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    Data di pubblicazione: 26/10/2026

  • Affido esclusivo del minore ad un genitore: è determinante sempre la lettura attenta del provvedimento del giudice...
  • Gentile ItaliaScuola, sottopongo la seguente problematica relativa ad una richiesta di accesso agli atti, attraverso un avvocato, della mamma di un alunno di scuola primaria...

    Data di pubblicazione: 26/10/2026

  • Riunioni collegiali e attività funzionali all’insegnamento: disciplina delle assenze e responsabilità del dirigente scolastico...
  • Si ritiene che una assenza che copra solo parte dell’orario di servizio del docente debba essere riguardata alla stregua di un permesso breve con conseguente applicazione del disposto dall'articolo 16 del CCNL comparto scuola del 2007 e dei limiti e vincoli che esso implica sulle ore di permesso utilizzabili. Il che significa, da un punto di vista della giustificazione, che il lavoratore può limitarsi ad addurre una “esigenza personale”, senza che vi sia necessità né di autocertificarla né tantomeno di documentare la presenza in studio in un determinato orario. Un simile regime di favore – rispetto a quello dei permessi per motivi personali o familiari di cui al c. 2 dell’art. 15 del CCNL del comparto scuola 2007 – trova del resto fondamento nella necessità di recupero delle ore non prestate da parte del lavoratore, a pena di trattenuta stipendiale. Tuttavia, l’ipotesi disciplinata dal citato art. 16 è tarata, per il personale docente, sui permessi fruiti durante l’orario di insegnamento. Rispetto a questi, nel caso di permessi fruiti durante lo svolgimento di attività funzionali o durante la programmazione nella scuola primaria, il problema non è attinente alla verifica di “compatibilità” del permesso con le esigenze di servizio: solo nelle riunioni degli organi collegiali che richiedono il collegio perfetto, il permesso breve è incompatibile – sotto il profilo formale – con l’attività dell’organo. Il problema è che al docente che ne fruisce deve essere richiesto dal dirigente, entro due mesi dalla fruizione del permesso, il corrispondente recupero al fine di evitare la decurtazione stipendiale prevista. La criticità risiede, in altri termini, proprio nelle modalità di recupero. Esso, anche alla luce dell’orientamento applicativo ARAN 22 marzo 2022 CIRS97, non può avvenire in attività di insegnamento ma solo in attività funzionali, data la infungibilità tra le due. In altri termini, delle ore di permesso fruite in occasione di una seduta di un organo collegiale o di una riunione di programmazione non può essere chiesto il recupero in corrispondenti ore di insegnamento. Come noto, tuttavia, le attività funzionali sono programmate prima dell’avvio dell’anno scolastico e per l’intera durata dello stesso. Trovare margine per un simile recupero risulta dunque assai difficoltoso. Si consiglia comunque di offrire la possibilità di recupero delle ore di attività funzionali al docente, anche al di fuori di incontri collegiali, ad esempio con attività formative inserite nel PTOF al fine di evitare la decurtazione stipendiale prevista in caso di mancato recupero entro i due mesi successivi al permesso. Altrimenti, se ciò non risulta possibile per aver contemplato il PTOF solo attività formative all’interno delle 40 ore + 40 ore, ovviamente ciò non sarà possibile o estremamente difficoltoso e dovrà dunque darsi luogo, inevitabilmente, alla decurtazione stipendiale. Riassuntivamente, a fronte di richieste di assentarsi alle sole attività funzionali pomeridiane e della loro assimilabilità a permessi brevi, il dirigente scolastico è tenuto a: - verificare che il docente possa godere di tale tipologia di assenza per non aver consumato il monte ore previsto dall’art. 16 CCNL comparto scuola 2007 e per aver addotto quantomeno una generica «esigenza personale». Il dirigente non può pretendere alcuna autocertificazione o documentazione specifica a supporto, vigendo per i permessi brevi un regime di favore motivato dall'obbligo di successivo recupero orario; - accertare che la seduta dell'organo collegiale non richieda la presenza del collegio perfetto (come avviene, ad esempio, per le attività di scrutinio). Nel qual caso, il permesso breve può essere accordato solo nel caso in cui il docente possa essere sostituito; - richiedere al docente di effettuare il recupero delle ore non prestate entro due mesi dalla data di fruizione del permesso. Il dirigente non può richiedere detto recupero mediante prestazioni di insegnamento, poiché sussiste una stretta infungibilità tra attività di insegnamento e attività funzionali; deve dunque verificare dove reperirne concreti margini operativi. Al fine di agevolare l'assolvimento del debito orario, il dirigente può offrire al docente la facoltà di recuperare le ore mediante attività formative deliberate e inserite nel PTOF, purché collocate al di fuori del monte ore obbligatorio delle 40 ore + 40 ore; - monitorare il rispetto dei termini per il recupero. Il dirigente verifica che quest’ultimo sia stato effettivamente svolto entro l'arco temporale dei due mesi successivi alla fruizione del permesso; - disporre la decurtazione stipendiale proporzionata alle ore non lavorate, nel caso in cui il recupero non sia stato effettuato nei termini.

    Data di pubblicazione: 26/10/2026

  • Un parere sul computo delle assenze consecutive in caso di alternanza tra congedo parentale e permessi ex Legge 104/1992...
  • Relativamente al congedo parentale e congedo per malattia del bambino, l’art. 34 del CCNL 2024 prevede che i periodi di assenza di congedo parentale e congedo per malattia del bambino, nel caso di fruizione continuativa, comprendono anche gli eventuali giorni festivi che ricadano all'interno degli stessi. Tale modalità di computo trova applicazione anche nel caso di fruizione frazionata, ove i diversi periodi di assenza non siano intervallati dal ritorno al lavoro del lavoratore o della lavoratrice. Per quanto concerne i permessi L. 104/1992 questi si configurano – nel caso di rapporto di lavoro a tempo pieno - come diritto a tre giorni lavorativi di permesso al mese. Ne consegue che i giorni festivi o non lavorativi intercorrenti tra le giornate di permesso richiesto non vengono computati come giorni di permesso. (Orientamento ARAN 11 aprile 2023 n. 31348) Ciò premesso, nel caso di specie la domenica 25 è compresa comunque tra assenze a titolo diverso mentre la domenica 1 è tra assenze per permessi 104 e quindi non va imputata ai suddetti permessi. Conclusivamente, la docente non deve coprire con una richiesta assenza anche il lunedì che è giorno libero e i giorni intermedi (domenica e giorno libero) sono neutri ai fini delle assenze.

    Data di pubblicazione: 26/10/2026

  • Percorso 4+2: possibilità di iscrizione alla classe prima quadriennale dopo la bocciatura in un percorso quinquennale...
  • Lo status di «bocciato» nella classe prima del quinquennale non impedisce, di per sé, la richiesta e l’eventuale iscrizione alla prima del quadriennale: il trasferimento riguarda la classe corrispondente (prima ? prima). Non vi sono elementi formalmente ostativi a tale scelta né nel DM 221/2025 (che regolamenta la presentazione dei progetti di filiera), né nella recente ordinanza sugli esami integrativi (OM 163/2026) Vi è però da precisare che la valutazione dell'accoglimento dell'istanza, ferma restando la disponibilità di posto, richiede una apposita valutazione del consiglio di classe, in base a quanto previsto dall'articolo 3, comma 2b, dell'OM 163/2026, che, in coerenza con l'articolo 10 del DM 221/2025, testualmente recita ...... il passaggio da una classe di un percorso quinquennale di scuola secondaria di secondo grado alla classe corrispondente di un percorso quadriennale avviene previa valutazione positiva del consiglio di classe dell’istituzione scolastica ricevente, tenuto conto della programmazione didattica e della correlazione tra il percorso quinquennale di provenienza e quello quadriennale, dopo l’espletamento di un colloquio orientativo..... In sintesi, la scuola può ammettere la frequenza ad una classe prima di uno studente non ammesso in secondo nell'anno scolastico precedente, riservandosi, però di analizzare con attenzione il caso, al fine di agevolare un corretto ed efficace orientamento.

    Data di pubblicazione: 26/10/2026

  • Esami di idoneità per un’alunna residente e frequentante una scuola all'estero: ammissibilità di un percorso scolastico parallelo...
  • La normativa primaria e il recente Decreto Ministeriale n. 218/2025 in materia di esami di idoneità non prevedono il caso illustrato nel quesito, perché la finalità principale degli esami di idoneità è quello di permettere la frequenza alla classe per la quale si ottiene il riconoscimento o, per gli alunni in istruzione parentale, la verifica e l’attestazione di adempimento dell’obbligo di istruzione nelle scuole italiane. Per gli alunni italiani, l’articolo 2 del DM 218 prevede che gli esami di idoneità possano esser previsti per coloro che si ritirano dalle lezioni entro il 15 marzo, con possibili eccezioni per gli alunni con alto potenziale intellettivo, per i quali si richiede però una adeguata certificazione del consiglio di classe. Anche il DPR 394/99 che regolamenta l’ammissione degli alunni stranieri alla frequenza delle scuole italiane non prevede tale eventualità, né risultano protocolli di intesa italo-francesi in merito (mentre per la scuola secondaria di secondo grado è previsto il conseguimento del doppio diploma grazie alla frequenza dei percorsi ESABAC). Si può osservare, peraltro, che la normativa primaria e secondaria sopra richiamata non vieta in termini assoluti di poter presentare istanza, fatti salvi i requisiti anagrafici previsti dall’art. 10 del D.Lgs 62/2017 ribaditi nel DM 218/2025. L’articolo 3 di tale DM prevede che: …… I genitori degli alunni o coloro che esercitano la responsabilità genitoriale presentano, entro il 30 aprile di ciascun anno, la richiesta di sostenere l’esame di idoneità al dirigente dell’istituzione scolastica statale o paritaria prescelta, unitamente al progetto didattico-educativo seguito nel corso dell’anno. L’istituzione scolastica accerta l’acquisizione degli obiettivi in coerenza con le Indicazioni nazionali per il curricolo……. In sintesi, pur ritenendo piuttosto “incongrua” la situazione, soprattutto in vista della “utilizzabilità” di una eventuale attestazione, si ritiene che la normativa scolastica non vieti in termini assoluti che una famiglia residente all'estero chieda l'ammissione della figlia agli esami di idoneità previsti dall'ordinamento italiano. Tuttavia l'ammissione è rimessa alla valutazione della scuola italiana, che deve accertare la corrispondenza della preparazione dell'alunna con i contenuti e gli obiettivi della classe italiana di riferimento, previa presentazione di un progetto formativo individuale prima di ammettere alla prova d'idoneità.

    Data di pubblicazione: 26/10/2026

  • Installazione di un sistema di allarme antintrusione con microfono da remoto: competenze decisionali, adempimenti privacy ed eventuali autorizzazioni
  • uesito su installazione impianto di allarme antintrusione – Competenza del Consiglio di Istituto, aspetti Privacy/GDPR (microfono da remoto) e rapporti con l'Ente Proprietario...

    Data di pubblicazione: 26/10/2026

  • Docente con carica di consigliera di amministrazione in una società commerciale: sussiste incompatibilità?
  • L’art. 53, primo comma, del D.Lgs. n. 165 del 2001 prevede che resta ferma per tutti i dipendenti pubblici la disciplina delle incompatibilità dettata dagli articoli 60 e seguenti del Testo Unico approvato con d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3. L’art. 60 del DPR n. 3 citato prevede che l'impiegato non può esercitare il commercio, l'industria, né alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro, tranne che si tratti di cariche in società o enti per le quali la nomina è riservata allo Stato e sia all'uopo intervenuta l'autorizzazione del Ministro competente. Deve essere considerata come esercizio del commercio e dell’industria ogni attività imprenditoriale; deve, inoltre, essere considerato esercizio di attività imprenditoriale il ricoprire la posizione di presidente o di amministratore delegato di società di capitali. Non costituisce, invece, esercizio di attività imprenditoriale il ricoprire la posizione di amministratore o di presidente di fondazioni o associazioni o di altri enti senza fini di lucro. Invece, il divieto in questione di cui all'art. 53 citato non pone limiti alla partecipazione di un pubblico dipendente in società commerciali in qualità di mero socio di capitale (es socio di SRL, azionista di SPA e, per analogia, socio accomandante di società in accomandita semplice, socio in una società semplice agricola, ecc.). Esso esclude, invece, come detto sopra, che egli possa ricoprire cariche sociali, compiere atti di amministrazione nella società, trattare o concludere affari in nome della stessa. La Corte dei Conti, con la Sentenza n. 9 del 7 maggio 2019, ha affermato che per un dipendente pubblico a tempo indeterminato è assolutamente vietata l’attività di amministratore unico di una società di capitali, in quanto carica sociale palesemente e testualmente vietata e non autorizzabile ex art.60, d.P.R. n.3 del 1957, richiamato dall’art.53, co.1, d.lgs. n.165 del 2001 (che, nel caso di specie, tra l’altro, era stata svolta non in modo occasionale ma sistematico, dal 15.1.2004 al 19.9.2016). La giurisprudenza della Corte dei Conti è molto rigida in materia Il dipendente pubblico non può assumere incarichi di amministrazione in società di capitali. Sussistendo un divieto assoluto di legge, l'attività non è neanche autorizzabile dall' amministrazione di appartenenza. ( Corte Conti Umbria n. 60 del 2022). La Corte dei Conti della Sardegna, con la Sentenza n. 130/2024, ha ribadito i suesposti principi. Riportiamo alcuni passaggi della motivazione " Il caso portato all’attenzione di questo Collegio attiene alla prima delle tipologie delineate, per la quale permane integro, anche dopo le modifiche normative riferite, il limite inderogabile all’esercizio di attività commerciali e industriali e di assunzione di cariche aziendali presso imprese private aventi fini di lucro (salvo che - ex art. 62 T.U. n. 3 del 1957 - si tratti di società o enti ai quali lo Stato partecipi o comunque contribuisca, in quelli che siano concessionari dell'amministrazione di cui l'impiegato fa parte o che siano sottoposti alla vigilanza di questa). L’azione esercitata nei confronti della convenuta si compendia nell’avere illecitamente ricoperto, contemporaneamente alle funzioni di XXX dell’INPS, quelle di consigliere di amministrazione della società XXXX, come confermato all’esito delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza. Sulle circostanze di fatto emerse attraverso le puntuali verifiche svolte in sede investigativa non occorre dilungarsi, non essendo in contestazione la ricostruzione degli avvenimenti, sotto il profilo sostanziale; ex adverso, necessita di essere chiarito che le prestazioni oggetto di imputazione, rispetto al complessivo schema prescrittivo tracciato, rientrano tra quelle assolutamente incompatibili - e dunque vietate – per le quali non è previsto che si pronunci preventivamente l’amministrazione di appartenenza, non potendo comunque essere svolte". ........ per i differenti casi di cui all’art. 60 del T.U. n. 3 del 1957, tra i quali quello in esame, tale aspetto risulta del tutto ininfluente, trattandosi di occupazioni per cui la legge ha effettuato a monte un vaglio di non cumulabilità con il rapporto di impiego pubblico, per altro sanzionando gravemente la condotta inadempiente sul piano disciplinare, senza accordare all’Ente alcun potere di rimuovere il divieto inderogabile fissato............ Sul punto, deve comunque sottolinearsi che le funzioni del Consiglio di amministrazione di una società di capitali sono solo in parte delegabili, ricorrendo precisi limiti di legge alla facoltà di affidare le relative competenze ai consiglieri; vi è, infatti, un nucleo di poteri – in cui si sostanziano le attività strategiche di direzione – che non può essere demandato ai propri membri, costituendo il contenuto indefettibile della struttura di vertice in cui si basa l’assetto societario. Tali incombenze conferiscono di per sé un ruolo di tutto rilievo a coloro che ne fanno parte, concretandosi nella partecipazione alla definizione della politica societaria (a titolo d’esempio, redazione bilancio di esercizio, aumento del capitale sociale o riduzione per perdite, fusione o scissione della società), come tale da ritenere rientrante a pieno titolo nella categoria degli impieghi incompatibili, di cui all’art. 60 in considerazione". Conclusivamente, riteniamo che la dipendente – in servizio a tempo pieno - non possa essere autorizzata allo svolgimento della carica di consigliere nel Consiglio di Amministrazione di una società a responsabilità limitata (S.r.l.).

    Data di pubblicazione: 26/10/2026

  • Esame di Stato conclusivo del primo ciclo da privatista per un adulto straniero: requisiti e modalità di accesso...
  • Fermo restando che, nel caso prefigurato, il percorso più idoneo per il conseguimento del titolo conclusivo del primo ciclo di istruzione è costituito dai percorsi attivati nei CPIA, grazie alla personalizzazione didattica ed organizzativa che tali istituzioni possono garantire, non si ritiene di escludere che l’adulto di cui al quesito possa presentare istanza per poter sostenere tali esami in qualità di candidato privatista. Come è noto, i due requisiti per l’ammissione agli esami sono costituiti dall’età anagrafica (ma non è questo il caso) e dal conseguimento dell’amissione al primo anno della scuola secondaria di primo grado. Si ritiene, però che, trattandosi di soggetto adulto, l’analisi del percorso scolastico pregresso possa far “superare” la carenza di tale pre-requisito; a tal fine, la scuola analizzerà tale curriculum anche per valutare eventuali adattamenti in sede di esame, fermo restando che dovrà essere verificato il raggiungimento di tutti gli obiettivi di apprendimento previsti dalle Indicazioni Nazionali Le modalità di presentazione dell’istanza e dello svolgimento dell’esame sono definite, nell’ambito del quadro normativo primario del D.Lgs 62/2017, dal DM 741/2017 e dalla successiva nota operativa 1865/2017. In estrema sintesi, si ricorda che: . Per accedere all'esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione i candidati privatisti devono presentare domanda ad una scuola statale o paritaria entro il 20 marzo dell'anno scolastico di riferimento. - Nella domanda è necessario inserire i necessari dati anagrafici, gli elementi essenziali del suo curricolo scolastico e la dichiarazione di non frequenza di scuola statale o paritaria nell'anno in corso o di avvenuto ritiro da essa entro il 15 marzo. - Per essere ammessi a sostenere l'esame di Stato i candidati privatisti partecipano alle prove INVALSI di cui all'articolo 7 del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62, presso l'istituzione scolastica statale o paritaria ove sosterranno l'esame di Stato medesimo. Quindi, l'istituzione scolastica statale o paritaria, sulla base delle domande pervenute, comunica all'Invalsi i nominativi dei candidati privatisti all'esame di Stato in tempo utile per la somministrazione delle prove.

    Data di pubblicazione: 26/10/2026

  • Piano Estate e certificazioni linguistiche: legittimità di un contributo economico a carico degli studenti partecipanti...
  • Per inquadrare la questione posta all’attenzione della redazione occorre muovere dalla natura dei percorsi finanziati dal Programma nazionale «Scuola e competenze» 2021-2027, approvato con decisione di esecuzione della Commissione europea C(2022) 9045 del 1° dicembre 2022 e da ultimo modificato con decisione C(2025) 5977 del 1° settembre 2025, che nell’ambito dell’Obiettivo specifico ESO4.6 si propone di «promuovere la parità di accesso e di completamento di un’istruzione e una formazione inclusive e di qualità, in particolare per i gruppi svantaggiati» e che, in coerenza con l’articolo 9 del Regolamento (UE) 2021/1060 e con l’articolo 6 del Regolamento (UE) 2021/1057 sul FSE+, integra in tutte le azioni il principio di uguaglianza, inclusione e non discriminazione. I moduli rivolti agli studenti sono gestiti, come ribadisce da ultimo l’articolo 11 dell’Avviso prot. n. 112894 dell’11 maggio 2026, secondo l’opzione dei costi standard unitari prevista dall’articolo 53, paragrafo 1, lettera b), del medesimo Regolamento (UE) 2021/1060. A fronte della voce relativa all’attività formativa, destinata a remunerare l’esperto e il tutor, la voce relativa all’attività di gestione, quantificata in 5,10 euro per ora e per partecipante, copre l’insieme delle spese connesse all’attuazione del modulo, tra le quali sono espressamente annoverati i materiali didattici e di consumo, i compensi del personale scolastico, la pubblicità e le certificazioni, voce alla quale può ragionevolmente ricondursi, trattandosi di spesa pertinente al modulo, anche il costo dell’esame presso l’ente certificatore. Il percorso risulta pertanto integralmente finanziato e non residua in capo all’istituzione scolastica alcun onere idoneo a giustificare una compartecipazione economica delle famiglie. Neppure una delibera del Consiglio di Istituto potrebbe legittimare la richiesta di un contributo ai partecipanti, giacché le attribuzioni che l’articolo 10 del D.lgs. n. 297/1994 e il D.I. n. 129/2018 riconoscono a tale organo in materia finanziaria non comprendono il potere di introdurre prestazioni patrimoniali obbligatorie che l’articolo 23 della Costituzione riserva alla legge. Allo stesso modo, l’autonomia nell’ampliamento dell’offerta formativa di cui all’articolo 9 del D.P.R. n. 275/1999 non può spingersi fino a subordinarne la fruizione a un pagamento. Sul corretto impiego delle risorse provenienti dalle famiglie l’Amministrazione si è del resto espressa in modo specifico con la nota MIUR 20 marzo 2012, n. 312 (“Indicazioni in merito all’utilizzo dei contributi scolastici delle famiglie”) e con la nota MIUR 7 marzo 2013, n. 593 (“Richiesta di contributi scolastici alle famiglie”). Le due note sottolineano da un lato l’assoluta volontarietà del versamento e l’impossibilità per l’istituzione scolastica di esigerlo, dall’altro il necessario vincolo di tali somme alla realizzazione di attività di effettivo ampliamento dell’offerta formativa, precisando che esse «devono essere indirizzate esclusivamente ad interventi di ampliamento dell’offerta culturale e formativa e non ad attività di funzionamento ordinario e amministrativo che hanno una ricaduta soltanto indiretta sull’azione educativa rivolta agli studenti». Nessuna delle due condizioni ricorrerebbe nel caso in esame. Il contributo non sarebbe volontario, essendo posto come requisito di accesso, né sarebbe preordinato ad alcuna spesa identificabile, poiché l’intervento, come si è visto, trova già piena copertura nel costo standard. Alla luce della finalità perseguita – assicurare la costanza della frequenza – la somma non servirebbe dunque a finanziare un ampliamento dell’offerta, ma a vincolare le famiglie alla partecipazione con la prospettiva di una perdita economica, assumendo la natura di una cauzione o di una penale più che quella di un contributo. Il giudizio non muterebbe qualora tale natura fosse resa esplicita, prevedendo la restituzione della somma al raggiungimento di una determinata percentuale di frequenza, giacché per gli studenti che non raggiungessero la soglia il meccanismo si risolverebbe in una sanzione pecuniaria che nessuna norma consente all’istituzione scolastica di irrogare. L’incongruenza emergerebbe anche sul piano contabile. L’articolo 5, comma 7, del D.I. n. 129/2018 impone infatti alla relazione illustrativa del programma annuale di evidenziare in modo specifico le finalità e le voci di spesa cui sono destinate le entrate derivanti dal contributo volontario delle famiglie e dalle erogazioni liberali e l’articolo 23, comma 1, richiede analoga evidenza nella relazione che accompagna il conto consuntivo. La scuola non potrebbe assolvere tale adempimento se non dichiarando di aver impiegato le somme per spese che il Programma già rimborsa, con una duplicazione della copertura del medesimo onere, oppure di averle trattenute in ragione delle assenze, dando evidenza a un’entrata di natura sostanzialmente sanzionatoria. In entrambe le ipotesi si esporrebbe, nell’ambito delle verifiche di gestione previste dall’articolo 74, paragrafo 1, del Regolamento (UE) 2021/1060 e dei successivi controlli, al rischio di rettifiche finanziarie sul progetto. Analoga valutazione andrebbe riservata a erogazioni qualificate come liberali ma collegate, nei fatti, all’ammissione al modulo, mentre restano ammissibili le donazioni volontarie a favore della scuola, purché del tutto svincolate dalla partecipazione e dalla frequenza dei corsi e destinate a interventi diversi da quelli coperti dal finanziamento europeo. Vi è poi un profilo che precede e per certi versi assorbe le considerazioni di ordine formale, poiché subordinare la partecipazione al versamento di una somma, anche se destinata a essere restituita, significherebbe stabilire, nei fatti, che ai percorsi accedano soltanto gli studenti le cui famiglie siano in grado di sostenerne l’esborso, escludendo proprio coloro ai quali l’intervento è prioritariamente destinato. Il FSE+ non finanzia questi moduli per ampliare genericamente l’offerta formativa, bensì per rimuovere quegli ostacoli di ordine economico e sociale che l’articolo 3, secondo comma, della Costituzione impegna la Repubblica a superare e che, con riferimento all’istruzione, l’articolo 34 traduce nella garanzia di una scuola «aperta a tutti» e nel diritto dei capaci e meritevoli, «anche se privi di mezzi», di proseguire negli studi. Non a caso l’articolo 9 dell’Avviso ha attribuito punteggio, nella selezione dei progetti, al tasso di abbandono scolastico e al basso indice socio-economico e culturale delle famiglie, sicché una selezione per censo dei partecipanti rovescerebbe la logica stessa del finanziamento, trasformando uno strumento di riequilibrio in un fattore di ulteriore divaricazione tra chi dispone di risorse proprie e chi ne è privo. Né l’effetto potrebbe essere corretto prevedendo esenzioni per le famiglie in difficoltà le quali sarebbero costrette a dichiarare la propria condizione per ottenere ciò che dovrebbe essere garantito a tutti, con un’evidente ricaduta stigmatizzante. Si tratterebbe, in definitiva, di una scelta in contrasto non soltanto con le regole di attuazione ma con la ragion d’essere del Programma e della stessa istituzione scolastica. L’esigenza sottesa al quesito è tuttavia reale e merita una risposta sul piano organizzativo e didattico che presuppone una corretta lettura delle regole di attuazione. Il Manuale per la realizzazione dei progetti FSE+ (versione 1.12, luglio 2026) consente l’avvio del modulo solo in presenza di un gruppo classe di almeno 9 alunni, ridotti a 8 per le istituzioni con sede nei comuni scarsamente popolati. Qualora per due giornate consecutive tutte le attività registrino presenze inferiori a tale soglia, il sistema impone la chiusura anticipata, con la conseguenza che le ore non svolte non sono più rimborsabili. Poiché la quota di gestione è riconosciuta sulle sole ore effettivamente frequentate da ciascun partecipante, le assenze incidono direttamente sull’importo certificabile ed è per questa ragione che l’Avviso richiama le scuole alla tenuta giornaliera dei registri e al controllo costante delle presenze. L’attestato, a sua volta, spetta agli studenti che abbiano frequentato almeno il 75% delle ore del modulo, soglia che per un percorso di 30 ore il Manuale per le certificazioni FSE+ individua in 23 ore. La via corretta per assicurare la continuità della frequenza è quella, coerente con l’impianto stesso dell’intervento, che collega i moduli al curricolo. L’articolo 8.2 dell’Avviso prevede che le attività integrino il Piano triennale dell’offerta formativa e ciò consente al Collegio dei docenti di deliberare criteri in base ai quali la partecipazione con conseguimento dell’attestato sia valorizzata nell’attribuzione del credito scolastico entro la banda di oscillazione, ai sensi dell’articolo 15 del D.lgs. 13 aprile 2017, n. 62. La stessa partecipazione trova evidenza nel «Curriculum della studentessa e dello studente» previsto dall’articolo 21 del medesimo decreto legislativo il cui modello aggiornato è stato adottato con D.M. 9 gennaio 2026, n. 2, e nel quale le certificazioni linguistiche conseguite e le attività extrascolastiche svolte concorrono a delineare il profilo dello studente in vista dell’esame di Stato (ora di maturità). Le competenze linguistiche acquisite possono altresì costituire un elemento di cui il consiglio di classe tiene conto nella valutazione disciplinare, nel rispetto dei criteri generali deliberati dal Collegio. Un incentivo ancora più concreto deriva dalla possibilità di sostenere con la quota di gestione, nei limiti delle risorse che essa rende disponibili, il costo dell’esame di certificazione, che la scuola può legittimamente riservare, in forma gratuita, agli studenti che abbiano conseguito l’attestato, purché il criterio sia stabilito e reso noto fin dall’avviso interno di selezione degli alunni. In tal modo, anziché imporre un onere ai partecipanti, si destina una risorsa già finanziata a chi abbia completato il percorso, ottenendo per via premiale quell’effetto di fidelizzazione che il contributo intenderebbe conseguire per via dissuasiva. A tali misure possono affiancarsi la sottoscrizione, da parte dello studente e della famiglia, di un patto formativo che renda esplicito l’impegno alla frequenza, la tempestiva comunicazione delle assenze, una calendarizzazione compatibile con i trasporti e con gli altri impegni pomeridiani e la predisposizione di un elenco di riserva. Il Manuale consente infatti di inserire nuovi alunni nel gruppo classe anche dopo l’avvio, con effetto dalla lezione successiva, e permette così di mantenere il numero dei frequentanti al di sopra della soglia minima.

    Data di pubblicazione: 26/10/2026

  • Liceo linguistico con classi articolate: possibilità di modificare l’insegnamento della seconda e terza lingua...
  • La questione della differenza tra seconda e terza lingua nei licei linguistici è stata ed è oggetto di grosso dibattito a livello ordinamentale, tenendo conto che, mentre nel DPR 89/2010 era stato previsto il raggiungimento di un livello B2, nelle indicazioni nazionali tale livello è stato fissato al B1, anche in considerazione di un eguale monte ore previsto nei piani di studio. In pratica, tutte le istituzioni scolastiche hanno “tarato” e declinato il curriculum in base alle Indicazioni Nazionali (B1). Tanto premesso, pur condividendo la necessità di riallineare i due gruppi, non si ritiene opportuno apportare tale variazione per la classe quinta del corrente anno scolastico, anche perché sul sistema SIDI degli anni precedenti sono presenti i riferimenti a tale differenziazione. Peraltro, il diritto/dovere ad una corretta informazione nei confronti di studenti e genitori, potrebbe portare a difficoltà nel caso in cui la scelta delle discipline oggetto di esame potesse ricadere sulla terza lingua, considerato altresì che un “cambio in corsa” potrebbe essere oggetto di contestazioni e di eventuali contenziosi. Si ritiene, quindi, che la scelta potrà essere effettuata nell’ambito dell’aggiornamento del PTOF per il prossimo triennio, previa acquisizione proposta del Consiglio di classe seguendo, per quanto concerne la procedura deliberativa, le previsioni normative contenute nel comma 14, art. 1 , Legge 107/2015 (in estrema sintesi: elaborazione del Collegio, approvazione del Consiglio di Istituto). La procedura corretta richiederebbe di applicare tale variazione a partire dal triennio; si potrebbe quindi iniziare dalla classe terza di quest’anno scolastico (iniziato da poco) e procedere “a scorrimento” negli anni successivi. Naturalmente, ci sarà poi necessità di una tempestiva interlocuzione con l’ufficio organici del UAT competente, prima dell’inserimento dei dati di organico previsionale per il prossimo anno scolastico.

    Data di pubblicazione: 26/10/2026

  • Passaggio alla settimana corta: riduzione dell’orario scolastico, recupero delle frazioni orarie e deroghe per esigenze di trasporto...
  • Occorre distinguere due fattispecie diverse, che producono effetti differenti sul recupero delle frazioni orarie e sulla natura stessa delle modalità e delle procedure da seguire: 1) Riduzione dell’unità oraria per motivi didattici (organizzazione autonoma della scuola): - Natura: si tratta di una scelta riconducibile all’autonomia didattica e organizzativa dell’istituzione scolastica. - Organi competenti: la modifica dell’unità oraria e la conseguente programmazione delle modalità di recupero vanno deliberate dal Collegio dei docenti; l’adattamento del calendario scolastico (e le relative modifiche alla scansione dell’orario) richiede la delibera del Consiglio di istituto conformemente alla normativa sull’autonomia. Entrambi i passaggi (e le conseguenze che ne derivano) confluiscono nel PTOF, che deve comunque esplicitare le modalità didattiche e organizzative dell’offerta formativa. - Recupero ore: le frazioni orarie perse devono essere integralmente recuperate. Il recupero riguarda il monte ore previsto per gli studenti e gli obblighi contrattuali del personale docente: la scuola deve garantire il monte ore annuale complessivo previsto dagli ordinamenti vigenti per ogni indirizzo di studi. Le modalità (attività curricolari, attività di recupero/potenziamento, ampliamento dell’offerta formativa, viaggi d’istruzione, ecc.) vanno deliberate e documentate dal Collegio. In ogni caso, a tutti gli studenti deve essere garantita la fruizione dell’orario ordinamentale. - Documentazione: è fondamentale conservare i registri delle attività di recupero e ogni documento che dimostri l’effettiva restituzione del monte ore agli studenti e l’adempimento degli obblighi da parte dei docenti. 2) Riduzione per motivi di trasporto o altre cause di “forza maggiore” (motivazioni organizzative/logistiche): - Natura: modifica adottata per esigenze logistiche/organizzative esterne (es. impossibilità di garantire il rientro con i mezzi del TPL). La circolare storica di riferimento (CM 243/79) e le norme pattizie distinguono puntualmente questa ipotesi da quella di carattere didattico. - Organi competenti: la decisione che incide sul calendario scolastico e sulla durata delle lezioni per motivi di trasporto attiene più a motivazioni organizzative, Ciò nonostante, entrambi gli Organoi collegiali di riferimento devono essere coinvolti, proprio perché l’organizzazione oraria deve essere parte integrante del PTOF; - Prima di portare tale ipotesi organizzativa agli OOCC, il Dirigente scolastico deve attivare il necessario confronto con l’ente locale e con le aziende di trasporto, al fine di acquisire gli elementi necessari per illustrare al Collegio e al Consiglio le motivazioni oggettive. - Recupero ore: nei casi riconducibili a cause di forza maggiore per problemi di trasporto, la prassi interpretativa consolidata (richiamata dalla circolare e dal CCNL) stabilisce che non sussiste obbligo per i docenti di recuperare le frazioni orarie ridotte. In tale ipotesi, non è richiesto il recupero quotidiano delle frazioni perdute purché la delibera sia motivata. Tale fattispecie rappresenta comunque una problematica di non notevole complessità, considerato che , in ogni caso, agli studenti vanno garantiti il diritto allo studio e la fruizione piena dell’offerta formativa prevista dagli ordinamenti; è quindi necessario, prima di adottare tale soluzione, provvedere al una preciso computo delle ore complessive che possono essere garantite agli studenti, tenendo conto del calendario scolastico effettivo dell’anno di riferimento; ove invece il monte ore annuo risultasse insufficiente, si ritiene che la scuola debba comunque adottare azioni per garantire il diritto allo studio (organizzazione di attività di recupero, prolungamento ore in altri periodi, ecc.). - Ambito di applicazione: la riduzione può essere limitata alle classi/ordini interessati dai problemi di trasporto o estesa all’intera istituzione; la scelta deve essere documentata e motivata in relazione al bacino di utenza e allo stato dei servizi di trasporto. - Percentuali: la normativa non prevede una soglia numerica minima di alunni trasportati per giustificare la riduzione. Spetta al Dirigente, sulla base di dati concreti (numero di alunni che usufruiscono del trasporto, orari dei mezzi, indicazioni dell’ente locale), proporre agli OOCC una ipotesi organizzativa adeguatamente e ampiamente motivata. - Altro aspetto da non sottovalutare è quello concernente l’attivazione di adeguate azioni di informazione e comunicazione destinate a studenti e famiglie; le scelte devono essere esplicitate chiaramente nel PTOF, in modo che le famiglie, all’atto dell’iscrizione, possano disporre di tutti gli elementi per assumere le opportune scelte. Il dirigente potrebbe, inoltre, effettuare un’indagine preventiva per acquisire il “punto di vista” delle famiglie, chiarendone però le finalità meramente istruttorie e non assimilabili ad un livello deliberativo che rimane di competenza degli OOCC.

    Data di pubblicazione: 26/10/2026

  • Personale ATA: gestione dei casi di insufficiente rendimento e possibili provvedimenti disciplinari...
  • La situazione rappresentata pone una questione di possibile inadempimento degli obblighi inerenti alla prestazione lavorativa, che non può essere esclusa per il solo fatto che le criticità segnalate sembrino riconducibili a una carenza di capacità professionale del dipendente. L'obbligo di diligenza previsto dall'art. 2104 c.c. impone infatti al lavoratore di eseguire le mansioni affidategli con la cura e la professionalità normalmente esigibili in relazione al profilo di appartenenza. Ne consegue che anche l'imperizia, ove imputabile al dipendente, può assumere rilevanza disciplinare, non essendo necessario che l'inadempimento si manifesti attraverso un deliberato rifiuto di eseguire le disposizioni ricevute. La giurisprudenza di legittimità ha chiarito che, quando siano individuabili parametri per accertare se la prestazione sia eseguita con la diligenza e la professionalità medie proprie delle mansioni affidate, lo scostamento significativo da tali parametri può costituire indice di inesatto adempimento degli obblighi contrattuali, purché imputabile al lavoratore almeno a titolo di colpa. Nel caso rappresentato, la considerevole anzianità di servizio del dipendente, la natura ordinaria delle attività assegnate e la formazione e le istruzioni già impartite costituiscono elementi meritevoli di specifica considerazione nella valutazione della condotta. In particolare, la reiterata incapacità di svolgere compiti elementari, nonostante adeguate istruzioni e formazione, può costituire indice di violazione degli obblighi di diligenza e professionalità, ferma la necessità di accertare le concrete circostanze e l'imputabilità delle condotte. Appare pertanto opportuno acquisire una relazione circostanziata della DSGA, nella quale siano individuati i compiti assegnati al dipendente, le istruzioni impartite, le attività formative e di affiancamento svolte, le scadenze eventualmente fissate, gli errori e le omissioni riscontrati e le conseguenze concretamente prodotte sul funzionamento dell'ufficio. Sarà altresì utile considerare le mansioni precedentemente svolte dal dipendente, per verificare l'effettiva esigibilità delle prestazioni richieste e l'eventuale presenza di circostanze idonee a escluderne o attenuarne la responsabilità. L'accertamento dovrà inoltre considerare il contesto organizzativo nel quale il dipendente è stato chiamato a operare, verificando che le difficoltà riscontrate non siano state determinate o significativamente condizionate da circostanze estranee alla sua sfera di responsabilità, quali istruzioni insufficienti o contraddittorie, carenze nell'organizzazione del lavoro, mancata disponibilità degli strumenti necessari ovvero situazioni di conflittualità o ostilità nell'ambiente lavorativo. Tali circostanze, ove effettivamente riscontrate, dovranno essere considerate nella valutazione dell'imputabilità degli inadempimenti, senza tuttavia escludere automaticamente la responsabilità del dipendente per le prestazioni comunque esigibili. Qualora emergano specifiche e documentate violazioni degli obblighi di servizio imputabili al dipendente, potrà procedersi all'esercizio dell'azione disciplinare, nel rispetto delle disposizioni del d.lgs. 165/2001 e del CCNL applicabile. La contestazione dovrà riguardare fatti determinati, adeguatamente documentati e collocati temporalmente, non essendo sufficiente il generico riferimento a una complessiva incapacità lavorativa o a un persistente insufficiente rendimento. Quanto alla competenza, ai sensi dell'art. 55-bis, comma 9-quater, del d.lgs. 165/2001, il dirigente scolastico è competente per le infrazioni punibili con sanzioni fino alla sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per dieci giorni. Per le infrazioni punibili con sanzioni superiori, gli atti dovranno essere tempestivamente trasmessi all'Ufficio per i procedimenti disciplinari competente, affinché provveda alla tempestiva contestazione degli addebiti. L'eventuale licenziamento disciplinare per insufficiente rendimento, ai sensi dell'art. 55-quater, comma 1, lett. f-quinquies), del d.lgs. 165/2001, presuppone la reiterata violazione degli obblighi concernenti la prestazione lavorativa e la costante valutazione negativa della performance per ciascun anno dell'ultimo triennio, secondo le modalità previste dalla normativa. Resta ferma, ai sensi del primo periodo del medesimo articolo, la disciplina generale del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, ove ricorrano autonomi e comprovati presupposti di gravità dell'inadempimento. Nel caso rappresentato, tuttavia, gli elementi disponibili non consentono, allo stato, di ritenere integrati i presupposti di una sanzione espulsiva (la cui adozione non compete al D.S.). Quanto all'episodio dell'estrazione non autorizzata dei dati degli alunni, si tratta di un fatto distinto, che richiede un autonomo approfondimento. Occorrerà chiarire quali dati siano stati estratti, per quali finalità, con quali modalità e se l'operazione sia avvenuta in violazione delle istruzioni impartite e delle autorizzazioni relative al trattamento dei dati personali. Sarà altresì opportuno coinvolgere il responsabile della protezione dei dati per valutare gli eventuali profili rilevanti ai sensi della normativa sulla protezione dei dati personali. Prima di procedere disciplinarmente, dovrà tuttavia essere chiarita la natura del richiamo verbale già effettuato, non potendosi sanzionare nuovamente una condotta che abbia già costituito oggetto di un provvedimento disciplinare. Altra strada, in astratto percorribile, potrebbe essere costituita dall’accertamento dell’inidoneità psico-fisica del lavoratore. Tuttavia, allo stato, il ricorso al d.P.R. 171/2011 non appare praticabile per il solo fatto che il dipendente non riesca a svolgere adeguatamente le attività amministrative assegnate. La procedura di accertamento dell'inidoneità psicofisica prevista dal d.P.R. 171/2011, infatti, non può essere utilizzata quale rimedio ordinario all'insufficiente rendimento professionale. Il suo avvio richiede elementi obiettivi e specifici idonei a far presumere una condizione di inidoneità psicofisica, assoluta o relativa, e non può fondarsi sulla sola difficoltà del lavoratore nell'esecuzione dei compiti assegnati. In conclusione, si suggerisce di procedere tempestivamente a una puntuale ricostruzione e documentazione delle criticità riscontrate, al fine di verificare se esse integrino violazioni degli obblighi di servizio imputabili al dipendente e, in caso positivo, di attivare il procedimento disciplinare secondo le competenze e le modalità previste dalla legge. Resta comunque opportuno adottare, sul piano organizzativo, le misure necessarie ad assicurare il regolare funzionamento degli uffici, anche mediante un'adeguata distribuzione delle attività e, ove utile, ulteriori istruzioni operative, senza che ciò comporti la rinuncia all'esercizio del potere disciplinare in presenza dei relativi presupposti.

    Data di pubblicazione: 26/10/2026

  • Un parere sulla flessibilità del congedo di maternità per una docente supplente nominata da GPS...
  • Premesso che, “Il novellato articolo 16 del D.lgs n. 151/2001 dispone: “1. È vietato adibire al lavoro le donne: a) durante i due mesi precedenti la data presunta del parto, salvo quanto previsto all'articolo 20; b) ove il parto avvenga oltre tale data, per il periodo intercorrente tra la data presunta e la data effettiva del parto; c) durante i tre mesi dopo il parto, salvo quanto previsto all'articolo 20; d) durante i giorni non goduti prima del parto, qualora il parto avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta. Tali giorni si aggiungono al periodo di congedo di maternità dopo il parto, anche qualora la somma dei periodi di cui alle lettere a) e c) superi il limite complessivo di cinque mesi. Mentre, il successivo comma 1.1 dispone che:” In alternativa a quanto disposto dal comma 1, è riconosciuta alle lavoratrici la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro". Nel caso specifico, la docente ha un contratto di lavoro dal 15 settembre - fino al 30 giugno e ha presentato un certificato di gravidanza con data presunta del parto il 10/10/2026. Quindi, il calcolo normale del congedo di maternità è il seguente: Periodo ante obbligatorio (2 mesi): dal 10/08/2026 al 09/10/2026. Periodo post obbligatorio standard teorico: dal 10.10.2026 al 10.01.2027, 3 mesi dopo il parto (il giorno del parto è un giorno a sé). Periodo per il quale, la docente ha diritto al congedo di maternità interamente retribuito dal 15.09.2026 al 10.01.2027. Nel quesito si chiede se la docente ha diritto ai quattro mesi dopo il parto. Al riguardo, si precisa che se questa condizione è riferita alla flessibilità, cioè posticipare dalla data di nomina (15/09/2026) il periodo ante parto dopo il parto la nostra risposta è negativa, di seguito i relativi chiarimenti. La circolare INPS 148/2019 al punto 1.1 specifica: “Per poter esercitare la facoltà di fruire di tutto il congedo di maternità dopo il parto è necessario che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e, ove presente, il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro. Si precisa che la predetta documentazione sanitaria deve essere acquisita dalla lavoratrice nel corso del settimo mese di gravidanza e deve attestare l’assenza di pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro fino alla data presunta del parto ovvero fino all’evento del parto qualora dovesse avvenire in data successiva a quella presunta. Come regola generale, per il personale a tempo determinato la richiesta è possibile solo se in servizio effettivo, nel periodo del proprio rapporto contrattuale di lavoro (punto 1.6 stessa circolare INPS 148/2019). Conclusivamente,  per quanto precisato,  la nostra risposta è negativa, si ritiene che solo se fossero state rispettate le condizioni sopra citate la docente avrebbe avuto diritto a posticipare il periodo dal 15/09/2026 al 09/06/2026 dopo il parto.

    Data di pubblicazione: 23/10/2026

  • La scuola può rifiutare l’iscrizione di uno studente non più soggetto all’obbligo scolastico per mancanza di posti?
  • La disciplina per la composizione delle classi fa riferimento al DPR 81/2009, che contiene indicazioni sia per quanto concerne il numero minimo e massimo di studenti nelle classi inziali del ciclo, sia per quanto attiene la numerosità delle classi frequentate da studenti ed alunni con disabilità (di norma non più di venti alunni ove possibile). Bisogna poi tener conto dei limiti di capienza determinati dalla superficie utile delle aule, per le quali le norme per la progettazione forniscono un parametro generale di riferimento e sottolineano la necessità di disporre di uscite di larghezza sufficiente per consentire il rapido deflusso in casi di emergenza. Il caso descritto nel quesito si presenta di una certa complessità, in particolare per quanto concerne la presenza di un alunno disabile in tutte le classi che hanno già una numerosità superiore alle venti unità. Pur tenendo conto della necessità di garantire il diritto/dovere all’istruzione e formazione, previsto dal D.Lgs 76/2005 (fino al conseguimento di un titolo conclusivo o almeno di una qualifica professionale entro il diciottesimo anno di età), si ritiene che la scuola non sia obbligata ad accettare la domanda di iscrizione, peraltro presentata, da quanto si evince, ad organici già definiti. Ciò nonostante, il dirigente scolastico potrà verificare, con prudente apprezzamento, se accettare o meno l’istanza, tenendo conto dei seguenti elementi: - La capienza “fisica” delle aule” (con il supporto del RSPP) - La gravità della disabilità degli alunni già iscritti e il PEI già deliberato (nella misura in cui le attività possano essere condizionate da un eccessivo affollamento) - Il parere del consiglio di classe in cui lo studente potrebbe essere inserito. Nel caso di valutazione negativa, potrà essere fatta una verifica sul territorio, di concerto con i colleghi dirigenti scolastici e chiedendo, se necessario, il supporto dell’Ufficio scolastico territoriale, che terrà conto anche delle motivazioni della richiesta (se per cambio di residenza o per volontà di trasferirsi in altro ambiente scolastico).

    Data di pubblicazione: 23/10/2026

  • Supplenze di lingua inglese nella scuola primaria: procedura da seguire in caso di esaurimento della graduatoria di istituto...
  • Gentile utente, l’O.M. 27/2026 all’art. 14 relativo alle supplenze brevi e temporanee prevede al comma 16 un ordine dettagliato per l’attribuzione delle supplenze nella scuola primaria per l’insegnamento della lingua inglese, precisando che: “ Le supplenze conferite da graduatorie di istituto da disporsi sui posti di scuola primaria i cui titolari provvedono all’insegnamento della lingua inglese sono conferite, secondo l’ordine di posizione occupato nella relativa graduatoria scolastica: a) gli aspiranti che nei concorsi per esami e titoli precedenti all’anno 2012 per l'accesso all'insegnamento nella scuola primaria sono stati inclusi nella graduatoria di merito e hanno superato la prova facoltativa di accertamento della conoscenza della lingua inglese; b) agli aspiranti che hanno superato la medesima prova nelle sessioni riservate di esami per il conseguimento dell'idoneità all'insegnamento nella scuola primaria; c) agli aspiranti forniti del titolo di laurea in Scienze della formazione primaria, in relazione agli esami di lingua straniera previsti nel piano di studi; d) agli aspiranti inclusi nella relativa graduatoria di scuola primaria in possesso dei titoli di cui ai punti B.2 e B.6 delle tabelle A/1 e A/2; e) agli aspiranti inclusi nelle graduatorie dei concorsi ordinari per titoli ed esami per la scuola primaria banditi nel 2012 e nel 2016; agli aspiranti inclusi nelle graduatorie dei concorsi ordinari per titoli ed esami per la scuola primaria banditi a decorrere dal 2020, limitatamente a coloro che hanno raggiunto la soglia di idoneità all'insegnamento della lingua inglese; f) agli aspiranti inclusi nelle graduatorie per la scuola primaria del concorso straordinario indetto con D.D.G. n. 1546 del 7 novembre 2018 che abbiano conseguito la relativa idoneità ai sensi dell'articolo 8, comma 4, secondo e terzo periodo, del decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca 17 ottobre 2018. 17. “ Tutte queste categorie di aspiranti sono comprese nella graduatoria di istituto ma al comma 18 è precisato che nel caso di esaurimento della graduatoria di istituto il dirigente scolastico provvede al conferimento della supplenza utilizzando le graduatorie di altri istituti della provincia secondo il criterio di viciniorità, sino all'intera provincia, reso a tale fine disponibile dal sistema informativo. Inoltre al comma 22 è previsto che “ in caso di esaurimento delle graduatorie di istituto le scuole pubblicano sul proprio sito istituzionale specifici avvisi finalizzati al reclutamento di docenti forniti dell’abilitazione – per i posti di sostegno, della relativa specializzazione per l’insegnamento agli alunni disabili – o, in subordine, del titolo di studio; copia degli avvisi viene altresì inviata all’Ufficio scolastico territorialmente competente, che provvede alla pubblicazione sul proprio sito in un’apposita sezione.” Nel caso sottoposto quindi se la scuola non ha alcuna disponibilità di docenti nella graduatoria di istituto tra le categorie sopra richiamate, dovrà ricorrere alla graduatoria degli altri istituti viciniori e dell’intera provincia o in subordine agli avvisi per il reclutamento di personale esterno alle graduatorie, il cui contratto seguirà le stese regole degli altri contratti attribuiti ai candidati delle graduatorie ufficiali.

    Data di pubblicazione: 23/10/2026

  • Supplenza ATA e rettifica del punteggio in graduatoria per errore materiale nella certificazione del diploma: effetti sul contratto in essere...
  • Gentile utente, nel caso sottoposto la dipendente, inserita nelle graduatorie ATA 2024/2027, è stata assunta con punteggio inizialmente indicato come 77/100 in virtù del certificato rilasciato dall’istituto che aveva emesso un duplicato. Successivamente è emerso che tale certificazione conteneva un errore materiale e il punteggio corretto è 67/100, come affermato dall’istituto che aveva rilasciato il primo certificato di diploma. La scuola correttamente deve rettificare la graduatoria a seguito dei controlli previsti dall’art. 6 del D.M. 89\2024. Il contratto in essere con la dipendente scade il 22/12/2026. Per quanto riguarda la risoluzione dello stesso a seguito di rettifica della graduatoria, si ritiene che poiché la sanzione prevista dalla normativa di cui allo stesso art. 6 ,quale l’esclusione dalla graduatoria e la conseguente dichiarazione del servizio come "prestato di fatto e non di diritto" è applicabile solo in caso di assenza del titolo richiesto per l’accesso al profilo o di dichiarazione mendace da parte del candidato, la scuola possa mantenere il contratto in essere. Infatti nella situazione descritta l’errore è imputabile ad un rilascio errato della certificazione da parte dell’istituto e non ad una dichiarazione falsa o a mancanza del titolo da parte della candidata. In tali situazioni, in base alla disciplina dei controlli sopra richiamata, il servizio deve essere mantenuto valido sia sotto il profilo giuridico sia sotto quello economico e il contratto possa essere mantenuto fino alla scadenza in esso prevista.

    Data di pubblicazione: 23/10/2026

  • Interdizione post partum delle docenti di scuola primaria per rischio biologico: obblighi della dirigente scolastica e adeguatezza del DVR...
  • Per inquadrare la questione posta all’attenzione della redazione occorre partire dall’istituto dell’interdizione post partum, disciplinato dagli articoli 6, 7, 12 e 17 del D.lgs. 26 marzo 2001, n. 151, con il quale l’ordinamento tutela la salute della lavoratrice madre e del bambino nel periodo successivo al parto, fino al compimento del settimo mese di età del figlio. L’astensione si estende oltre il termine del congedo obbligatorio di maternità quando le condizioni di lavoro risultano pregiudizievoli e la lavoratrice non può essere adibita ad altre mansioni compatibili con il suo stato. Il relativo provvedimento è adottato dall’Ispettorato Territoriale del Lavoro su istanza della lavoratrice o del datore di lavoro, il quale, quando l’iniziativa è assunta dalla lavoratrice, concorre all’istruttoria con la dichiarazione prevista dall’articolo 12 e con lo stralcio del documento di valutazione dei rischi relativo alle lavoratrici gestanti, puerpere e in allattamento, redatto ai sensi dell’articolo 11. È dunque dal contenuto di questi atti, e in particolare dal modo in cui il DVR descrive il rischio biologico connesso all’insegnamento nella scuola primaria, che dipende la correttezza della risposta da dare all’Ispettorato. Quanto al primo interrogativo, si ritiene che il dirigente scolastico sia tenuto a trasmettere all’Ispettorato il modello richiesto. Con la nota prot. n. 1829 del 10 agosto 2026 l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha ribadito che il provvedimento di interdizione post partum presuppone la compresenza delle due condizioni contemplate dall’articolo 17, comma 2, lettere b) e c). Deve trattarsi di mansioni o condizioni ambientali pregiudizievoli per la salute della lavoratrice o del bambino, e deve risultare impossibile adibire la lavoratrice ad altre mansioni compatibili e prive di rischio. Entrambe le condizioni sono accertate dall’Ispettorato anche sulla base degli elementi resi dalle parti, che per la parte datoriale consistono proprio nella dichiarazione e nello stralcio del DVR. Ciò spiega perché la nota del Ministero del Lavoro n. 7553 del 29 aprile 2013, richiamata dalla nota INL n. 5944 dell’8 luglio 2025, qualifichi la valutazione del rischio effettuata dal datore di lavoro come il presupposto sulla base del quale il provvedimento deve essere emesso. Ne consegue che il dirigente non può sottrarsi alla richiesta né limitarsi a un riscontro generico, e che deve rispondere con tempestività. Il termine di sette giorni per l’adozione del provvedimento decorre infatti dalla ricezione della documentazione completa e l’astensione decorre sempre dalla data del provvedimento e non da quella dell’istanza, sicché ogni ritardo del datore di lavoro si tradurrebbe in un ritardo della tutela per le docenti. Anche il secondo interrogativo merita risposta affermativa, nel senso che nel modello va indicata la specificità del rischio biologico. La perplessità nasce dalla formulazione del DVR allegato al quesito, ma quella formulazione non è la parte del documento che rileva. Il riferimento alla presenza di portatori di agenti infettanti a trasmissione aerea, alla proliferazione di microrganismi negli impianti di condizionamento e alla scarsa igiene delle superfici esprime infatti la valutazione del rischio biologico generico. Si tratta di una valutazione che riguarda indistintamente tutte le persone presenti nei locali, che è associata a un indice di rischio modesto e che non considera la condizione di gravidanza o di allattamento, cosicché trasmettere soltanto quel passo significherebbe rappresentare all’Ispettorato un quadro incompleto. Lo stesso DVR contiene però, nella parte dedicata alla mansione di insegnante, una sezione specifica sulle lavoratrici gestanti in cui il contatto con alunni che possono essere portatori di malattie esantematiche trasmissibili è individuato come sorgente di rischio con un indice elevato (R = 8, prodotto di probabilità 2 e danno 4) e per gestazione e puerperio è prescritta la misura «Evitare». A parere di chi scrive, è questa la parte del documento da allegare in stralcio. Sulla sua base il dirigente può dichiarare nel modello che le docenti, in quanto insegnanti di scuola primaria, sono esposte a un rischio biologico specifico, quello derivante dal contatto con alunni potenzialmente portatori di malattie esantematiche. Una dichiarazione in questi termini non costituisce una forzatura, poiché si limita a riportare ciò che il documento di valutazione già riconosce. La conclusione appare così coerente con le indicazioni dell’Ispettorato. La nota INL n. 5944/2025, nell’individuare nel rischio biologico il rischio principale per le insegnanti di scuola primaria, prevede che l’astensione comprenda tanto la gestazione quanto il puerperio fino ai sette mesi dopo il parto, con un provvedimento rilasciato senza alcuna ulteriore specifica valutazione. La specificità del rischio discende dunque dalla mansione prima ancora che dalla formulazione del DVR. Ne deriva che, anche qualora il documento contenesse soltanto la formula generica citata nel quesito, il dirigente non potrebbe dichiarare l’assenza di esposizione, ma dovrebbe piuttosto prendere atto dell’inadeguatezza del DVR e attivarsi per aggiornarlo. Né appare idonea a condizionare la dichiarazione la previsione che il DVR riserva all’allattamento, sebbene riguardi proprio il periodo successivo al congedo obbligatorio per cui le docenti chiedono la tutela. In quella colonna il documento prevede una «esclusione condizionata dal parere del medico competente per la lavoratrice con particolari problemi fisici». Si tratta di una formula che non si concilia con la natura del rischio considerato che deriva dall’ambiente di lavoro e non dalle condizioni fisiche della madre e che non può quindi essere richiamata per escludere l’esposizione. Il modello richiede infine che il datore di lavoro si pronunci sulla possibilità di adibire le docenti ad altra mansione. Questa valutazione gli compete in via esclusiva e, come precisa la nota INL n. 5944/2025 richiamando l’interpello n. 6584 del 28 novembre 2006, va condotta in senso relativo, dal momento che non è esigibile una mansione alternativa che, pur disponibile in astratto, risulti in concreto gravosa per la lavoratrice e di scarsa utilità per l’organizzazione. Nel caso in esame lo stesso DVR registra anche per l’assistente amministrativa il possibile contatto con bambini portatori di malattie esantematiche, con il medesimo indice e la medesima misura, sicché l’utilizzo in segreteria non può considerarsi di per sé privo di rischio. In mancanza di una collocazione che escluda davvero il contatto con alunni e utenza, tanto più dovendo provvedere per due docenti contemporaneamente, si suggerisce di dichiarare nel modello l’impossibilità dello spostamento. L’esattezza di quanto dichiarato assume peraltro un rilievo che va oltre il singolo procedimento. L’articolo 17, comma 5, qualifica i provvedimenti di interdizione come definitivi. La nota INL n. 1829/2026 ha tuttavia precisato che la definitività esaurisce i rimedi amministrativi ordinari senza togliere all’Ispettorato il potere-dovere di riesaminare l’atto in autotutela, ai sensi degli articoli 21-quinquies e 21-nonies della legge n. 241/1990. Un provvedimento fondato su elementi inesatti forniti dal datore di lavoro resterebbe quindi esposto a revisione. È perciò opportuno che il dirigente rappresenti fedelmente quanto risulta dal DVR, senza attenuarlo per il timore della scopertura delle classi né ampliarlo oltre quanto il documento consente.

    Data di pubblicazione: 23/10/2026

  • Rappresentanti dei genitori nei consigli di classe, interclasse e intersezione: modalità di nomina e pubblicità degli esiti elettorali...
  • Il presente parere definisce il quadro giuridico-operativo e la corretta sequenza procedimentale relativa all'elezione, alla nomina e alla pubblicazione dei rappresentanti dei genitori negli organi collegiali a livello di singola istituzione scolastica (consigli di classe, interclasse e intersezione), integrando la disciplina speciale di settore con la normativa in materia di protezione dei dati personali. La procedura elettorale per le rappresentanze dei genitori è disciplinata dall'Ordinanza Ministeriale 15 luglio 1991, n. 215 e ss.mm.ii., le cui disposizioni di cui agli articoli 21, 22 e 23 regolano le modalità semplificate di convocazione delle assemblee, lo svolgimento delle votazioni e la costituzione dei seggi elettorali. In particolare, l'articolo 22, comma 4, stabilisce che in ciascuna classe, subito dopo la conclusione dell'assemblea, debba essere costituito un seggio elettorale onde facilitare e rendere rapide le operazioni di voto, di scrutinio e di proclamazione degli eletti. Al contrario, l'articolo 22, comma 5, prevede che per l'elezione dei rappresentanti degli studenti in seno al consiglio di istituto sia la commissione elettorale dell'istituto a provvedere alla riassunzione dei voti e alla proclamazione (fattispecie limitata al rinnovo annuale e non dell’intero organo). È pertanto di tutta evidenza che la proclamazione dei rappresentanti dei genitori spetta ai singoli seggi elettorali nel caso dei rappresentanti di classe, intersezione e interclasse, nello specifico al Presidente del seggio al termine dello spoglio, con contestuale effettuazione dell'eventuale sorteggio in caso di parità di voti. Le operazioni elettorali e la proclamazione sono formalizzate nel verbale di seggio, atto pubblico che deve essere tempestivamente trasmesso al Dirigente Scolastico. Dal punto di vista della sequenza amministrativa, occorre, dunque, operare una netta distinzione tra la fase della proclamazione degli eletti e la successiva fase di emanazione del decreto di nomina. L'articolo 47 dell'O.M. 215/1991 dispone che la seconda fase procedimentale, rientra nella competenza esclusiva del Dirigente Scolastico, il quale, ricevuti i verbali e verificatane la regolarità, adotta il formale provvedimento di nomina. In riscontro alla prassi amministrativa e alla legittimità dell'atto, si conferma la piena ammissibilità dell'emanazione di un unico decreto di nomina cumulativo che raccolga gli eletti di tutte le classi, sezioni e plessi dell'Istituto Comprensivo, a condizione che nel preambolo dell'atto siano espressamente richiamati i riferimenti protocollari e le date dei singoli verbali di seggio di ciascun plesso, garantendo così il rispetto dell'obbligo di motivazione dell'atto amministrativo ex articolo 3 della Legge 241/1990. Per quanto riguarda le concrete modalità di notifica e diffusione del provvedimento, il doveroso contemperamento tra gli obblighi di pubblicità e la tutela della riservatezza, si raccomanda l'applicazione del principio di minimizzazione dei dati personali sancito dall'articolo 5, paragrafo 1, lettera c) del Regolamento UE 2016/679 (GDPR), affiancato dall'articolo 2-ter del Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196 (Codice Privacy), come novellato dal D.Lgs. 101/2018 e dal D.L. 139/2021, nonché dalle prescrizioni contenute nel Vademecum del Garante Privacy "La scuola a prova di privacy" (Edizione 2023 e seguenti). A tal fine, nel rispetto della massima tutela della riservatezza e dell'essenzialità del dato, si consiglia fortemente di formalizzare le modalità di pubblicazione nel modo seguente: il decreto unico di nomina sarà pubblicato all'Albo online dell'Istituto, ma a tale atto non verrà allegato alcun elenco dei membri eletti, evitando così la diffusione indistinta in rete dei nominativi. Parallelamente, sulle altre sezioni del sito web istituzionale dell'Istituto non verrà pubblicata alcuna informazione o elenco relativo agli eletti. La conoscibilità degli eletti sarà invece garantita mediante la formale affissione degli elenchi nominativi esclusivamente all'interno della bacheca cartacea della scuola e dei singoli plessi, per un periodo di tempo limitato. Inoltre, al fine di assicurare la conoscenza puntuale da parte dei soli soggetti direttamente interessati, gli elenchi completi dei rappresentanti nominati saranno resi consultabili all'interno dell'area riservata del Registro Elettronico, accessibile in modalità protetta dai soli genitori e alunni abilitati tramite identità digitale SPID o CIE (ex art. 51 del DDL Semplificazioni - Legge n. 182/2025, che modifica l'art. 7, comma 31, del D.L. n. 95/2012). Se la pubblicazione in cartaceo è troppo gravosa, perché ormai desueta nella scuola, basta la pubblicazione sul registro. In conclusione, la procedura si perfeziona con la proclamazione redatta a verbale dal seggio, a cui segue l'adozione da parte del Dirigente Scolastico di un unico decreto di nomina per l'intero Istituto ex art. 47 O.M. 215/1991. Per la fase pubblicitaria si consiglia di tenere conto dell'art. 5 del GDPR e all'art. 2-ter del Codice Privacy, limitando l'affissione degli elenchi alla bacheca cartacea e alla consultazione protetta sul Registro Elettronico riservato, escludendo qualsiasi allegato nominativo dall'Albo online e omettendo ogni pubblicazione sul sito web dell'istituto.

    Data di pubblicazione: 23/10/2026

  • Requisiti per la fruizione dei permessi Legge 104 nell’assistenza a un affine di terzo grado...
  • L’ art. 33, comma 3 della legge 104/92, prevede che il lavoratore dipendente, pubblico o privato, ha diritto a fruire di tre giorni di permesso mensile retribuito coperto da contribuzione figurativa, anche in maniera continuativa, per assistere una persona con disabilità in situazione di gravità, che non sia ricoverata a tempo pieno, rispetto alla quale il lavoratore sia coniuge, parte di un'unione civile ai sensi dell'articolo 1, comma 20, della legge 20 maggio 2016, n. 76, convivente di fatto ai sensi dell'articolo 1, comma 36, della medesima legge, parente o affine entro il secondo grado. In caso di mancanza o decesso dei genitori o del coniuge o della parte di un'unione civile o del convivente di fatto, ovvero qualora gli stessi siano affetti da patologie invalidanti o abbiano compiuto i sessantacinque anni di età, il diritto è riconosciuto a parenti o affini entro il terzo grado della persona con disabilità in situazione di gravità. Per l’appunto lo zio della moglie ai sensi dell’art. 75 del C.C. in linea collaterale è di terzo grado quindi, il diritto ai tre giorni di permesso rientra nelle eccezioni di cui sopra e, solo a condizione di mancanza o decesso dei genitori o del coniuge o della parte di un'unione civile o del convivente di fatto ( della persona da assistere), ovvero qualora gli stessi siano affetti da patologie invalidanti o abbiano compiuto i sessantacinque anni di età. La Funzione Pubblica con la circolare 13/2010, a prescindere dall’età anagrafica over sessantacinque, ha definito come devono essere dimostrate le relative condizioni. L’espressione “mancanti”, è intesa non solo come situazione di assenza naturale e giuridica (celibato o stato di figlio naturale non riconosciuto), ma deve ricomprendere anche ogni altra condizione ad essa giuridicamente assimilabile, continuativa e debitamente certificata dall’autorità giudiziaria o da altra pubblica autorità, quale: divorzio, separazione legale o abbandono, risultanti da documentazione dell’autorità giudiziaria o di altra pubblica autorità. Mentre, nel merito della definizione di “patologie invalidanti”, nella documentazione sanitaria che deve essere allegata alla domanda, invece, devono essere prese in considerazione le sole patologie a carattere permanente indicate dall’articolo 2, comma 1, lettera d), numeri 1, 2 e 3 del Decreto Interministeriale n. 278 del 21 luglio 2000 . L' interpello Ministero del Lavoro n. 19 del 26 giugno 2014 ha chiarito che il parente o affine entro il terzo grado può fruire dei permessi anche qualora le condizioni sopra descritte si riferiscano ad uno solo dei soggetti menzionati dalla norma (genitori o il coniuge della persona da assistere) in quanto, il legislatore utilizza la congiunzione disgiunta. Per fruire dei citati permessi non è prevista la stessa residenza. La Funzione Pubblica, con il parere n. 13/2008, ha ulteriormente precisato che la circostanza che tra i parenti del disabile vi siano altri soggetti che possono prestare assistenza non esclude la fruizione dell’agevolazione da parte del lavoratore se questi non chiedono o fruiscono dei permessi (eventualmente perché non impiegati). In tale ottica si menziona l’orientamento della Corte di Cassazione, sez. lav., nella decisione 20 luglio 2004, n. 13481: ”Si deve concludere che né la lettera, né la ratio della legge escludono il diritto ai permessi retribuiti in caso di presenza in famiglia di persona che possa provvedere all’assistenza”. Conclusivamente, in risposta al quesito e, per quanto evidenziato, considerato che lo zio non è coniugato ed i genitori sono deceduti, sussistono i presupposti per la concessione dei permessi per assistenza a parente o affine di terzo grado, essendo ininfluente la presenza della sorella del familiare da assistere. Pertanto, ln docente a tempo indeterminato che ha lo zio della moglie in condizioni di gravità con L. 104 art. 3 c. 3 può utilizzare i giorni di permesso in quanto il familiare in questione non è coniugato e i genitori sono deceduti.

    Data di pubblicazione: 23/10/2026

  • Organigramma e funzionigramma: si pubblicano con o senza nomi e cognomi delle persone?
  • Si chiede se sia legittima la pubblicazione sul sito della scuola dell'organigramma del personale Ata - assistenti amministrativi- con i nominativi...

    Data di pubblicazione: 23/10/2026

  • Rifiuto dei genitori di utilizzare l’identità digitale per accedere al registro elettronico: quali iniziative può adottare la scuola?
  • Ho ricevuto da una genitrice la richiesta di "modalità alternative" all'accesso con identità digitale al registro elettronico e al libretto web in quanto nessuno...

    Data di pubblicazione: 23/10/2026

  • Contratti per ore eccedenti e attività alternative all’IRC: individuazione del termine di scadenza...
  • La nota MIM prot. n. 11814 del 06/05/2026 che detta le istruzioni operative per l'anno scolastico 2026/2027 ha stabilito che, in tutti i casi in cui si dia luogo alla individuazione di docenti per lo svolgimento delle attività alternative, “la durata del contratto dovrà essere limitata al periodo di effettiva permanenza delle esigenze di servizio”. La suddetta novità è stata già recepita dal “MANUALE UTENTE Ed. 3 Rev.44/25-08-2026 Gestione rapporti di lavoro/indennità di maternità in cooperazione applicativa” disponibile sulla dashboard della piattaforma SIDI, p. 265, là dove si legge che in relazione alla: “Data termine della supplenza, obbligatoria nel formato gg/mm/aaaa la funzionalità controlla che : • sia maggiore o uguale alla data inizio; • sia minore della data termine supplenza già presente; • sia minore o uguale del 30/06 dell’anno scolastico di fatto del servizio per i servizi N11, N23, N25 e N33 per personale DOC, ATA e PED; […]”. Si tenga presente che il codice SIDI N23 individua il “servizio a temporanea fino al termine delle attività didattiche attività alternative all’IRC” mentre il codice SIDI N25 il “servizio per ore aggiuntive attività alternative all’IRC”, reso dal personale docente oltre il proprio orario d’obbligo. Le due tipologie di incarico sono equiparate, all'interno del Manuale e ciò significa che per entrambe è possibile inserire quale termine quello delle lezioni, termine di riferimento per le supplenze non annuali a copertura delle disponibilità esistenti all'interno della scuola. Si suggerisce di verificare che anche il gestionale di segreteria sia allineato alla novità soprariportata. Da ultimo, che il termine da apporre ai contratti in questione debba coincidere con il termine delle lezioni e non con il 30 giugno è stato reso evidente dalla nota USR Veneto prot. n. 32541 del 19/10/2026 “Indicazioni operative per la nomina dei docenti per le attività alternative all’insegnamento della Religione Cattolica - a.s.2026/27 – Rettifica scadenza durata contratti”. Ivi si legge infatti: “A rettifica di quanto previsto nella nota di questa Direzione AOODRVE n.30521 del 30 settembre 2026 ed in particolare nella parte relativa alle “Modalità di individuazione dei docenti e di pagamento delle ore alternative all’IRC”, si comunica che la retribuzione delle ore decorre dalla data di inizio delle attività e dovrà essere limitata al periodo di effettiva permanenza delle esigenze di servizio, ovverosia fino al termine delle lezioni, così come previsto dalla circolare MIM sulle supplenze AOODGPER n.11814 del 06 maggio 2026.”

    Data di pubblicazione: 22/10/2026

  • Affidamento dei servizi per viaggi di istruzione, campus sportivi e stage linguistici: considerarle categorie autonome determina rischi di contenzioso?
  • In merito alla gestione dei viaggi di istruzione, tema ampiamente dibattuto, riscontro opinioni e interpretazioni contrastanti. Nello specifico, per il corrente...

    Data di pubblicazione: 22/10/2026

  • Trattenimento in servizio del personale ATA al raggiungimento dei limiti di età in assenza del requisito contributivo minimo per la pensione: obblighi e possibilità di proroga
  • Nel caso prospettato, a nostro avviso, non è possibile autorizzare il trattenimento in servizio fino a 77 anni per consentire il raggiungimento dei venti anni di contribuzione. La circolare MIM prot. n. 24818 del 24 settembre 2026, nel richiamare l’art. 509, comma 3, del d.lgs. n. 297/1994 e la sentenza della Corte costituzionale n. 125/2026, conferma che la prosecuzione del servizio per raggiungere il minimo contributivo resta soggetta a un limite massimo di età. La Corte ha superato il limite rigido dei settant’anni esclusivamente per consentirne l’adeguamento agli incrementi della speranza di vita: non ha riconosciuto il diritto a permanere in servizio senza limiti fino alla maturazione della pensione. Nel quadro applicabile al 2027, il limite è di 71 anni e un mese, fatti salvi i successivi adeguamenti normativi. Inoltre, il paragrafo 2.3.1 della circolare della Funzione pubblica n. 2 del 19 febbraio 2015 chiarisce che il trattenimento per insufficienza contributiva è consentito quando la prosecuzione del rapporto permetta di raggiungere il requisito minimo entro il limite massimo previsto. Se ciò non è possibile, l’amministrazione deve risolvere il rapporto di lavoro, anche in assenza di un trattamento pensionistico. Tanto premesso, sulla base dei dati indicati - dieci anni complessivi di contribuzione e necessità di ulteriori dieci anni per maturare il diritto - non sussistono i presupposti neppure per un trattenimento più breve, ad esempio fino a 69 anni, poiché tale permanenza non consentirebbe comunque di conseguire il minimo pensionabile entro il limite massimo consentito. La semplice richiesta del dipendente non è sufficiente a giustificare la proroga per questa finalità. L'istituzione scolastica dovrà acquisire preventivamente dall’INPS la verifica della posizione assicurativa complessiva, inclusi eventuali contributi presso altre gestioni e periodi ulteriormente valorizzabili. Qualora sia confermata l’impossibilità di maturare il diritto a pensione entro il limite massimo di permanenza, dovrà procedere alla cessazione per raggiunti limiti di età. Cordiali saluti

    Data di pubblicazione: 22/10/2026

  • Permessi retribuiti ex Legge 104/1992 per assistenza a familiare con disabilità grave: quantificazione spettante in regime di part-time verticale del personale docente...
  • Per quanto concerne l’utilizzo dei permessi di cui all’art. 33, comma 3 della legge 104/92, in caso di part-time verticale, la Cassazione, con le Sentenze n. 4069 del 20 febbraio 2018 e n. 22925 del 29 settembre 2017, ha affermato che i tre giorni di permesso non si riproporzionano in caso di part-time superiore al 50%. Ad avviso della Suprema Corte appare ragionevole distinguere l’ipotesi in cui la prestazione di lavoro part-time sia articolata sulla base di un orario settimanale che comporti una prestazione per un numero di giornate superiore al 50% di quello ordinario, da quello in cui comporti una prestazione per un numero di giornate di lavoro inferiori, o addirittura limitata solo ad alcuni periodi nell’anno e riconoscere, solo nel primo caso, stante la pregnanza degli interessi coinvolti e l’esigenza di effettività di tutela del disabile, il diritto alla integrale fruizione dei permessi previsti dall’art. 33 della Legge n. 104/1992. L’ARAN, con l’O.A. CFC34 del 25 novembre 2019, ha affermato che l’orientamento espresso dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 22925/2017, ribadito anche nella sentenza n. 4069 del 20/02/2018, in tema di permessi ex Legge n. 104/1992, per l’autorevolezza della fonte rappresenti un indirizzo applicativo concreto e fattuale. Fermo restando, quindi, il generale obbligo di riproporzionamento nei casi di rapporto di lavoro a tempo parziale, in considerazione della natura di strumento di politica socio-assistenziale del permesso riconosciuto per l’assistenza alla persona con grave disabilità, a parere della Suprema Corte non va operato il riproporzionamento dei tre giorni di permesso ex art. 33 della Legge n. 104/1992 nei confronti del lavoratore con contratto in part-time verticale che effettui prestazione lavorativa per un numero di giornate superiori al 50% rispetto all’ordinario orario lavorativo in regime di full time. L’INPS, con la Circolare n. 45 del 19 marzo 2021 citata nel quesito, ha fornito chiarimenti in merito alle formule di calcolo da applicare ai fini del riproporzionamento dei tre giorni di permesso mensile, di cui all’art. 33 della Legge 5 febbraio 1992, n. 104, nei casi di rapporto di lavoro part-time di tipo verticale e di tipo misto con attività lavorativa part-time superiore al 50%. La stessa ARAN con l’O.A. 15 giugno 2021 CIRS84, ha ratificato il precedente orientamento e l’interpretazione della Suprema Corte di Cassazione nella citata sentenza 2295 del 2017. Al riguardo possono essere consultate le seguenti circolari: Circolare 34 del 10 luglio 2000 dell’INPDAP (punto 8); Circolare 133 del 17 luglio 2000 dell’INPS in cui al punto 3.2 Circolare 100 del 24 luglio 2012 dell’INPS in cui al punto 4, lett. a), messaggio INPS n. 3144 del 7/08/2018. Ciò premesso, nel caso di specie part time verticale 12 ore settimanali su 24 complessive previste dal CCNL di comparto, articolate su 3 giornate lavorative rispetto alle 5 previste per il tempo pieno a nostro parere i tre giorni non possono essere riproporzionati. La citata giurisprudenza della Cassazione e richiamata anche nel parere ARAN fa specifico riferimento a un orario settimanale che comporti una prestazione per un numero di giornate superiore al 50% di quello ordinario.

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