2002 n. 5252). Tale nostro assunto si basa sulla applicazione analogica della pacifica giurisprudenza in tema di dispensa dal servizio. Pertanto, gli effetti del provvedimento di risoluzione decorrono dal momento in cui è emesso detto atto e non già dalla data in cui la CMV ha espresso il proprio parere.
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Data di pubblicazione: 27/05/2024
Un parere sulla possibilità di acquistare su Amazon prodotti molto settoriali di importo inferiore ai 5000 euro...
Rappresentiamo, in premessa, alcune perplessità circa la possibilità di acquistare su Amazon per importi che eccedano i limiti previsti dalla delibera del Consiglio di istituto per le spese di modesto di importo imputabili sul fondo economale. Infatti, come già detto in precedenti risposte, la nuova disciplina riguardante il sistema di digitalizzazione del ciclo di vita dei contratti pubblici si applica inderogabilmente a decorrere dal 1° gennaio 2024 a tutte le gare il cui avvio non si è perfezionato entro il 31 dicembre 2023. In particolare, per quanto concerne gli affidamenti di modesto importo, si rammenta che in data 10 gennaio 2024 l’ANAC ha approvato un Comunicato del Presidente in cui si legge che, fino al 30 settembre 2024, “L’Autorità al fine di favorire le Amministrazioni nell’adeguarsi ai nuovi sistemi che prevedono l’utilizzo delle piattaforme elettroniche e garantire così un migliore passaggio verso l’amministrazione digitale, sentito il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha ritenuto necessario adottare un interfaccia web per gli affidamenti diretti di importo inferiore ai 5000 euro, in supporto delle amministrazioni, al fine di consentire lo svolgimento delle ordinarie attività di approvvigionamento”. “Tale strumento rappresenta una modalità suppletiva che può essere utilizzata in caso di impossibilità o difficoltà di ricorso alle PAD, per il primo periodo di operatività della digitalizzazione”. Occorre evidenziare che, in tal caso, la stazione appaltante, pur individuando il fornitore fuori MEPA/PAD e svolgendo la relativa procedura di acquisto in maniera “tradizionale” (quindi, come detto, al di fuori del MEPA o altra Piattaforma certificata), deve comunque garantire la tempestiva trasmissione delle informazioni alla Banca Dati ANAC, attraverso la compilazione dell’apposita scheda (AD5) presente sulla Piattaforma Contratti Pubblici che consente l’acquisizione del CIG nonché l’assolvimento degli obblighi in materia di trasparenza. Per gli affidamenti di importo pari o superiore a 5.000 euro restano ferme le indicazioni già fornite in merito all’obbligo di svolgere le procedure di affidamento mediante Piattaforme Certificate. A decorrere dal 1° ottobre 2024 anche per gli affidamenti diretti di importo inferiore a 5.000 euro sarà obbligatorio il ricorso alle piattaforme certificate (vedi, ad esempio, Acquisti in Rete/MEPA). Il problema dell’acquisizione del CIG, a nostro avviso, si pone in relazione agli acquisti su Amazon, ancorché di valore inferiore ai 5000 euro. Infatti, Amazon , piattaforma e-commerce generalista più popolare del mondo, è un colosso commerciale piuttosto complesso e articolato: tutti conoscono Amazon, ma forse non tutti conoscono la differenza tra Amazon e Amazon Marketplace o, per meglio dire, tra Amazon Retail e Amazon Marketplace. Il colosso del commercio online prevede, infatti, due modalità di vendita distinte: - Amazon Retail: canale di vendita attraverso il quale la più grande Internet Company al mondo acquista i prodotti dai suoi fornitori e li rivende in prima “persona” sul suo sito. Il venditore che decide di vendere i suoi prodotti con questa modalità, quindi, ha come cliente finale Amazon stesso, cui spetta anche l’onere di provvedere agli eventuali resi. La piattaforma tramite la quale è possibile gestire l’inventario dei prodotti è, in questo caso, il Vendor Central. - Amazon Marketplace: canale di vendita che permette a chiunque lo desideri di vendere i suoi prodotti direttamente all’utente finale. Un marketplace è una piattaforma sul web all’interno della quale le aziende (oppure le aziende e i privati) possono disporre di uno spazio virtuale in cui vendere i loro prodotti. Nel caso di Amazon si tratta di un marketplace orizzontale, perché all’interno del sito è possibile trovare prodotti appartenenti a differenti categorie merceologiche. Purtroppo, sul sito Amazon l’acquirente finale (ad es. la Scuola) non sempre ha l’esatta cognizione della modalità di vendita a cui sta accedendo e ciò comporta, di conseguenza, l’impossibilità di individuare con esattezza i dati del fornitore presso cui si sta acquistando: dati necessari ai fini dell’ acquisizione del CIG e per l’effettuazione dei dovuti controlli. Ritornando quindi al fondo economale, ricordiamo che detto fondo per le minute spese trova puntuale disciplina nell’art. 21 del Decreto Interministeriale n. 129 del 2018 “Regolamento di contabilità delle istituzioni scolastiche”. L'art. 21, ai commi 2 e seguenti, prevede quanto segue: 2. La consistenza massima del fondo economale per le minute spese, nonché la fissazione dell'importo massimo di ogni spesa minuta, da contenere comunque entro il limite massimo previsto dalla vigente normativa in materia di antiriciclaggio e utilizzo del denaro contante, è stabilita dal Consiglio d'istituto in sede di approvazione del programma annuale, con apposita autonoma delibera. 3. È sempre vietato l'uso del fondo economale per le minute spese per acquisti per i quali l'istituzione scolastica ha un contratto d'appalto in corso. 4. La gestione del fondo economale per le minute spese spetta al DSGA che, a tal fine, contabilizza cronologicamente tutte le operazioni di cassa da lui eseguite nell'apposito registro informatizzato di cui all'articolo 40, comma 1, lettera e). Il DSGA può nominare uno o più soggetti incaricati di sostituirlo in caso di assenza o impedimento. 5. Il fondo economale per le minute spese è anticipato, in tutto o in parte, con apposito mandato in conto di partite di giro, dal dirigente scolastico al DSGA. Ogni volta che la somma anticipata è prossima ad esaurirsi, il DSGA presenta le note documentate delle spese sostenute, che sono a lui rimborsate con mandati emessi a suo favore, imputati al funzionamento amministrativo e didattico generale e ai singoli progetti. Il rimborso deve comunque essere chiesto e disposto prima della chiusura dell'esercizio finanziario. 6. I rimborsi previsti dal comma 5 avvengono, in ogni caso, entro il limite stabilito dal Consiglio d'istituto con la delibera di cui al comma 2. Detto limite può essere superato solo con apposita variazione al programma annuale, proposta dal dirigente scolastico ed approvata dal Consiglio d'istituto. 7. A conclusione dell'esercizio finanziario il D.S.G.A. provvede alla chiusura del fondo economale per le minute spese, restituendo l'importo eventualmente ancora disponibile con apposita reversale di incasso. 8. La costituzione e la gestione del fondo cassa devono avvenire nel rispetto della normativa vigente in materia di obblighi di tracciabilità dei flussi finanziari". Il MIUR, con la Nota prot. n. 684 del 14 gennaio 2018, ha trasmesso FAQ di chiarimento sulla applicazione della normativa in tema di tracciabilità dei flussi finanziari alle spese economali delle Istituzioni Scolastiche. Viene precisato che: - in merito alla costituzione del fondo economale, tale operazione deve avvenire, nel rispetto del comma 3 dell’art. 3 della Legge n. 136/2010, mediante bonifico bancario o postale o altro strumento tracciabile (per es. assegno bancario circolare non trasferibile) a favore del DSGA; - per quanto riguarda le attività di gestione del fondo stesso, invece, è opportuno distinguere le due seguenti fattispecie: 1) per le spese effettuate inerenti ai contratti pubblici e alle gestione di finanziamenti pubblici, deve essere applicata la normativa in materia di tracciabilità dei flussi finanziari di cui alla Legge n. 136/2010 e, pur potendosi utilizzare sistemi diversi dal bonifico bancario o postale, restano fermi il divieto di impiego del contante e l'obbligo di documentazione della spesa; 2) per tutte le altre spese, non trovano applicazione le disposizioni di cui alla richiamata legge n. 136/2010 ed è, quindi, possibile l’utilizzo del denaro contante, nel rispetto della normativa vigente, fermo restando l’obbligo di documentazione della spesa e il rispetto del regolamento adottato dall’istituzione scolastica, di cui all’art. 21 comma 2 del DI 129/2018. Resta in ogni caso inteso che, ai sensi dell’art. 21, comma 3 del D.I. n. 129/2018, è vietato l’uso del fondo economale per le minute spese per acquisti per i quali l’istituzione scolastica ha un contratto d’appalto in corso. Nello specifico, la determinazione ANAC 4/2011, integrata dalla delibera n. 556/2017, ha previsto espressamente quanto segue: - "Per le spese effettuate dai cassieri delle stazioni appaltanti, mediante il fondo economale, deve ritenersi consentito l’utilizzo di contanti, nel rispetto della normativa vigente". - "Si tratta, in sostanza, delle spese che ciascuna amministrazione disciplina in via generale con un provvedimento interno […]. Il regolamento contiene un’elencazione esemplificativa degli acquisti di beni e servizi che rientrano nelle spese minute e di non rilevante entità, necessarie per sopperire con immediatezza ed urgenza ad esigenze funzionali dell’ente (non compatibili con gli indugi della contrattazione e l’emanazione di un provvedimento di approvazione), entro un limite di importo fissato, anch’esso, nel medesimo regolamento; la gestione di tali spese, superando il rigido formalismo delle procedure codificate, avviene secondo modalità semplificate sia per quanto riguarda il pagamento (per pronta cassa), contestuale all’acquisto indifferibile del bene o servizio, sia per quanto concerne la documentazione giustificativa della spesa. Le spese ammissibili devono essere, quindi, tipizzate dall’amministrazione mediante l’introduzione di un elenco dettagliato all’interno di un proprio regolamento di contabilità ed amministrazione. Non deve trattarsi di spese effettuate a fronte di contratti d’appalto e, pertanto, la corretta qualificazione della singola operazione, da effettuarsi a seconda delle specificità del caso concreto ed alla luce degli ordinari criteri interpretativi, rientra nella responsabilità della stazione appaltante procedente" (ndr. per le Istituzioni scolastiche il regolamento per il fondo economale è previsto dall’art. 21, comma 2, e dall’art. 45, comma 2 lett. J) e del D.I. n. 129/2018). Pertanto, dall’esame comparato delle diverse fonti normative emerge, a parere dello scrivente, che, previa adozione di necessario dettagliato regolamento, possano essere autorizzate e rimborsate ai docenti o al Dirigente Scolastico spese sostenute mediante carta di credito personale (ma non con carta di credito dell’Istituto), per acquisti su Amazon, corredate da idonea fattura/ricevuta ad essi intestata. Ciò, si ribadisce, qualora il regolamento per il fondo economale (deliberato ai sensi del citato art. 45, comma 2 lett. J) del D.I. n. 129/2018) preveda un apposito articolo come, a titolo esemplificativo, quello di seguito riportato: “Il DSGA dispone la spesa sulla base di specifica richiesta scritta anche di altro dipendente, indicante l’oggetto della spesa e la relativa causale, accompagnata da idonea documentazione avente valenza fiscale (scontrino – ricevuta fiscale – fattura o altra documentazione giustificativa ritenuta valida) a comprova della spesa sostenuta. Provvede quindi al rimborso della spesa sostenuta o all’acquisto di quanto richiesto, attenendosi a criteri di economicità ed imparzialità, predisponendo l’ordine di acquisto su apposita modulistica, dopo aver acquisito l’autorizzazione del Dirigente Scolastico. Preso atto di quanto sopra, i pagamenti delle minute spese, di cui all’articolo precedente, sono ordinati con buoni di pagamento (o anche detti dichiarazioni di spesa) numerati progressivamente e firmati dal DSGA. Ogni buono deve contenere: a) Data di emissione b) L’oggetto della spesa c) Ditta fornitrice o il dipendente creditore d) L’importo della spesa e) L’aggregato, la tipologia e l'eventuale impegno su cui la spesa dovrà essere contabilizzata Ai buoni di pagamento devono essere allegate le note giustificative delle spese: fattura quietanzata, scontrino fiscale, scontrino non fiscale, ricevuta di pagamento su c/c postale, vaglia postale, ricevuta di bonifico ecc.”
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Data di pubblicazione: 28/05/2024
Dipendente sospeso dal lavoro: effetti sulle ferie e sull'anzianità di servizio...
Nel nostro istituto è stata irrogata ad una dipendente la sanzione disciplinare della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione fino a 10 giorni...
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Data di pubblicazione: 28/05/2024
Distributori automatici: un parere sulla procedura da adottare in caso di concessione sotto soglia...
La normativa attuale (art. 187 D.Lgs. 36/2023) prevede, per le ipotesi di concessioni sotto soglia (si ricorda che la soglia, a memoria del Quaderno n. 2 sin dalla prima edizione e dell’art. 14 D.Lgs. 36/2023, che aveva un corrispondente nell’art. 35 D.Lgs. 50/2016, è di oltre cinque milioni di euro per le concessioni di servizi: lo stesso Quaderno prevede che il calcolo del valore delle concessioni si faccia sul fatturato globale e non sul canone di concessione), la procedura negoziata “a dieci”, ovvero previa consultazione, ove esistenti, di almeno 10 operatori economici, nel rispetto di un criterio di rotazione degli inviti, individuati sulla base di indagini di mercato o tramite elenchi di operatori economici. La procedura aperta tramite bando è possibile, atteso che la stessa norma così recita: “Resta ferma la facoltà per l’ente concedente di affidare gli stessi contratti di concessione di importo inferiore alla soglia europea mediante le procedure di gara disciplinate dal presente Titolo II”. Il problema non è dunque solo il valore della concessione, che può essere stimato dall’Istituzione Scolastica nei modi previsti dal Quaderno 2 (pag. 31 dell’edizione attuale, non aggiornata al D.Lgs. 36/2023 ma non per questo non utilizzabile), ma di più ampio respiro: per illustrare interamente la procedura corretta occorre prendere a mano il cd. Quaderno n. 2, che contiene le indicazioni dettagliate su come procedere, ed aggiornarle al terzo Codice Appalti. In particolare, una selezione delle questioni che richiedono attenzione sono: - l’aggiornamento dei riferimenti normativi in generale, quasi sempre possibile tramite una tabella di concordanza; - l’applicazione dell’art. 187 D.Lgs. 36/2023, che ha portato il numero dei potenziali partecipanti ad una gara sotto soglia da cinque a dieci (si ricorda la soglia delle concessioni, pari ad oltre cinque milioni di euro: art. 14, primo comma del Codice); - la questione qualificazione della stazione appaltante, solo sospesa dalle note congiunte ANAC e MIM del 27 e 29 febbraio 2024; - il problema attuale dell’utilizzo di una scheda ANAC in linea con l’art. 187 del Codice: l’unica scheda esistente in questo senso è utile ai fini di un affidamento diretto e non anche per una selezione comparativa. Ne deriva che l’indicazione delle note ANAC e ministeriali relative alla digitalizzazione non potrebbe trovare integrale applicazione per il tramite di una gara non integralmente digitalizzata. Allo stato, la questione appare non risolvibile se non tramite l’utilizzo di piattaforme di terzi: su questo, siamo costantemente alla ricerca di un’indicazione ANAC o ministeriale utile a risolvere il problema.
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Data di pubblicazione: 27/05/2024
Il congedo parzialmente retribuito è utile ai fini della maturazione delle ferie?
Il congedo parzialmente retribuito, fruito a partire dal 13 agosto 2022 (data entrata in vigore del D.Lgs. n. 105 del 2022) è utile ai fini della maturazione delle ferie. L'art. 34, comma 5, del D.Lgs. n. 151 del 2001, nel testo novellato dal D.Lgs. n. 105 del 2022, prevede che i periodi di congedo parentale sono computati nell'anzianità di servizio e non comportano riduzione di ferie, riposi, tredicesima mensilità o gratifica natalizia, ad eccezione degli emolumenti accessori connessi all'effettiva presenza in servizio, salvo quanto diversamente previsto dalla contrattazione collettiva. L'art. 34, comma 3, del nuovo CCNL 2024 prevede che il congedo parentale previsto per ciascun figlio dall'art. 32, comma 1, del D.Lgs. n. 151 del 2001 per le lavoratrici madri o in alternativa per i lavoratori padri non riduce le ferie ed è valutato ai fini dell’anzianità di servizio. La circolare INPS n. 122/2022, per quanto concerne l'ambito temporale, precisa che le nuove disposizioni relative al congedo parentale trovano applicazione dall’entrata in vigore del D.Lgs. n. 105/2022 (13 agosto 2022) e solo per i periodi di fruizione successivi all’entrata in vigore del decreto stesso, mentre per i periodi antecedenti l’entrata in vigore della novella normativa, si applicano le precedenti disposizioni di legge. Considerata la frazionabilità del congedo parentale, l'INPS precisa che le richieste relative a periodi di congedo parentale ricadenti in parte nella nuova disposizione e in parte nella precedente dovranno essere divise e gestite secondo le rispettive disposizioni normative. Premesso, quindi, che le nuove disposizioni non possono interessare i periodi di congedo parentale fruiti prima dell’entrata in vigore della novella normativa, l'INPS precisa che è possibile comunque indennizzare, nei nuovi limiti previsti dalla normativa vigente, i periodi di congedo parentale fruiti a partire dal 13 agosto 2022, ancorché successivi alla fruizione di periodi di congedo parentale non indennizzati antecedenti a tale data.
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Data di pubblicazione: 23/05/2024
Un parere sulla partecipazione di esperti esterni alle assemblee studentesche...
La partecipazione di esperti alle assemblee di istituto trova specifiche disposizioni al capitolo V della nota ministeriale 312 del 27 dicembre 1979. Qui, ribadendo la previsione dell’art. 13, comma 6, del D. Lgs. 297/1994, si prevede che: -i nominativi degli esperti devono essere indicati. unitamente gli argomenti da inserire nell’ordine del giorno, dai promotori dell’assemblea: quindi il comitato studentesco o almeno il 10% degli studenti - l'autorizzazione deve essere disposta dal consiglio di istituto - l’eventuale diniego consiliare deve essere assunto con deliberazione motivata. Non si esclude che il regolamento del consiglio di istituto possa prevedere, in relazione a determinate e specificate circostanze (es ragioni di tempistica, anche se la norma prevede una richiesta con adeguato anticipo), la delega al dirigente scolastico della predetta autorizzazione e relativa motivazione ove negativa. In tal caso, a giudizio dello scrivente, anche al fine di evitare polemiche e contenziosi, è opportuno che il consiglio, unitamente alla delega, deliberi “criteri orientativi”: a puro titolo di esempio, a garanzia del “confronto aperto di posizioni culturali” posto anche a fondamento della libertà di insegnamento del docente (D.lgs. 297/1994 art. 1 comma 2), l’apertura degli inviti, specie su argomenti “culturalmente e politicamente sensibili”, a esperti di diverso orientamento.
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Data di pubblicazione: 24/05/2024
Chiusura del plesso per inagibilità: come procedere con il personale docente e ATA?
In caso di chiusura di un plesso, a rigore il personale in servizio in quel plesso non è tenuto a prestare la propria attività lavorativa per l’operare della regola posta dall’art. 1256 c.c. Esso, al primo comma, dispone: “L'obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile”. Tuttavia, se la regola si dispiega nella sua pienezza nei confronti del personale docente, al quale non può essere imposta alcuna prestazione lavorativa neppure a distanza, altro è a dirsi del personale amministrativo e ausiliario. Prima di procedere a esaminare la diversa condizione del personale ATA, occorre dunque puntualizzare – con riferimento al personale docente – che: 1. lo stesso non è tenuto a porre in essere alcuna prestazione lavorativa; 2. né risulta ammissibile la prestazione lavorativa a distanza, non solo perché l’attività didattica – una volta venuta meno l’emergenza pandemica – si svolge solo in presenza ma anche perché il CCNL comparto Istruzione e ricerca 2019-2021 esclude l’applicabilità del lavoro a distanza per il personale docente (cfr. art. 10, c. 1, secondo cui: “Le disposizioni in materia di lavoro a distanza di cui al presente Titolo si applicano, ove compatibili con le attività svolte nonché con le esigenze e l’organizzazione del lavoro, al personale tecnico e amministrativo delle istituzioni scolastiche ed educative,[…]”). Veniamo dunque al personale ATA: - circa il personale amministrativo la chiusura del plesso in cui è ubicata la segreteria non costituisce presupposto sufficiente per concludere accordi individuali per il lavoro a distanza (nella duplice tipologia: o lavoro da remoto o lavoro agile). Difatti, gli artt. 10 e ss. del CCNL comparto Istruzione e ricerca 2019-2021 descrivono nel dettaglio tutti i passaggi a ciò necessari e propedeutici: la individuazione della tipologia di attività da svolgersi a distanza, l’informazione alla parte sindacale, la definizione delle modalità attuative (alternanza presenza/distanza ecc.), la stipula dell’accordo individuale. Peraltro, entrambe le tipologie di lavoro a distanza, come emerge da quanto fin qui detto, prevedono una alternanza di lavoro in presenza e a distanza, che non risolverebbe del tutto il problema. Se altri plessi della scuola continuano a funzionare e si rende dunque necessario garantire il funzionamento almeno di parte della segreteria, occorre individuare personale da destinare a tali attività, magari sulla base di criteri di rotazione previamente comunicati alla parte sindacale. Non è più richiesta, in punta di diritto, la previa informazione poiché di essa fanno parte solo i criteri di (stabile) assegnazione ai plessi e gli incarichi aggiuntivi del personale ATA: ovvero materie non riferibili alla questione che ci interessa. Tuttavia, è opportuna una interlocuzione informale onde prevenire eventuali contestazioni e far presente la necessità di garantire il servizio; - lo stesso dicasi per il personale ausiliario, esonerato al pari del restante personale dal servizio a causa della chiusura dei plessi. Di esso il dirigente può disporre in altra sede solo sulla scorta della necessità e urgenza delle attività da espletare e a cui far fronte, secondo il principio della volontarietà, previa interlocuzione informale con la parte sindacale sui criteri utilizzati per individuare le unità da impiegare. Quanto alla soluzione da utilizzare per garantire la rotazione strettamente necessaria ad assicurare le attività sopra indicate, si ritiene che il personale – esonerato, lo si ripete, dal servizio – non debba richiedere la fruizione di ferie e permessi. Per contro, il personale che presta servizio può essere compensato con risorse a valere sul fondo per il miglioramento dell’offerta formativa. Si fa rilevare a questo proposito che le risorse stanziate nella contrattazione integrativa di istituto per far fronte alla sostituzione del personale ATA assente spesso generano economie. Esse possono dunque essere impiegate a tale scopo, previa interlocuzione con la parte sindacale.
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Data di pubblicazione: 23/05/2024
Graduatorie ATA: un parere sulla valutazione dei titoli presentati da una candidata per il profilo di collaboratore scolastico...
Gentile utente, il titolo dichiarato dalla candidata non è valutabile ai sensi della tabella allegata al D.M. 50/2021 per il profilo di collaboratore scolastico. Infatti, la suddetta tabella allegato prevede per i collaboratori scolastici la valutazione oltre al titolo di studio dei seguenti titoli professionali: " Qualifiche ottenute al termine di corsi socio-assistenziali e socio-sanitari rilasciati dalle Regioni ." Non sono previste altre tipologie di qualifiche professionali e solo nel profilo di assistente ammnistrativo sono valutabili gli attestatI di qualifica professionale rilasciatI ai sensi dell'articolo 14 della legge 845 del 1978, ovvero le qualificazioni rilasciate dalle Regioni e dalle Province Autonome di Trento e Bolzano ai sensi del Decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali 30 giugno 2015, afferenti al Repertorio Nazionale dei titoli di formazione e delle qualificazioni professionali di cui all’art.8 D.Lgs.13/2013 e in coerenza con le disposizioni di cui al citato decreto legislativo, relativi alla trattazione di testi e/o alla gestione dell'amministrazione mediante strumenti di videoscrittura o informatici.
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Data di pubblicazione: 27/05/2024
Un dipendente chiede di interrompere il congedo parentale per usufruire delle ferie: come procedere con il supplente?
Sull'interruzione del congedo parentale l'Orientamento ARAN SCU_042 avente ad oggetto "Un dipendente in congedo parentale può partecipare ad iniziative di formazione?" ha così precisato: "Ai sensi dell’art. 12, comma 4, del CCNL 29 novembre 2007 nell’ambito del periodo di astensione dal lavoro previsto dall’art. 32, comma 1, lett. a) e b) del Dlgs 151/2001 ciascun genitore ha diritto di beneficiare del congedo parentale per un periodo continuativo o frazionato. La possibilità che viene data al lavoratore di poter usufruire del congedo parentale anche in modo frazionato apre la strada ad una possibilità di interruzione del periodo di congedo; durante tale sospensione il lavoratore sarebbe libero di partecipare ad iniziative di formazione. " Nel caso di specie la supplenza era stata stipulata sino al 30 giugno. Come noto le ferie non possono comportare la nomina di un supplente; ad ogni modo, vista l'originaria durata della supplenza, le ferie rappresentano in sostanza un rientro del titolare e quindi occorre verificare quale è la sorte del contratto a t.d. stipulato (supplenza breve). In via generale, il contratto del supplente sia nel caso del personale docente che del personale ATA non può essere risolto, in caso di rientro anticipato "necessitato" del titolare, in quanto nelle ultime norme contrattuali non è prevista tale soluzione, a meno che non sia indicata come clausola risolutiva del contratto individuale di lavoro. L’Aran, infatti, nell'orientamento SCU 110 del 25 marzo 2020, allineandosi a quanto stabilito dall’art. 41 dell’ultimo contratto nazionale di lavoro 2016/2018 (cfr ora art. 61 del CCNL 2024) ha precisato quanto segue: “In caso di rientro anticipato del titolare, il contratto a tempo determinato stipulato per la sostituzione del docente o del personale ATA si risolve automaticamente? In merito si osserva che da un lato che l’art. 18, comma 2, lett c) del CCNL 04/08/1995, è stato superato dalle previsioni contenute nel CCNL comparto scuola del 29/11/2007, dall’altro tale ultimo contratto agli artt. 25 e 44 ha disciplinato – rispettivamente per il personale docente ed ATA – gli elementi caratterizzanti il contratto individuale di lavoro, anche a tempo determinato. In particolare è richiesta la forma scritta e l’indicazione di alcuni elementi essenziali definiti alle lettere a), b), c), d), e), f) e g) del comma 4 del citato art. 25 e del comma 6 del suindicato art. 44, nonché la specificazione “delle cause che ne costituiscono condizioni risolutive”, salvo l’ipotesi di “individuazione di un nuovo avene titolo a seguito dell’intervenuta approvazione di nuove graduatorie” espressamente prevista dall’art. 41, comma 1, del CCNL comparto istruzione e ricerca del 19 aprile 2018. Pertanto, il CCNL non esclude la possibilità di risoluzione anticipata del contratto di supplenza ma richiede l’indicazione delle cause che comportano detta risoluzione”. Con l'Orientamento CIRS80 13 aprile 2021 è stato affermato quanto segue: "E’ possibile inserire nel contratto di supplenza, come clausola di risoluzione, il rientro del titolare a causa del venir meno delle condizioni previste dalla legge 104/1992 per assistenza a persona disabile? Ai sensi dell’art. 1, comma 10, del CCNL relativo al personale del comparto Istruzione e ricerca del 19.04.2018, triennio 2016/18, continuano a trovare applicazione le norme contrattuali dei precedenti CCNL dallo stesso non derogate e compatibili con le norme legislative vigenti. Pertanto, sono tuttora vigenti i commi 6 e 7 dell’art. 44 del CCNL Scuola 29/11/2007 che disciplinano il contratto individuale di lavoro del personale ATA, ivi incluso quello a tempo determinato. Tale contratto individuale richiede la forma scritta e deve contenere l’indicazione di alcuni elementi essenziali definiti nelle lettere a), b), c), d), e), f), g) del medesimo articolo, nonché la specificazione “delle cause che ne costituiscono condizioni risolutive”, salvo l’ipotesi di “individuazione di un nuovo avente titolo a seguito dell’intervenuta approvazione di nuove graduatorie” espressamente prevista dall’art. 41, comma 1, del CCNL comparto Istruzione e ricerca del 19 aprile 2018. Pertanto, nel contratto individuale devono essere indicate, affinché possano essere fatte valere, le cause che ne costituiscono condizioni risolutive, ivi inclusa l’ipotesi oggetto del quesito. Questa Agenzia ritiene, inoltre, opportuno richiamare la circolare del Miur n. U.0026841 del 05.09.2020, che fornisce utili indicazioni operative in materia di supplenze del personale docente, educativo ed ATA". Quindi, in base agli orientamenti citati, se nel contratto a tempo determinato non è stata posta alcuna clausola risolutiva, non si può risolvere il contratto del supplente in caso di rientro del titolare. Resta fermo, inoltre, che, a tutt'oggi, non abbiamo ancora precedenti giurisprudenziali sull'applicazione di detta clausola. Conclusivamente non è dunque prevista dall’attuale CCNL (come non lo era in precedenza) la possibilità di una risoluzione del contratto del supplente breve a fronte del rientro anticipato del titolare, a meno che l’evenienza non sia stata espressamente inserita nel contratto individuale di lavoro quale condizione risolutiva.
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Data di pubblicazione: 24/05/2024
La sostituzione del docente di sostegno assente durante gli scrutini...
Lo scrutinio si svolge legittimamente solo in presenza del collegio perfetto (cfr. art. 4, c. 1, D.P.R. n. 122/2009 e art. 2, comma 3, D.Lgs. n. 62/2017). Ciò significa che, ai fini della validità della seduta, è necessario che tutti i componenti dell’organo (team docente o consiglio di classe) siano presenti e che, se qualcuno di essi risulta assente (per legittimo motivo o impedimento), debba essere sostituito in base alla normativa vigente da un docente che, nella medesima istituzione scolastica, impartisce la stessa disciplina o che possiede l’abilitazione necessaria per farlo. Nel caso di specie, occorre rilevare che ciascuno dei due docenti di sostegno fa parte a pieno titolo del consiglio di classe ed esprime un proprio, distinto voto nelle deliberazioni assunte nella seduta convocata per lo scrutinio, poiché assegnati ad alunni diversi. Ciò è reso palese dalla lettura del comma 6 dell’art. 2 del D.Lgs. n. 62/2017, secondo cui “I docenti di sostegno partecipano alla valutazione di tutte le alunne e gli alunni della classe; nel caso in cui a più docenti di sostegno sia affidato, nel corso dell'anno scolastico, la stessa alunna o lo stesso alunno con disabilità, la valutazione è espressa congiuntamente.” Da quanto precede discende la necessità di sostituire il docente di sostegno assente con altro, assegnato a una classe differente.
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Data di pubblicazione: 28/05/2024
Dubbi sulle modalità di conferimento delle supplenze dalle graduatorie di istituto adottate nel nostro istituto...
Come è noto, le modalità di conferimento delle supplenze dalle graduatorie di istituto sono disciplinate dall’articolo 13, commi da 1 a 5, dell’ordinanza ministeriale n. 112 del 6 maggio 2022; per gli anni scolastici 2024/2025 e 2025/2026, le medesime disposizioni sono contenute nell’ordinanza ministeriale n. 88 del 16 maggio 2024. In particolare, rileva quanto disciplinato dal comma 3: “L’utilizzo della procedura è previsto per la convocazione di ogni tipologia di supplenza, tenendo comunque conto che, per le supplenze pari o superiori a 30 giorni, la proposta di assunzione deve essere trasmessa con un preavviso di almeno 24 ore rispetto al termine utile per la risposta di disponibilità da parte dell’aspirante. Per le supplenze inferiori a 30 giorni, la proposta di assunzione deve essere trasmessa con un preavviso di almeno 12 ore. Esperito quanto previsto in ordine alla possibile copertura delle supplenze ai sensi dei commi 9, 10 e 16, il dirigente scolastico, acquisite le disponibilità da parte degli aspiranti, individua il destinatario della supplenza con riferimento all’ordine di graduatoria di cui al successivo comma 5, lettera a), e, acquisita anche telematicamente la formale accettazione da parte del destinatario della supplenza medesima, assegna il termine massimo di 24 ore per la presa di servizio effettiva, salvo i casi previsti dalla normativa vigente. Per le supplenze brevi fino a 10 giorni nelle scuole dell’infanzia e primaria, con il supporto del sistema informativo sono attivate particolari e celeri modalità di interpello con immediata presa di servizio”. Diciamo subito che i casi prospettati nel quesito paiono non rientrare né nella prima fattispecie (supplenze pari o superiori a 30 giorni) né nella terza (supplenze brevi fino a 10 giorni nella scuola primaria e dell’infanzia), essendo inquadrabili come generiche “supplenze inferiori a 30 giorni”. La procedura in questione prevede sostanzialmente due fasi, con tempistiche proprie: 1) Invio della proposta di assunzione: l’invio avviene telematicamente, con le specifiche previste dal comma 5 del medesimo articolo (ordine di graduatoria e data di assegnazione della supplenza), almeno 12 ore prima dell’assegnazione. Dagli esempi prospettati non paiono emergere problematiche o dubbi relativi a questa fase, dal che si può arguire che tutti i passaggi previsti vengano seguiti alla lettera. 2) Individuazione dell’avente titolo e conferimento della supplenza, con la seguente procedura: 2) -A: individuazione dell’avente titolo sulla base dell’ordine di graduatoria di coloro che hanno manifestato la disponibilità; 2) -B: acquisizione dell’accettazione da parte del destinatario; 2)-C: assegnazione del termine per la presa di servizio, che deve avvenire entro 24 ore. E’ evidente che la soluzione adottata porta alla compressione della tempistica delle tre sotto-fasi sopra elencate e alla sovrapposizione temporale tra 2-B e 2-C e in questo, sostanzialmente, sta la criticità della procedura proposta. Altra criticità sta nel fatto di non consentire (almeno per quanto sembra di comprendere dal tenore letterale degli esempi riportati) la presentazione di delega all’Amministrazione o a persona fisica di propria fiducia (che rappresentano una regola di carattere generale nei rapporti tra cittadino e PA) se non nel caso di supplenze più lunghe. Ovviamente la scelta di comprimere i tempi dipende dall’urgenza di attivare la sostituzione degli assenti, ma la procedura adottata è, in senso stretto, esposta a rischi di contestazione; se si ritenesse comunque prioritaria l’esigenza della attribuzione della supplenza, la linea di difesa dell’Amministrazione dovrebbe evidenziare le motivazioni della scelta operata, il sostanziale rispetto della procedura prevista dalla norma e la piena informazione fornita agli aspiranti. In sintesi: la scelta operata non è indenne da rischi, collocandosi ai limiti della procedura prevista; tuttavia, in caso di contenzioso, potranno essere fatte valere le opportune argomentazioni che ne dimostrino la finalità di tutela del prevalente interesse pubblico.
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Data di pubblicazione: 28/05/2024
Graduatorie docenti: il titolo di laurea triennale in Scienza Religiose può essere valutato?
Gentile utente, la tabella di valutazione dei titoli allegata al CCNI sulla mobilità del personale della scuola prevede tra i titoli culturali al punto C l'attribuzione di un punteggio per ogni diploma universitario (diploma accademico di primo livello, laurea di primo livello o breve o diploma Istituto Superiore di Educazione Fisica (ISEF)) conseguito oltre al titolo di studio attualmente necessario per l’accesso al ruolo di appartenenza . Per quanto riguarda però i titoli accademici pontifici gli stessi, pur essendo stati riconosciuti come percorsi di laurea al pari di quelli civili , non sono validi per l'accesso all'insegnamento delle varie discipline, se non per l'insegnamento della religione cattolica. Infatti secondo il Decreto del Presidente della Repubblica 27 maggio 2019, n. 63 ad oggi lo Stato Italiano assicura il riconoscimento civile dei gradi accademici pontifici di Baccalaureato e Licenza, rispettivamente come “Laurea” e “Laurea magistrale”, nelle seguenti discipline: Teologia, Sacra Scrittura, Diritto Canonico, Liturgia, Spiritualità, Missiologia e Scienze Religiose. Il citato decreto aggiorna ed integra l’art. 10,2 della Legge 25 marzo 1985, n. 121 e il Decreto del Presidente della Repubblica, 2 febbraio 1994, n. 175. Pertanto la Licenza in Teologia e nelle altre discipline ecclesiastiche, la Laurea Magistrale in Scienze Religiose (3+2), in virtù di tale disciplina e previa emanazione del decreto di riconoscimento, sono riconosciuti come “lauree magistrali”, ma non avranno una corrispondenza effettiva al titolo civile. Quindi chi si laurea o si è laureato in Scienze Religiose vedrà riconosciuto il titolo come laurea civile per accedere, ad esempio, ai concorsi per Dirigenti Scolastici (DS) oppure per accedere in Italia a un altro percorso di laurea. D’altra parte, non essendo prevista una specifica corrispondenza con una laurea italiana, non possono costituire titolo per essere ammessi a partecipare a concorsi per gli insegnamenti di altre discipline (oltre all’insegnamento della religione cattolica). Per i suddetti motivi si ritiene che il titolo di laurea triennale in Scienza Religiose non possa essere valutato nè nella graduatoria interna di istituto, nè nella domanda di utilizzazione, essendo entrambe procedure legate alla mobilità dei docenti delle varie discipline e ordini di scuola.
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Data di pubblicazione: 23/05/2024
Dubbi su una richiesta di accesso agli atti relativi all'accertamento dell'idoneità al servizio...
Una dipendente, docente a tempo indeterminato, a seguito della notifica dell'invio alla Commissione Medica di verifica pubblici dipendenti dell'INPS...
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Data di pubblicazione: 23/05/2024
Viaggi di istruzione: due genitori decidono di non far partire i figli e rifiutano di versare l'acconto e di pagare la penale prevista dall'agenzia...
Come insegna la questione dei voucher (emersa durante e protrattasi dopo la pandemia), un conto è il legame contrattuale fra la scuola e l’agenzia di viaggio e un altro è quello fra le famiglie e la scuola. A questa considerazione va aggiunto che la scuola non ha veri e propri strumenti di forzatura di un pagamento a carico delle famiglie, con la conseguenza che: - il contratto con l’agenzia va onorato comunque, se prevede un termine oltre il quale la penale è dovuta. Si precisa che l’Istituzione Scolastica avrebbe potuto prevedere condizioni diverse, che magari la stessa agenzia non avrebbe accettato, ma il contenuto del contratto fra l’agenzia e la scuola è rimesso all’autonomia delle parti. Troppo spesso, purtroppo, le agenzie propongono testi contrattuali che le scuole accettano senza riserve (anche quando stridono con gli atti della gara, se ci sono), ma in nessun modo si può sostenere che la clausola non sia applicabile; - il patto con la famiglia ha spesso contorni meno formali: una circolare non è un contratto e, anche quando è prevista un’accettazione firmata (che consenta di applicarne le clausole) il vero problema è che spesso l’Istituzione Scolastica non ha strumenti per procedere in modo forzato, ma deve limitarsi a chiedere il rispetto della clausola senza poter accedere ad una vera tutela giurisdizionale. Troviamo infatti improbabile che l’Avvocatura di Stato formulerà una richiesta di decreto ingiuntivo al giudice di pace per esigere forzatamente la cifra della penale in caso di entità così modeste. In sintesi dunque: non dubitiamo che i contratti consentano di esigere la cifra (che costituisce, peraltro, credito erariale), ma probabilmente non si potrà andare oltre la richiesta all’Avvocatura di attivarsi per la riscossione.
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Data di pubblicazione: 24/05/2024
Esame di Stato del 1 ciclo: in caso di impedimento del DS può subentrare un suo collaboratore?
Per rispondere al quesito occorre muovere dalla lettura dell’art. 4, cc. 2-3-4-6-7, D.M. n. 741/2017. Precisamente: - secondo il comma 2, “Presso ciascuna istituzione scolastica è costituita una commissione d'esame composta da tutti i docenti del Consiglio di classe in coerenza con quanto previsto dall' articolo 2, commi 3 e 6, del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62”; - in base al comma 3, “Per ogni istituzione scolastica statale svolge le funzioni di Presidente della commissione il dirigente scolastico preposto”; - il successivo comma 4, come modificato dall’art. 5 D.M. n. 183/2019, “Modificazioni al decreto ministeriale 3 ottobre 2017, n. 741”, dispone che, “In caso di assenza o impedimento o di reggenza di altra istituzione scolastica, svolge le funzioni di presidente della commissione un docente collaboratore del dirigente scolastico, individuato ai sensi dell'articolo 25, comma 5, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n.165”; - alla luce del successivo comma 6, “La commissione si articola in sottocommissioni per ciascuna classe terza, composte dai docenti dei singoli consigli di classe. Ogni sottocommissione individua al suo interno un docente coordinatore”; - infine, il comma 7 prevede che “I lavori della commissione e delle sottocommissioni si svolgono sempre alla presenza di tutti i componenti. Eventuali sostituzioni di componenti assenti sono disposte dal Presidente della commissione tra i docenti in servizio presso l'istituzione scolastica.” Dunque, alla luce di quanto precede e della nota MIUR prot. n. 1865 del 10 ottobre 2017 si evince che: - “Ogni coordinatore è delegato dal Presidente a sostituirlo nei lavori della propria sottocommissione in caso di assenza temporanea o contestuale impegno presso altra sottocommissione” (cfr. la nota citata); - la figura del vicepresidente, per converso, non è contemplata dal D.M. n. 741/2017; - in caso di assenza del dirigente scolastico “non temporanea” o che investa la commissione nella sua interezza (come può accadere se l’assenza si verifica in occasione della riunione preliminare o della riunione finale in cui avviene la attribuzione del voto a ciascun candidato), questi deve essere sostituito nelle funzioni di presidente della commissione di esame da un docente collaboratore – esterno alla commissione stessa – così come disposto dal comma 4 dell’art. 4 del D.M. n. 741/2017. Detto docente, come precisato dalla Nota MIUR prot. n. 5772 del 4 aprile 2019, non deve necessariamente essere di ruolo nella scuola secondaria di primo grado e ciò conferma l’estraneità del sostituto del dirigente scolastico alla commissione d’esame. Infine, per collaboratore deve intendersi un docente destinatario di delega in materia organizzativa ex art. 25, c. 5, D.Lgs. n. 165/2001: dunque, il sostituto del dirigente può benissimo essere rinvenuto in un referente di plesso.
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