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    Data di pubblicazione: 06/11/2026

  • Docente in part-time e attività libero-professionale nei confronti di un alunno dello stesso istituto: sussiste incompatibilità?
  • L'autorizzazione ad incarichi extraistituzionali o all'esercizio di libera professione deve valutare l'insussistenza di situazioni di conflitto di interessi anche potenziale. La P.A. deve verificare ex ante la sussistenza di eventuali conflitti di interessi in capo al dipendente pubblico Infatti, in tutti i casi di conferimento di incarichi retribuiti ai dipendenti pubblici, la P.A. è tenuta a verificare necessariamente "ex ante" le situazioni, anche solo potenziali, di conflitto di interessi, al fine di assicurare il più efficace rispetto dell'obbligo di esclusività, funzionale al buon andamento, all'imparzialità e alla trasparenza dell'azione amministrativa, ne consegue che il privato conferente l'incarico e il dipendente pubblico, anche se in part-time, hanno entrambi comunque l'obbligo di comunicare al datore il conferimento dell'incarico onde consentire all'ente di concedere la relativa autorizzazione previa valutazione dell'assenza di una possibile situazione di conflitto di interessi dell'incarico con l'attività lavorativa. (Cassazione civile sez. II, 07/04/2023, n.9552) La Corte di Cassazione (Sez. Lavoro, 29/03/2023, n. 8846) ha specificato che è necessaria “una previa verifica puntuale, di volta in volta, in ordine alla insussistenza di situazioni di conflitto d'interessi nell'attività espletata all'esterno e dell'impegno, in termini di energie intellettuali e lavorative, richiesto al proprio dipendente”. Sempre la Suprema Corte (Sez. Lavoro, 03/08/2021, n. 22188) ha, ulteriormente, chiarito che nei casi di incompatibilità o conflitto “non occorre valutare l'esistenza di riflessi negativi sul rendimento e sull'osservanza dei doveri d'ufficio, essendo sufficiente, per la preminenza dell'interesse pubblico, la mera potenzialità del conflitto”. Quindi, trattandosi di pedagogista, l’autorizzazione all’esercizio della libera professione avrebbe dovuto essere condizionata nel senso che la docente deve evitare situazioni che coinvolgono alunni della scuola ove presta servizio. Alla luce del quadro normativo e giurisprudenziale richiamato, si ritiene l'incarico, così come ora svolto, incompatibile poiché, pur non essendo l'alunno nella classe diretta della docente, la contestuale presenza nel istituto comprensivo e la partecipazione al GLO determina una sovrapposizione di ruoli tra docente dell'istituto e professionista privata, la quale genera un conflitto di interessi quanto meno potenziale ed evidenti ragioni di convenienza ai sensi dell'articolo 7 del D.P.R. 62 del 2013. Pertanto, a nostro avviso, la contemporanea sussistenza del rapporto di lavoro con l’istituzione scolastica e di un rapporto professionale privato con la famiglia di un alunno dello stesso istituto configura una situazione di conflitto di interessi, anche potenziale, ai sensi degli artt. 3, 6 e 7 del DPR 62/2013. Si ritiene, quindi, che l’autorizzazione all’esercizio della libera professione debba essere rettificata nel senso suesposto inserendo il divieto di svolgere incarichi professionali che integrino un conflitto di interessi anche a livello potenziale.

    Data di pubblicazione: 06/11/2026

  • Strumenti di IA per studenti con disabilità: prevale il diritto all’inclusione o il divieto previsto dal regolamento d’istituto?
  • Scrivo in qualità di dirigente scolastico di una scuola secondaria di secondo grado. Attualmente, in una classe quarta, è presente un alunno ipovedente grave...

    Data di pubblicazione: 06/11/2026

  • Compatibilità degli incarichi extraistituzionali per i docenti con contratto a tempo determinato...
  • Nel caso di specie trattandosi di contratto 10/18 ( e quindi superiore al 50%) si applica in toto la normativa sull’incompatibilità. L’art. 53, primo comma, del D.Lgs. n. 165 del 2001 prevede che resta ferma per tutti i dipendenti pubblici la disciplina delle incompatibilità dettata dagli articoli 60 e seguenti del Testo Unico approvato con d.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3. Più specificamente il comma 6 dell’art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001 prevede che la normativa in materia di incompatibilità disciplinata dal medesimo articolo si applica ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche con esclusione dei dipendenti con rapporto di lavoro a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al 50% di quella a tempo pieno, oltre che dei docenti universitari a tempo definito e delle altre categorie di dipendenti pubblici ai quali è consentito da disposizioni speciali lo svolgimento di attività libero professionali. Per quanto concerne i profili della incompatibilità, ricordiamo che già la Circolare n. 3 del 19 febbraio 1997 del Dipartimento della Funzione Pubblica, aveva chiarito che le attività consentite sono un’eccezione rispetto al prevalente e generale principio di incompatibilità, con la conseguenza che il potere di autorizzazione delle amministrazioni deve essere esercitato secondo criteri oggettivi e idonei a verificare la compatibilità dell’attività extra istituzionale in base alla natura della stessa, alle modalità di svolgimento e all’impegno richiesto. Conseguentemente, le attività extra istituzionali sono da considerarsi incompatibili quando oltrepassano i limiti della saltuarietà e occasionalità. A chiusura dei lavori del tavolo tecnico, a cui hanno partecipato il Dipartimento della Funzione Pubblica, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, l'ANCI e l'UPI, avviato ad ottobre 2013 in attuazione di quanto previsto dall'intesa sancita in Conferenza unificata il 24 luglio 2013, è stato formalmente approvato il documento contenente "Criteri generali in materia di incarichi vietati ai pubblici dipendenti". Nel documento viene precisato che sono da considerare vietati ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche a tempo pieno e con percentuale di tempo parziale superiore al 50% (con prestazione lavorativa superiore al 50%) gli incarichi che presentano le caratteristiche della abitualità e professionalità nonché che si presentano in conflitto di interessi. Sono da considerare vietati ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche con percentuale di tempo parziale pari o inferiore al 50% (con prestazione lavorativa pari o inferiore al 50%) gli incarichi che comunque presentano le caratteristiche del conflitto di interessi. L'incarico presenta i caratteri della professionalità laddove si svolga con i caratteri della abitualità, sistematicità/non occasionalità e continuità, senza necessariamente comportare che tale attività sia svolta in modo permanente ed esclusivo (art. 5, d.P.R. n. 633 del 1972; art. 53 del d.P.R. n. 917 del 1986; Cass. civ., sez. V, n. 27221 del 2006; Cass. civ., sez. I, n. 9102 del 2003). Sono vietati anche gli incarichi che, pur rientrando nelle ipotesi di deroga dall'autorizzazione di cui all'art. 53, comma 6, del d.lgs. n. 165/2001, presentano una situazione di conflitto di interesse. In generale, tutti gli incarichi che presentano un conflitto di interesse per la natura o l'oggetto dell'incarico o che possono pregiudicare l'esercizio imparziale delle funzioni attribuite al dipendente. La valutazione operata dall'amministrazione circa la situazione di conflitto di interessi va svolta tenendo presente la qualifica, il ruolo professionale e/o la posizione professionale del dipendente, la sua posizione nell'ambito dell'amministrazione, la competenza della struttura di assegnazione e di quella gerarchicamente superiore, le funzioni attribuite o svolte in un tempo passato ragionevolmente congruo. La valutazione deve riguardare anche il conflitto di interesse potenziale, intendendosi per tale quello astrattamente configurato dall'art. 7 del d.P.R. n. 62/2013. Ricordiamo che l'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001, al comma 6, disciplina i seguenti incarichi per i quali non è richiesta la preventiva autorizzazione tra i quale la lett. f-bis) prevede l’ attività di formazione diretta ai dipendenti della Pubblica Amministrazione, nonché di docenza e di ricerca scientifica. L'incarico di cui al quesito rientrerebbe nella lett. f-bis) "docenza e ricerca scientifica" in quanto trattasi di attività di docenza presso una Università. Ad ogni modo, nel documento sui "Criteri generali" sopra citato viene precisato che gli incarichi, ivi compresi quelli rientranti nelle ipotesi di deroga dall'autorizzazione di cui all'art. 53, comma 6, del d.lgs. n. 165/2001, che interferiscono con l'attività ordinaria svolta dal dipendente pubblico in relazione al tempo, alla durata, all'impegno richiestogli, tenendo presenti gli istituti del rapporto di impiego o di lavoro concretamente fruibili per lo svolgimento dell'attività; la valutazione va svolta considerando la qualifica, il ruolo professionale e/o la posizione professionale del dipendente, la posizione nell'ambito dell'amministrazione, le funzioni attribuite e l'orario di lavoro. Sono altresì incompatibili: - gli incarichi che si svolgono durante l'orario di ufficio o che possono far presumere un impegno o una disponibilità in ragione dell'incarico assunto anche durante l'orario di servizio, salvo che il dipendente fruisca di permessi, ferie o altri istituti di astensione dal rapporto di lavoro o di impiego; - gli incarichi che, aggiunti a quelli già conferiti o autorizzati, evidenziano il pericolo di compromissione dell'attività di servizio, anche in relazione ad un eventuale tetto massimo di incarichi conferibili o autorizzabili durante l'anno solare, se fissato dall'amministrazione. Pertanto, l'incarico in questione rientra tra quelli non soggetti ad autorizzazione, fermo restando che detto incarico dovrà essere vietato allorchè interferisca con l'attività ordinaria del docente secondo le indicazioni fornite nel Documento e sopra riportate. Ribadiamo, infatti, che sono preclusi gli incarichi, pur rientranti nelle ipotesi di deroga dall'autorizzazione di cui all'art. 53, comma 6, del D.Lgs. n. 165/2001, che interferiscono con l'attività ordinaria svolta dal dipendente pubblico in relazione al tempo, alla durata, all'impegno richiestogli, tenendo presenti gli istituti del rapporto d’impiego o di lavoro concretamente fruibili per lo svolgimento dell'attività. Nei casi di co.co.co. la incompatibilità in via generale con lo status di dipendente pubblico a tempo pieno trova conferma, a parere di chi scrive, anche alla luce di quanto affermato dalla Funzione Pubblica nel Parere n. 182 del 18 novembre 2003 avente ad oggetto "incarico di collaborazione coordinata e continuativa a dipendente pubblico" in cui viene testualmente affermato "venendo alla natura della prestazione, in relazione al quesito posto, occorre valutare i singoli elementi che la costituiscono. Da tale riflessione, infatti, emerge come la realizzazione di un programma, di un progetto o di una sua fase, rispetto alla quale il prestatore si obbliga a conseguire il risultato pattuito, comporta, generalmente, un impegno rilevante se caratterizzato dalla continuità dell'azione e, quindi, con conseguente sensibile sottrazione di energie lavorative all'attività che il dipendente della pubblica amministrazione deve rendere, con carattere di esclusività, a favore del suo datore di lavoro, tale da far supporre che possa risultare prevalente rispetto a quest'ultima o, comunque, di tale intensità, quanto ad impegno profuso ed energie dedicate, da apparire inconciliabile con le obbligazioni dedotte nell'ambito del rapporto di lavoro in atto con l'amministrazione. Anche l'aspetto economico deve risultare attentamente monitorato, in quanto un tale impegno dovrà risultare adeguatamente remunerato, venendosi, così, a realizzare un ulteriore elemento paradigmatico tra quelli individuati, dalla Corte dei Conti, come sintomatico della situazione di incompatibilità". Ciò premesso, in merito al quesito posto, si ribadisce che l'incarico di docenza in questione rientra in via generale tra quelli non soggetti ad autorizzazione, fermo restando che detto incarico è vietato allorchè interferisca con l'attività ordinaria del docente secondo le indicazioni fornite nel Documento e sopra riportate. Ribadiamo, altresì, che sono preclusi gli incarichi, pur rientranti nelle ipotesi di deroga dall'autorizzazione di cui all'art. 53, comma 6, del D.Lgs. n. 165/2001, che interferiscono con l'attività ordinaria svolta dal dipendente pubblico in relazione al tempo, alla durata, all'impegno richiestogli, tenendo presenti gli istituti del rapporto d’impiego o di lavoro concretamente fruibili per lo svolgimento dell'attività. Se è stata richiesta autorizzazione allo svolgimento di detta docenza l'Amministrazione deve valutarne la compatibilità. Non c'è un limite preciso di ore ma ai fini della incompatibilità si deve valutare se trattasi di un impegno che non interferisca con l'attività ordinaria svolta dal dipendente pubblico in relazione al tempo, alla durata, all'impegno richiestogli, tenendo presenti gli istituti del rapporto di impiego o di lavoro concretamente fruibili per lo svolgimento dell'attività. A tal fine il DS potrà quindi chiedere ulteriori chiarimenti al docente su come verrebbe svolta l'attività presso l'Università in modo tale da valutarne la compatibilità con l'attività ordinaria a scuola.

    Data di pubblicazione: 06/11/2026

  • Vigilanza degli alunni nella fase di ingresso a scuola: obblighi contrattuali e responsabilità organizzative...
  • In apertura, occorre precisare che il disposto dell’art. 44, c. 7, CCNL comparto istruzione e ricerca 2019-2021 non dia adito a dubbi là dove dispone: “Per assicurare l’accoglienza e la vigilanza degli alunni, gli insegnanti sono tenuti a trovarsi in classe 5 minuti prima dell’inizio delle lezioni e ad assistere all’uscita degli alunni medesimi.” L’espresso riferimento al minutaggio anteriore all’inizio delle lezioni rende evidente come l’obbligo di vigilanza da parte del personale docente in servizio non possa ritenersi circoscritto alla durata della lezione frontale e al tempo stesso che il medesimo personale debba trovarsi in classe con anticipo rispetto all’avvio dell’attività didattica proprio per garantire l’adempimento di quell’obbligo e senza che la durata della lezione ne venga incisa. La citata disposizione intende proprio assicurare che l’afflusso alle aule possa svolgersi in sicurezza e le lezioni iniziare all’orario stabilito, intestando ai docenti della prima ora l’obbligo di vigilanza sugli alunni a partire da cinque minuti prima dell’avvio delle attività. Si ritiene pertanto che la posizione sindacale non sia condivisibile sul piano giuridico nella parte in cui afferma che i docenti "non sono ancora in servizio" nei cinque minuti precedenti l'inizio delle lezioni. Quei cinque minuti costituiscono proprio il segmento temporale che il contratto destina all'accoglienza e alla vigilanza. In altri termini la norma non individua quei 5 minuti come tempo "privato" o sottratto al servizio. Al contrario, sono tempo di lavoro; sono finalizzati all'accoglienza e alla vigilanza; costituiscono un obbligo di servizio. Il vero punto debole dell'assetto organizzativo descritto, quindi, non è l'anticipo di cinque minuti dell'ingresso, bensì la mancata formalizzazione degli orari delle due campanelle (la prima deve suonare alle 8.25 per consentire l’afflusso degli alunni e garantire l’inizio tempestivo delle lezioni e la seconda alle 8.30 per segnare quel momento) e la assenza di una motivazione espressa alla base delle differenze organizzative tra i plessi. È quindi su questi due aspetti che occorrerebbe intervenire con un aggiornamento del regolamento d'istituto. Circa il primo profilo, un contributo di chiarezza all’interno di quest’ultimo provvedimento servirà a delineare al meglio i profili di responsabilità. Se la scuola dispone l'accoglienza alle 8.25, la vigilanza, a partire da quel momento, è incombenza della scuola. Operativamente essa grava: • sui docenti della prima ora; • sul personale ATA secondo il piano delle attività; • sull'istituzione scolastica nel suo complesso. Non può sostenersi che la vigilanza resti ai genitori mentre gli alunni sono già stati formalmente accolti dal personale scolastico. La giurisprudenza sul dovere di vigilanza tende infatti a valorizzare il momento della presa in consegna effettiva dell'alunno più che il semplice dato formale dell'orario di avvio delle lezioni. Circa l’esplicitazione, all’interno del medesimo regolamento, delle motivazioni alla base delle differenziazioni tra plessi, ferma restando l’intestazione dell’obbligo di vigilanza sui docenti a partire dai cinque minuti precedenti l’avvio delle lezioni, si osserva che l'autonomia organizzativa consente tali differenziazioni quando siano giustificate da: • caratteristiche degli edifici; • numero degli alunni; • accessi disponibili; • condizioni del traffico; • presenza di scuolabus; • conformazione degli spazi. Tuttavia tali differenze devono essere motivate, formalizzate e conosciute dalle famiglie. La contestazione sindacale può trovare un appiglio non tanto nella legittimità della prassi, quanto nell'assenza di una regolamentazione esplicita e motivata. Infine, si suggerisce di: - aggiornare il regolamento d'istituto inserendo gli orari delle due campanelle, formalizzando e motivando le modalità specifiche di ogni plesso, richiamando nel provvedimento l'obbligo contrattuale dei docenti di garantire accoglienza e vigilanza nei cinque minuti antecedenti l'inizio delle lezioni; - verificare la coerenza di tali previsioni con quanto indicato nel piano delle attività del personale ATA.

    Data di pubblicazione: 06/11/2026

  • È possibile differire il periodo di prova del collaboratore scolastico in pendenza di un procedimento disciplinare?
  • Nella mia scuola un collaboratore scolastico, che è stato assunto il 1 settembre a T.I., pertanto, alla data odierna, è ancora in periodo di prova, ha avuto un comportamento...

    Data di pubblicazione: 06/11/2026

  • Adozione di un libro di testo autoprodotto da una docente: conflitto di interessi, procedura da seguire e possibilità di remunerazione...
  • Come è stato sostenuto in altri pareri presenti in banca dati, la adozione dei libri di testo è demandata al collegio dei docenti ai sensi dell'art. 151 del D.lgs. n. 297/1994. Detto organo è chiamato a deliberarla sulla base delle proposte dei consigli di classe. In linea generale è da tenere presente che il R.D. n. 696/1934 fa divieto di adottare testi scolastici compilati (anche in veste di collaboratori) da personale investito di una funzione direttiva o ispettiva nelle scuole statali e non statali di scuola secondaria. Nulla dice però dei docenti ai quali l'art. 157 del D.lgs. n. 297/1994 fa comunque divieto di esercitare il commercio di libri di testo. L'esercizio del commercio è però giuridicamente diverso dalla pubblicazione di un testo che viene poi messo in commercio da una casa editrice. Pertanto in relazione al quesito, il collegio dei docenti, se lo ritiene opportuno, con adeguata motivazione può adottare testi di docenti in servizio nella scuola. Risulta tuttavia necessario che il docente, autore o collaboratore del testo proposto per l'adozione nella scuola in cui presta servizio, si astenga dal partecipare alla seduta nel momento in cui il presidente del consiglio di classe, prima, e del collegio dei docenti, poi, darà inizio all'esame del punto dell'ordine del giorno relativo all'adozione dei testi. Se invece la scuola intende avvalersi del lavoro e delle competenze della docente per dotare il percorso musicale di materiale didattico specifico, la procedura corretta implica che il materiale sia distribuito gratuitamente e che il compenso alla docente medesima venga erogato dalla istituzione scolastica. Utilizzando per analogia quanto previsto dall'art. 6, comma 1 della legge n. 128/2013 e dall'art. 15, comma 2-bis del D.L. n. 112/2008, convertito in legge n. 133/2008: • il collegio dei docenti può deliberare l'adozione di strumenti didattici alternativi, ivi compresi i materiali didattici digitali autoprodotti in coerenza con il PTOF; • tali opere devono essere rilasciate con una licenza che ne consenta la condivisione e la distribuzione gratuita, realizzandosi preferibilmente su piattaforme aperte, a favore degli studenti e dell'istituzione scolastica. La docente non può vendere le dispense agli alunni (né lo può fare la scuola) ma può essere retribuita dalla scuola per il lavoro di elaborazione del materiale didattico aggiuntivo destinato all'istituto, alle seguenti condizioni: 1. inclusione nel PTOF e delibera del collegio dei docenti. Il collegio dei docenti deve approvare un progetto per la produzione e l’utilizzo di materiali didattici autoprodotti per lo strumento musicale; 2. previsione di un compenso all’interno della contrattazione integrativa d'istituto. La contrattazione di istituto deve prevedere compensi a carico del Fondo per il Miglioramento dell'Offerta Formativa (FMOF) per attività aggiuntive funzionali all'insegnamento ivi compresa la produzione di materiale didattico; 3. incarico formale. Il dirigente scolastico conferisce alla docente un formale incarico retribuito per la redazione delle dispense didattiche; 4. gratuità per le famiglie e cessione d'uso alla scuola. Le dispense così prodotte diventano patrimonio didattico dell'istituto e vengono fornite a titolo completamente gratuito agli studenti (in formato digitale PDF o stampate a carico della scuola). In conclusione, si consiglia al dirigente di: • informare la docente dell'impossibilità di adottare o consigliare alle proprie classi il libro in commercio online, per via del divieto di commercio e del conflitto di interessi; • proporre la strada dell'autoproduzione. Se il materiale è didatticamente valido, è opportuno invitare il dipartimento relativo a presentare un progetto di dispense d'istituto da approvare in collegio dei docenti in vista del suo inserimento nel PTOF; • tenerne conto nella contrattazione integrativa di istituto. Il lavoro della docente deve essere retribuito come attività aggiuntiva, garantendo la totale gratuità del materiale per le famiglie degli studenti del percorso musicale. Infine, si può cogliere l’occasione per intraprendere una riflessione, all’interno del collegio dei docenti, sulla adozione di materiali autoprodotti anche con riferimento ad altre discipline, valutando, eventualmente, l’adesione alla avanguardia educativa INDIRE “Integrazione CDD/libri di testo”.

    Data di pubblicazione: 06/11/2026

  • Settimana corta in un istituto comprensivo articolato su più Comuni: organizzazione del servizio degli uffici di segreteria e del dirigente scolastico...
  • L’adozione del modello orario settimanale presenta sempre alcuni aspetti problematici, anche in considerazione del fatto che le esigenze delle famiglie sono sempre diversificate. I problemi aumentano se all’interno dello stesso istituto si decide di far convivere modelli diversi, che richiedono soluzioni organizzative diverse. Il quesito non contiene ragguagli circa le modalità con cui si è arrivati a tale decisione, se non che la decisione è stata deliberata dagli organi collegiali d’istituto. Quando si tratta di adottare un particolare modello orario le norme prevedono che si debbano interpellare le famiglie prima di prendere una decisione del genere, lo prevede l’art. 3 del DPR 275/1999 e anche la Nota ministeriale 8069, del18/12/2025, relativa alle iscrizioni per i prossimo anno scolastico, ricorda al paragrafo 1.1: “Il modello di iscrizione riporta tutte le possibili articolazioni dell’orario settimanale, previste dall’art.4 del D.P.R. n. 89/2009 e dal D.I. n.176/2022, in quanto la scelta del tempo scuola viene esercitata dalle famiglie. Per fornire un’adeguata informazione alle famiglie le istituzioni scolastiche, nella personalizzazione del modello, possono aggiungere una nota informativa.”. Quanto riportato è importante al fine di capire quali siano i soggetti deputati a determinare le scelte relative al modello orario. Quindi gli organi collegiali, e nel caso specifico il consiglio d’istituto, formalizzano la scelta finale dopo aver interpellato le famiglie ed aver accertato i loro desiderata. In alcune situazioni, invece, la scelta viene impropriamente assunta dal collegio docenti, che opera come se fosse il vero organo politico dell’istituto. Nel comune B si è invece adottato nella scuola secondaria di primo grado il modello a tempo prolungato, ma si è ridotta l’unità oraria d’insegnamento e la riduzione viene recuperata attraverso un sabato al mese di lezione. Anche in questo caso sarebbe stato necessario un pronunciamento delle famiglie, ma non è possibile sapere se ci sia stato o meno, o se anche in questo caso il collegio docenti l’abbia fatta, sempre impropriamente, “da padrone”. Sta di fatto che il servizio del sabato richiede l’apertura della segreteria. A questo punto si pone il problema delle ferie. La norma contrattuale prevede che ai dirigenti scolastici spettino 32 giorni di ferie, più 4 giorni di recupero festività soppresse, in caso di distribuzione dell’orario settimanale di lavoro su sei giorni. Le ferie scendono a 28 giorni, più 4 giorni di recupero festività soppresse, in caso di distribuzione dell’orario settimanale di lavoro su cinque giorni. In entrambi i casi descritti nel quesito, sia nel comune A che nel comune B, è stata deliberata la riduzione della settimana lavorativa a cinque giorni. L’introduzione dell’unico sabato di lezione al mese non modifica l’impianto generale, costituisce soltanto la modalità con cui si è deciso di recuperare le frazioni orarie non lavorate nel corso delle restanti giornate del mese, in applicazione dell’art. 43, comma 7, del CCNL di comparto 2019/21. Pertanto le ferie spettanti al dirigente scolastico ammontano a 28 giorni + 4 festività soppresse.

    Data di pubblicazione: 06/11/2026

  • Personale ATA: condizioni per il riconoscimento della riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali...
  • La questione del potenziale diritto alla riduzione oraria settimanale consiste nel riconoscimento o meno del requisito soggettivo dell’aggravio di lavoro derivante dall’adozione di turni che comportino “significative oscillazioni degli orari individuali, rispetto all’orario ordinario” (CCNL di comparto 2007, art. 55, comma 1). Dall’analisi del prospetto orario allegato risulta che la maggioranza dei collaboratori scolastici godano di un orario sostanzialmente fisso per l’intero anno, e caratterizzato soltanto da una leggera modifica nell’inizio del turno, che varia dalle 08.00 alle 08.30. I restanti collaboratori scolastici sono impegnati nei turni pomeridiani, anche in questo caso per l’intero anno scolastico. I pochi turni serali sono organizzati in applicazione della flessibilità oraria, attraverso uno slittamento orario del turno di servizio. Appare quindi piuttosto azzardato ritenere che il Piano delle attività del personale ATA, così come è stato strutturato, comporti un particolare aggravio degli obblighi di lavoro. A questo va aggiunto che la Ragioneria Generale dello Stato del MEF, con Nota 73072 del 6 giugno 2006, ha stabilito che: “In ordine alla predetta fattispecie, si ritiene che la possibilità di usufruire delle 35 ore settimanali non può che essere limitata al solo personale effettivamente adibito a regimi di orario articolato su turni o coinvolto in sistemi di orario caratterizzati da significative oscillazioni degli orari individuali e che la riduzione non vada, invece, estesa in forma generalizzata. Parimenti la riduzione di orario non può essere prevista per il personale che effettua un turno fisso o che solo sporadicamente effettua qualche rientro pomeridiano.”. L’organizzazione sindacale scrivente ritiene invece che in questo modo siano rilevabili significative oscillazioni degli orari individuali. Potrebbero essere di parere contrario i revisori dei conti, che esercitano il controllo anche su questi aspetti. Appare pertanto utile avere un’interlocuzione con l’organo di controllo e verificare il suo orientamento prima di predisporre una risposta negativa argomentata alla richiesta sindacale. Altrettanto utile potrebbe risultare una verifica delle posizioni degli altri componenti la parte sindacale.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Assenze del docente titolare intervallate da permessi Legge 104: effetti sulla durata del contratto del supplente...
  • Gentile utente, nel caso sottoposto il supplente ha diritto alla proroga del contratto per continuità didattica, se l'assenza del titolare è continuativa, a prescindere dalla diversa giustificazione dell'assenza stessa. La norma di riferimento è l'art. 14 comma 11 dell'O.M. 27\2026 che ha disciplinato l'aggiornamento delle graduatorie provinciali e di istituto per il biennio 2026\2028 e che dettato disposizioni per le relative supplenze. Nell'art. citato infatti è previsto che: "11. Al fine di garantire la continuità didattica, ove al primo periodo di assenza del titolare ne consegua un altro, o più, senza soluzione di continuità o interrotti solo da giorno festivo o da giorno libero dall’insegnamento, ovvero da entrambi, la supplenza temporanea è prorogata nei riguardi del medesimo supplente già in servizio, a decorrere dal giorno successivo a quello di scadenza del precedente contratto. " La suddetta norma è anche ribadita nella circolare annuale sulle supplenze del personale della scuola n. 11814 \2026 nelle disposizioni comuni al personale docente ed ata per l'anno scolastico 2026\2027.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Risorse non utilizzate per la formazione del personale docente: possibilità di riutilizzo delle economie nell'anno scolastico successivo...
  • La lettera j) dell’art. 78 del CCNL di comparto 2019/21 prevede lo stanziamento di: “altri compensi finanziati a carico del presente fondo sulla base delle vigenti disposizioni del CCNL.”. Viene utilizzata una forma indeterminata che consente di indirizzare i fondi su diverse finalità contrattuali determinate dalla contingenza. Se la comunicazione ministeriale ha stabilito che la finalità per l’anno scolastico 2026/27 è costituita dalla copertura delle ore eccedenti utilizzate per partecipare ai corsi di formazione da svolgere in orario non coincidente con le ore d’insegnamento, è molto probabile che in sede di confronto con le OO.SS. di comparto sulla ripartizione agli istituti scolastici del Fondo MOF si sia concordemente ritenuto che questa fosse la finalità da privilegiare. Gli istituti, infatti, si sono spesso trovati nella necessità di ridurre drasticamente il numero dei collegi docenti, dei consigli di classe e degli incontri collettivi periodici con le famiglie, per fare posto alle attività di aggiornamento professionale. La scelta di destinare alle scuole risorse specifiche per coprire le ore eccedenti destinate alla formazione costituisce quindi una risposta alle difficoltà incontrate negli ultimi anni e alla richiesta delle OO.SS. di destinare specifici finanziamenti alla formazione del personale. Per quanto riguarda il quesito specifico si ritiene che, malgrado lo stanziamento sia stato assegnato con una specifica finalità, questa non possa essere considerata un vincolo. L’accordo nazionale sul Fondo MOF ha indicato una priorità, ma lascia alle scuole e ai tavoli di contrattazione integrativa la responsabilità di fare un buon uso delle risorse assegnate. Molto dipenderà, quindi, dal contenuto della proposta del dirigente scolastico, che aprirà la trattativa, e che terrà sicuramente conto dei progetti di formazione elaborati in collegio docenti, molto dipenderà anche dalle priorità che la parte sindacale intenderà sostenere. In fondo si tratta di riflettere sul migliore utilizzo delle ore (40+40, ex art. 44 del CCNL di comparto 2019/21) da destinare alle attività funzionali all’insegnamento e quanta parte di questo monte-ore dovrà essere tutelato al fine di avere un numero di collegi, di consigli di classe e di incontri collettivi con le famiglie che realizzi una collegialità e una partecipazione degne di una scuola autonoma. Per quanto riguarda il secondo quesito, vige la regola che le economie derivanti dal parziale utilizzo del Fondo MOF (e non soltanto di quelle riferite al punto j e alla formazione del personale scolastico) confluiscono nel Fondo dell’anno scolastico successivo senza più vincolo di destinazione (art. 78, comma 9, del CCNL di comparto 2019/21). Il dirigente scolastico, in sede di nuova proposta, può avanzare una sua ipotesi di integrazione di altri capitoli di spesa e si confronterà con le posizioni della parte sindacale.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Permessi ex Legge 104/1992 per assistenza a genitore ricoverato in RSA: validità dell'attestazione di uscita temporanea dalla struttura...
  • In generale, chi ha un familiare disabile grave ricoverato a tempo pieno 24 ore su 24, non ha diritto ai permessi previsti dall’art. 33comma 3 della legge 104/92 e nemmeno al congedo straordinario previsto dall’art. 42 co. 5 bis del D.LVo 151/2001 ad eccezioni di alcune situazioni straordinarie. La Funzione Pubblica nella circolare 13/2010 punto 5 e l’INPS nella circolare 32/2012 punto 6, al riguardo precisano quanto segue. La normativa ( ex art. 3, comma 1, lett. a ed art. 4, comma 1, lett. b del decreto legislativo n. 119/2011), nel ribadire l’assenza di ricovero a tempo pieno della persona disabile in situazione di gravità quale presupposto per la concessione sia dei permessi ex lege 104/92 sia del congedo straordinario, introduce alcune eccezioni. I genitori potranno fruire del prolungamento del congedo parentale (art. 33, decreto legislativo n. 151/2001) nell’ipotesi di ricovero di un disabile in situazione di gravità, qualora sia richiesta dai sanitari la presenza del genitore; gli aventi diritto potranno fruire del congedo straordinario (art. 42, comma 5, decreto legislativo n. 151/2001) nell’ipotesi di ricovero di un disabile in situazione di gravità qualora sia richiesta dai sanitari la presenza del familiare. Si ribadisce che per ricovero a tempo pieno si intende quello, per le intere ventiquattro ore, presso strutture ospedaliere o simili, pubbliche o private, che assicurano assistenza sanitaria continuativa. A titolo esemplificativo, tenuto conto anche di quanto normativamente previsto per i permessi ex lege 104/92, si elencano di seguito alcune ipotesi che fanno eccezione al requisito della assenza del ricovero a tempo pieno sia per quanto concerne i suddetti permessi (prolungamento del congedo parentale, riposi orari, permessi giornalieri) sia relativamente al congedo straordinario: • interruzione del ricovero a tempo pieno per necessità del disabile in situazione di gravità di recarsi al di fuori della struttura che lo ospita per effettuare visite e terapie appositamente certificate (messaggio n. 14480 del 28 maggio 2010); • ricovero a tempo pieno di un disabile in situazione di gravità in stato vegetativo persistente e/o con prognosi infausta a breve termine (circolare n. 155 del 3 dicembre 2010, p.3); • ricovero a tempo pieno di un soggetto disabile in situazione di gravità per il quale risulti documentato dai sanitari della struttura il bisogno di assistenza da parte di un genitore o di un familiare, ipotesi precedentemente prevista per i soli minori (circolare n. 155 del 3 dicembre 2010, p.3): La ricorrenza delle situazioni eccezionali di cui sopra dovrà naturalmente risultare da idonea documentazione medica che l'amministrazione è tenuta a valutare. Va da se che, in entrambi i casi, i canonici tre giorni di permesso mensile o per il congedo cosiddetto “straordinario”, le regole non cambiano. Nel caso specifico, la sospensione del ricovero documentata con l’attestazione presentata e rilasciata dalla struttura, a nostro avviso, può essere ritenuta valida e quindi per dette giornate potranno essere richiesti i permessi. Di fatto, in quelle giornate, il ricovero è interrotto e il genitore risulta essere a tutti gli effetti in famiglia quindi, si deve concludere che la ratio della legge non esclude a priori il diritto ai permessi in caso di presenza in famiglia del familiare da assistere. Viceversa, sarebbe contrario al diritto insito nella stessa legge e ancor prima dalla costituzione, non garantire con senso di responsabilità la dovuta assistenza materiale e morale.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Insegnamento e valutazione dell'educazione civica: criteri di assegnazione delle ore ai docenti di potenziamento in presenza di situazioni di incompatibilità...
  • 1) Principi di base - L’insegnamento dell’Educazione civica va realizzato garantendo la trasversalità e la collaborazione tra docenti; il docente di materie giuridiche di norma assume il ruolo di coordinatore ma le UDA devono coinvolgere i docenti curriculari interessati. - È opportuno formalizzare in modo chiaro, mediante atto dirigenziale (decreto di assegnazione) o con verbale del Consiglio di classe, quali docenti sono contitolari dell’insegnamento nelle singole classi e chi partecipa a scrutini per la disciplina/UDAs. - Si applicano le regole generali in materia di conflitto di interessi/incompatibilità del personale della pubblica amministrazione: il docente che abbia interesse diretto e personale (ad es. valutazione dei propri figli) deve astenersi dalle deliberazioni e dagli atti valutativi che riguardano direttamente il proprio familiare. Tale principio va applicato anche nelle procedure di scrutinio. 2) Soluzioni pratiche per la situazione descritta A) Sostituzione interna con altro docente contitolare A046 (se disponibile) - Se nella scuola fosse presente un altro docente A046 non interessato dal conflitto, è preferibile che questi subentri come referente/contitolare per quella classe e partecipi allo scrutinio. Tale variazione va adeguatamente formalizzata. B) Affidamento, per quella classe, del coordinamento valutativo a un altro docente della scuola (ad es. Storia e Filosofia) che abbia svolto effettivamente le ore sull’argomento (es. Costituzione) - È una soluzione praticabile e già adottata da molte scuole: il docente che ha effettivamente svolto le ore (storia e filosofia) viene inserito nel consiglio di classe come contitolare dell’UDA e partecipa allo scrutinio per la valutazione relativa all’Educazione civica. - Tale scelta deve essere motivata didatticamente e formalizzata mediante decreto o verbale: indicare le ore svolte, l’inclusione del docente nel consiglio e la sua competenza a esprimere valutazione. Questo evita che un docente con interesse personale partecipi alle decisioni valutative relativamente ai propri figli. C) Ridistribuzione delle ore di UDA su altri docenti di potenziamento (es.: discipline plastiche) - È ammessa la possibilità di utilizzare ore di potenziamento per lo svolgimento di parti dell’UDA, purché la scelta sia didatticamente motivata, coerente con il curricolo e formalizzata dal Collegio/Consiglio. In ogni caso, per le classi del triennio si deve comunque perseguire la presenza e il ruolo del docente di materie giuridiche quando disponibile; ma se entrambi i docenti A046 sono in conflitto, è giustificato ricorrere a soluzioni alternative. 3) Azioni amministrative e di prassi da adottare - Formalizzare la situazione di incompatibilità e di correlata astensione previa dichiarazione degli interessati; farne menzione nel verbale dello scrutinio. - Formalizzare la soluzione scelta: decreto del Dirigente e verbale di Consiglio di classe concernenti l’individuazione del docente contitolare dell’UDA e la conseguente legittimazione a partecipare allo scrutinio. Conservare tutta la documentazione (registri, presenza alle ore, verbali) a supporto della decisione. - Verificare che il monte ore di educazione civica previsto sia garantito e che le UDA mantengano carattere pluridisciplinare, come richiesto dalle Linee guida. - In linea generale, in fase di programmazione annuale, cercare di evitare, quando possibile, che i docenti con parentela con alunni condividano le stesse classi in ruoli valutativi; se non è possibile, prevedere da subito deleghe/opzioni alternative per le singole classi.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Frazionamento del congedo parentale intervallato da permessi personali: trattamento delle domeniche e dei giorni liberi...
  • Oggetto: Calcolo dei giorni festivi e del giorno libero nel frazionamento del congedo parentale intervallato da altra tipologia di assenza senza ripresa del servizio...

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Risoluzione del rapporto di lavoro per inidoneità permanente e assoluta: diritto all'indennità sostitutiva del preavviso...
  • Il giudizio espresso dalla Commissione medica, di cui al presente quesito, è di permanente inidoneità assoluta al servizio nelle Pubbliche Amministrazioni, ( non sono stati riconosciuti i presupposti per la pensione di inabilità Legge 335/1995). L'art. 8 del DPR 171 del 2011 “ Regolamento di attuazione in materia di risoluzione del rapporto di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche dello Stato e degli enti pubblici nazionali in caso di permanente inidoneità psicofisica, a norma dell'articolo 55-octies del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165” prevede che, nel caso di accertata permanente inidoneità, psicofisica assoluta al servizio del dipendente, l'amministrazione previa comunicazione all'interessato entro 30 giorni dal ricevimento del verbale di accertamento medico, risolve il rapporto di lavoro e corrisponde, se dovuta l'indennità sostitutiva del preavviso. Quindi, il dirigente (la competenza è infatti del dirigente scolastico trattandosi di atto di gestione del rapporto di lavoro e non di provvedimento di natura disciplinare), acquisito il verbale della CMV (ora la competenza è dell'INPS), qualora si attesti l’inidoneità fisica permanente e assoluta al servizio deve predisporre il provvedimento di risoluzione del rapporto di lavoro per inidoneità e il provvedimento di liquidazione dell’indennità di preavviso. L’art. 8 del DPR n. 171 del 2011 c prevede quanto segue: “nel caso di accertata permanente inidoneità psicofisica assoluta al servizio del dipendente di cui all'articolo 1 comma 1, l'amministrazione previa comunicazione all'interessato entro 30 giorni dal ricevimento del verbale di accertamento medico, risolve il rapporto di lavoro e corrisponde, se dovuta l'indennità sostitutiva del preavviso”. Nel caso di specie la risoluzione del rapporto di lavoro è avvenuta a seguito di giudizio della Commissione Medica. L'articolo 17, comma 4, del CCNL 29/11/2007, prevede quanto segue: "Superati i periodi di conservazione del posto previsti dai commi 1 e 2, oppure nel caso che, a seguito dell'accertamento disposto ai sensi del comma 3, il dipendente sia dichiarato permanentemente inidoneo a svolgere qualsiasi proficuo lavoro, l'amministrazione può procedere, salvo quanto previsto dal successivo comma 5, alla risoluzione del rapporto corrispondendo al dipendente l'indennità sostitutiva del preavviso". Tale clausola contrattuale, pertanto, prevede espressamente, nei casi in cui il personale scolastico sia dichiarato inidoneo in modo permanente e assoluto, il diritto del dipendente a percepire l'indennità sostitutiva del preavviso. Tuttavia, la Corte di cassazione, con sentenza n. 9556 del 12 aprile 2021, ha apparentemente espresso un diverso orientamento. Secondo tale sentenza, infatti, non è dovuta al lavoratore l’indennità sostitutiva del preavviso in caso di scioglimento automatico del rapporto per inidoneità permanente assoluta a svolgere qualsiasi attività lavorativa per ragioni di salute. La Cassazione, nel motivare tale sentenza, ha osservato che "diversamente da quanto avviene per il caso di impossibilità relativa, la sopravvenuta e permanente inidoneità totale del lavoratore subordinato allo svolgimento dell’attività lavorativa, configura un caso di impossibilità assoluta della prestazione per il venir meno della causa del contratto, sicché la risoluzione del rapporto è oggettivamente vincolata, perché consegue al fatto in sé dell’inidoneità fisica allo svolgimento del lavoro, e quindi non occorre alcuna manifestazione di volontà da parte del datore, né il rispetto del termine di preavviso, di modo che non è dovuta la relativa indennità sostitutiva". A nostro parere, tale Sentenza non può però essere applicata nei casi di cui al presente quesito, essendo riferita alla particolare interpretazione di una clausola del CCNL 2002-2005 del comparto "Agenzie fiscali" che non si rinviene nei CCNL applicabili al personale scolastico. Inoltre, sempre l'ARAN, con il recentissimo orientamento interpretativo n. 37319 del 12 maggio 2026, è nuovamente tornata a sostenere la legittimità della corresponsione dell'indennità sostitutiva del preavviso anche nei casi di risoluzione del rapporto di lavoro per inidoneità assoluta e permanente. Tale orientamento è relativo al comparto delle Funzioni centrali e si fonda su una particolare clausola del relativo CCNL, che è stato modificato rendendolo, di fatto, analogo alla clausola prevista dal CCNL Scuola del 29/11/2007 sopra citata. Riportiamo in integrale l’Orientamento dell’ARAN citato “L’indennità sostitutiva del preavviso prevista dall’art. 24, comma 5, del CCNL Comparto Funzioni Centrali 2022-2024 trova applicazione anche nei casi di cessazione del rapporto per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa ai sensi dell’art. 2, comma 12, della Legge n. 335/1995? In merito alla questione prospettata, si osserva che l’art. 24, comma 5, del CCNL Comparto Funzioni Centrali 2022-2024 disciplina gli effetti economici connessi alla cessazione del rapporto di lavoro, effettuata con le procedure di cui al DPR n. 171/2011, nelle ipotesi in cui il dipendente sia dichiarato permanentemente inidoneo a svolgere qualsiasi proficuo lavoro. La disposizione ha modificato l’omologa previsione contenuta nell’art. 29, comma 5, del CCNL Comparto Funzioni Centrali 2019-2021, espungendo dal testo l’inciso “se dovuta” riferito alla corresponsione dell’indennità sostitutiva del preavviso. Tale modifica risponde all’esigenza di coordinare la disciplina con quanto previsto dall’art. 28, comma 8, del CCNL Comparto Funzioni Centrali 2022-2024, secondo cui, in caso di decesso del dipendente o a seguito di accertamento dell’inidoneità assoluta dello stesso ad ogni proficuo servizio, l’amministrazione corrisponde agli aventi diritto l’indennità sostitutiva del preavviso. Alla luce di tale quadro contrattuale, l’indennità sostitutiva del preavviso prevista dall’art. 24, comma 5, in combinato disposto con l’art. 28, comma 8, del medesimo CCNL, trova applicazione nei casi di cessazione del rapporto di lavoro per inidoneità permanente del dipendente a proficuo lavoro. Ne consegue che la predetta indennità deve ritenersi riconoscibile anche nelle ipotesi in cui la cessazione intervenga per effetto del riconoscimento dell’inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa ai sensi della Legge n. 335 del 1995”. In conclusione, si ritiene che al personale scolastico, il cui contratto di lavoro sia stato risolto per inidoneità assoluta e permanente, vada corrisposta l'indennità sostitutiva del preavviso. Al medesimo personale spetta, inoltre, la monetizzazione delle eventuali ferie non godute (Dichiarazione congiunta n. 2 in calce all'articolo 38 del CCNL 18/01/2024), nonché la liquidazione del TFS/TFR maturato e, ove spettante, il trattamento di quiescenza.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Chiarimenti sul computo del congedo parentale frazionato in presenza di periodi di ferie e senza effettiva ripresa del servizio...
  • La Legge di Bilancio 2026 ha modificato l'art. 32 del D.Lgs. n. 151/2001 sul congedo parentale Il comma 1prevede che per ogni bambino, nei primi suoi quattordici anni di vita, ciascun genitore ha diritto di astenersi dal lavoro secondo le modalità stabilite dall'art. 32. I relativi congedi parentali dei genitori non possono complessivamente eccedere il limite di dieci mesi, fatto salvo il disposto del comma 2 (qualora il padre lavoratore eserciti il diritto di astenersi dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato non inferiore a tre mesi, il limite complessivo dei congedi parentali dei genitori è elevato a undici mesi). Nell'ambito del predetto limite, il diritto di astenersi dal lavoro compete: a) alla madre lavoratrice, trascorso il periodo di congedo di maternità per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi; b) al padre lavoratore, dalla nascita del figlio, per un periodo continuativo o frazionato non superiore a sei mesi, elevabile a sette nel caso di cui al comma 2; c) per un periodo continuativo o frazionato non superiore a undici mesi (prima era 10), qualora vi sia un solo genitore ovvero un genitore nei confronti del quale sia stato disposto, ai sensi dell'articolo 337-quater del Codice civile, l'affidamento esclusivo del figlio. In quest'ultimo caso, l'altro genitore perde il diritto al congedo non ancora utilizzato. A tal fine copia del provvedimento di affidamento è trasmessa, a cura del pubblico ministero, all'INPS. Il congedo parentale di entrambi i genitori o del “genitore solo” risulta indennizzabile (cfr. art. 34 T.U. 151/2001), entro i 14 anni di vita del figlio, come di seguito indicato: - un mese è indennizzato all’100% della retribuzione (cfr. art 34 CCNL 2024 – non si applica la previsione della Legge di Bilancio 2023); - un ulteriore mese è indennizzato all’80% della retribuzione, entro i 6 anni di vita o entro 6 anni dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o di affidamento del minore (Legge di Bilancio 2024 e Legge di Bilancio 2025); - un ulteriore mese è indennizzato all’80% della retribuzione, entro i 6 anni di vita o entro 6 anni dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o di affidamento del minore (Legge di Bilancio 2025); - sei mesi sono indennizzati al 30%, a prescindere dalla situazione reddituale; - i rimanenti due mesi non sono indennizzati, salvo il caso in cui il richiedente si trovi nella condizione reddituale prevista dall’articolo 34, comma 3, del T.U. (19.885,125 per il 2026). Ai sensi del comma 218 dell’articolo 1 della Legge di Bilancio 2025 le disposizioni introdotte dal novellato articolo 34, comma 1, del T.U. si applicano ai periodi di congedo parentale fruiti dal 1° gennaio 2025 e interessano esclusivamente i genitori che terminano (anche per un solo giorno) il congedo di maternità o, in alternativa, di paternità successivamente: - al 31 dicembre 2023, per il diritto all’indennità maggiorata dal 60% all’80% per l’ulteriore mese introdotto dalla Legge di Bilancio 2024; - al 31 dicembre 2024, per il diritto all’indennità maggiorata dal 30% all’80% per l’ulteriore mese introdotto dalla Legge di Bilancio 2025. Per la determinazione della fine del periodo di congedo di maternità devono computarsi anche i periodi di interdizione prorogata dopo il parto disposti dall’Ispettorato Territoriale del Lavoro e gli eventuali giorni non fruiti prima del parto. La Circolare INPS 26 maggio 2025, n. 95 ha precisato che i mesi indennizzabili all’80% interessano entrambi i genitori e possono essere fruiti in modalità ripartita tra gli stessi o soltanto da uno di essi; la fruizione “alternata” tra i genitori, prevista dal novellato articolo 34 del T.U., non preclude la possibilità di fruirne nei medesimi giorni e per lo stesso figlio, come consentito per tutti i periodi di congedo parentale. Nel caso di specie, tenuto conto che la fruizione del congedo interrompe la fruizione delle ferie, si ritiene quanto segue. Dal calcolo effettuato la dipendente ha fruito di 5 mesi e 21 giorni e quindi ha ancora diritto a 9 giorni di congedo per raggiungere il totale massimo individuale di 6 mesi. Sul presupposto che il padre non ha preso congedo, il trattamento economico è il seguente: primi 30 giorni al 100%, secondo e terzo mese all’80% ( in presenza dei presupposti di cui sopra), il restante al 30%.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Accesso documentale del genitore con affidamento condiviso agli atti di iscrizione scolastica: limiti e tutela dei dati personali dell'altro genitore...
  • Alla luce della situazione descritta, si ritiene che la scuola possa e, in linea generale, debba consentire alla madre di accedere alla documentazione relativa all'iscrizione della figlia, anche senza il consenso del padre; tuttavia, ci sono degli accorgimenti che la scuola dovrà adottare per tutelare correttamente la riservatezza di entrambi i genitori. La questione prospettata va affrontata principalmente alla luce della Legge 241/1990, del DPR 184/2006, del GDPR e delle disposizioni sulla responsabilità genitoriale. In ossequio al principio dell’affido bi-genitoriale, ex art. 155, II comma c.c. ad entrambi i genitori in quanto tali, insieme o separatamente (anche a quello non affidatario) spetta il diritto di acquisire le informazioni relative alla carriera scolastica del figlio. Spetta poi al Dirigente scolastico, valutare di volta in volta e per ogni singolo caso, anche sulla base degli atti in proprio possesso, l’esistenza o meno di presupposti preclusivi dell’ostensione documentale formulata da parte di uno dei genitori separati/divorziati. Nel caso di specie, la scuola è a conoscenza dell’affido congiunto, e, la documentazione richiesta dalla madre riguarda un procedimento scolastico relativo alla figlia, rispetto al quale entrambi i genitori mantengono una posizione giuridicamente qualificata. Tuttavia, occorre specificare che la domanda di iscrizione della figlia all’ indirizzo Cambridge oltre a contenere i dati personali della stessa, sembrerebbe contenere i dati di residenza del padre, il suo numero di telefono ed eventualmente ulteriori informazioni personali. Pertanto, nel caso di specie, si ritiene che il padre rivesta la qualifica di controinteressato non rispetto all'intero contenuto della domanda di iscrizione della figlia ma limitatamente alla tutela dei propri dati personali. Pertanto, il nostro suggerimento è di notificare comunque al padre la richiesta di accesso, ai sensi dell'art. 3 del DPR 184/2006, per consentirgli di rappresentare eventuali esigenze di riservatezza entro dieci giorni dalla ricezione della comunicazione. In questo modo la scuola potrà documentare di adottare una procedura prudenziale e di aver considerato gli interessi coinvolti. Decorso tale termine, si dovrà provvedere positivamente sulla richiesta di accesso (art. 3 DPR 184/2006) oscurando i dati contenenti informazioni personali del padre. Ove il padre si opponesse genericamente all’accesso, sarà comunque difficile, se non impossibile, non accogliere l’istanza della madre non rientrando i documenti richiesti tra quelli esclusi dall’accesso per motivi di riservatezza ( art. 24 L. 241/1990 e successive modificazioni). Il fatto che il giudice abbia attribuito al padre la facoltà di scegliere tra due scuole non determina automaticamente una compressione del diritto della madre di conoscere gli atti scolastici relativi alla figlia. La scuola, infatti, non deve entrare nel merito del conflitto familiare né stabilire se la scelta dell'indirizzo Cambridge e del tempo pieno fosse condivisa o meno dai genitori, deve solo limitarsi a consentire l'accesso alla documentazione amministrativa, nei limiti previsti dalla legge e con gli accorgimenti di cui sopra.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Consigli di Interclasse e presenza di docenti con figli iscritti nella stessa scuola: limiti alla trattazione di casi individuali e tutela della privacy...
  • Per quanto la composizione dei consigli di intersezione, interclasse e classe, come è noto, comprenda anche i rappresentanti dei genitori e, nel secondo ciclo di istruzione, anche degli studenti, si ritiene che quando tali rappresentanti siano presenti non possano, di norma, essere discussi argomenti relativi a singoli casi, ma solo argomenti di carattere generale. Tale conclusione deriva, oltre che dal generale divieto di trattare dati personali se non che in forza di disposizioni normative, dal diverso status del personale scolastico rispetto a quello dei rappresentanti delle componenti genitori e studenti. Il personale scolastico, infatti, è investito formalmente della responsabilità del trattamento dei dati personali, per i quali deve ricevere apposita nomina/autorizzazione; i rappresentanti dei genitori e degli studenti, invece, non sono dipendenti dell'amministrazione e non possono trattare, di norma, dati personali. Ciò non toglie che possano esserci dei casi in cui tali organi collegiali debbano trattare singoli casi, come quando il consiglio di classe si riunisce in sede disciplinare. In tale circostanza, tuttavia, il dirigente scolastico dovrà avvertire tutti i componenti dell'obbligo di osservare il segreto d'ufficio sulle questioni trattate e le eventuali informazioni fornite sugli studenti coinvolti dovranno essere minimizzate. Insomma, tutti vanno richiamati agli obblighi di riservatezza. In simili casi, il trattamento si giustifica con la necessità di rispettare la composizione dell'organo prevista dalla normativa. Al di fuori di questo caso particolare, talvolta può comunque essere necessario discutere negli organi collegiali di singoli casi, qualora ciò risulti funzionale a decisioni educative, organizzative o didattiche. Anche in tale evenienza, il dirigente dovrà ricordare l'obbligo del segreto d'ufficio a tutti i componenti dell'organo e badare a limitare le informazioni da fornire a quelle strettamente necessarie alla trattazione dello specifico argomento. Inoltre, osserviamo quanto segue: - se il docente-genitore deve partecipare a una trattazione che riguarda il proprio figlio, è opportuno che si astenga dalla discussione e dalla votazione su quella specifica questione, per manifesta situazione di conflitto di interesse; - se la questione riguarda alunni della stessa classe o comporta la conoscenza di elementi relativi a compagni di classe del proprio figlio, il dirigente scolastico può disporre che la trattazione avvenga in seduta ristretta (solo docenti) o adottare misure di anonimizzazione dei casi. In conclusione, riteniamo che la presenza nei consigli di intersezione/interclasse/classe dei rappresentanti dei genitori e degli studenti vada armonizzata con la normativa sulla protezione dei dati personali. Alla presenza di detti rappresentanti, pertanto, a nostro parere non possono essere trattate, di norma, se non che questioni di carattere generale, salvi i casi sopra descritti nelle quali si consiglia di adottare le opportune cautele suggerite.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Inidoneità temporanea assoluta al servizio del personale ATA: gestione del periodo di malattia e superamento del comporto...
  • L'articolo 17, comma 2 del CCNL del comparto Scuola, sottoscritto il 29 novembre 2007, consente ai dipendenti a tempo indeterminato che abbiano superato il primo periodo di 18 mesi in un triennio di comporto di fruire, a richiesta, di un ulteriore periodo di assenza per malattia di 18 mesi, in casi particolarmente gravi e senza diritto ad alcun trattamento retributivo. Il successivo comma 3 prevede che l'amministrazione, prima di concedere tale ulteriore periodo di 18 mesi, proceda "all'accertamento delle sue condizioni di salute, per il tramite del competente organo sanitario ai sensi delle vigenti disposizioni, al fine di stabilire la sussistenza di eventuali cause di assoluta e permanente inidoneità fisica a svolgere qualsiasi proficuo lavoro". Il fine della clauola contrattuale testé citata è quello di subordinare la conservazione del posto, esauriti i primi 18 mesi di assenza per malattia in un triennio, all'accertamento che il dipendente non sia affetto da patologie che determinino l'inidoneità assoluta all'impiego. In altre parole, lo scopo dell'accertamento medico è quello di rilevare se l'inidoneità sia solo temporanea o se debba considerarsi accertata in modo permanente; nel primo caso, l'amministrazione concede ulteriori 18 mesi di assenza, utili a una possibile guarigione, mentre nel secondo caso - inidoneità assoluta e permanente - l'amministrazione non può concedere la conservazione del posto e deve risolvere il contratto di lavoro. Si ritiene che il caso esposto nel quesito possa considerarsi particolarmente grave, dato che la competente commissione medica ha giudicato la lavoratrice inidonea in modo assoluto per 12 mesi. Di conseguenza, a nostro parere raggiunti i primi 18 mesi di assenza per malattia la dipendente potrà chiedere l'ulteriore periodo di 18 mesi di assenza non retrtibuita di cui al comma 2 del citato articolo 17 CCNL; poiché a quel tempo sarà ancora valido il referto di inidoneità temporanea della commissione medica, non sarà necessario, per poter concedere tale periodo di assenza, ripetere la visita collegiale, fermo restando che quest'ultima dovrà essere chiesta in prossimità della scadenza dei dodici mesi. Solo qualora, in seguito a ulteriore giudizio di inidoneità assoluta temporanea, la dipendente esaurisse anche il secondo periodo di 18 mesi di assenza senza retribuzione, così come nel caso in cui la visita di controllo accertasse il carattere permanente dell'inidoneità assoluta, l'amministrazione dovrebbe allora risolvere il contratto di lavoro, come previsto dal comma 4 sempre dell'articolo 17 CCNL. Volendo riepilogare, si ritiene che l'amministrazione debba così agire: - disporre la sospensione della docente per la durata di 12 mesi, con diritto al trattamento ordinario di malattia; - raggiunti i 18 mesi del primo periodo di comporto, a richiesta dell'interessata, concedere un ulteriore periodo di 18 mesi di malattia senza diritto a retribuzione ( se l’interessato non lo chiede scatterebbe il superamento del comporto e la scuola dovrebbe procedere alla risoluzione del rapporto di lavoro previa richiesta di nuova visita collegiale indipendentemente da quella fissata per la revisione del giudizio); - richiedere la visita medica di controllo alla scadenza dei 12 mesi di sospensione (in genere, si consiglia di inviare la richiesta con 45 giorni di anticipo); - sulla base dell'esito della visita medica di controllo, l'amministrazione adotterà i provvedimenti necessari. La redazione non fornisce modelli di risoluzione del rapporto di lavoro; ad ogni modo questo dovrà ripercorre nelle premesse tutto l’iter fattuale delle assenze e delle visite collegiali effettuate.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Frazionamento del congedo parentale e alternanza con periodi di malattia: chiarimenti sul computo delle assenze...
  • Relativamente al congedo parentale e congedo per malattia del bambino, il comma 5 dell’art. 34 del CCNL 2024 prevede che i periodi di assenza di cui ai precedenti commi 3 e 4 (congedo parentale e congedo per malattia del bambino), nel caso di fruizione continuativa, comprendono anche gli eventuali giorni festivi che ricadano all'interno degli stessi. Tale modalità di computo trova applicazione anche nel caso di fruizione frazionata, ove i diversi periodi di assenza non siano intervallati dal ritorno al lavoro del lavoratore o della lavoratrice (prima il riferimento normativo era l'art. 12 del CCNL 2007 citato nei pareri ARAN che andiamo a riportare). Pertanto, alla luce della suddetta disposizione contrattuale, se tra due periodi di congedo parentale/ malattia del bambino non intercorre almeno un giorno di lavoro effettivo, devono essere computati o come congedo parentale o come congedo malattia anche i sabati e le domeniche ricompresi tra gli stessi. A supporto si riporta l'orientamento SCUOLA 060 del 23/05/2013. "Nel caso di assenza di un dipendente di tipo ciclica, cioè che ha inizio con un periodo di congedo parentale e termina con la fruizione dello stesso congedo, intervallato da altra tipologia di assenza, senza però che si verifichi il rientro effettivo del docente, le giornate del sabato e della domenica come devono essere computate? Si fa presente che ai sensi dell'art. 12, comma 6, del CCNL 29/11/2007 (congedi parentali) "6. I periodi di assenza di cui ai precedenti commi 4 e 5, nel caso di fruizione continuativa, comprendono anche gli eventuali giorni festivi che ricadano all'interno degli stessi. Tale modalità di computo trova applicazione anche nel caso di fruizione frazionata, ove i diversi periodi di assenza non siano intervallati dal ritorno al lavoro del lavoratore o della lavoratrice." In relazione alla nota INPS n. 19772 del 18 ottobre 2011, da voi citata, sembra chiaro, dall’esempio relativo al caso 2, che nel quesito da voi esposto ci si trovi di fronte ad un’assenza di tipo ciclica che ha inizio con un periodo di congedo parentale e termina con la fruizione dello stesso congedo, intervallato da altra tipologia di assenza, senza però che si verifichi il rientro effettivo del docente, in quanto le assenze per L. 104 ricadono all’interno di due differenti frazioni di congedo parentale senza nessuna ripresa del servizio". La citata Nota INPS n. 19772 del 18 ottobre 2011, fornisce una serie di esempi e modalità di computo del congedo. Nel caso in cui un lavoratore, con orario di lavoro articolato su cinque giorni lavorativi (c.d. settimana corta), fruisca di congedo parentale nel seguente modo: 1^ settimana: dal lunedì al venerdì = congedo parentale Sabato e domenica 2^ settimana: dal lunedì al venerdì = ferie - malattia - assenza ad altro titolo Sabato e domenica 3^ settimana: dal lunedì al venerdì = ferie o malattia o assenza ad altro titolo Sabato e domenica 4^ settimana: dal lunedì al venerdì = congedo parentale il sabato e la domenica compresi tra la seconda e la terza settimana non sono computabili, né indennizzabili a titolo di congedo parentale in quanto tali giorni - compresi in un periodo unico di congedo parentale posto che, dalla prima alla quarta settimana, non vi è ripresa dell’attività lavorativa - risultano comunque ricompresi all’interno di un periodo di assenza fruita ad altro titolo (periodo neutro ai fini di interesse). Viceversa, il sabato e la domenica ricadenti tra la prima e la seconda settimana e tra la terza e la quarta sono computabili ed indennizzabili in conto congedo parentale in quanto tali giorni cadono, rispettivamente, subito dopo e subito prima il congedo parentale richiesto. Quanto sopra vale anche nei casi in cui il lavoratore alterni congedo parentale e ferie nel seguente modo: dal martedì al giovedì = congedo parentale venerdì = ferie sabato e domenica lunedì= ferie dal martedì a giovedì = congedo parentale. Anche in tale ultima ipotesi, infatti, il sabato e la domenica non si computano a titolo di congedo parentale in quanto inclusi in un periodo, seppur breve, di ferie (venerdì e lunedì). A chiarimento di quanto sopra esposto l'INPS fornisce ancora due possibili casi: Caso 1 da lunedì a venerdì = congedo parentale sabato e domenica da lunedì a mercoledì = ferie giovedì = ripresa del lavoro Caso 2 da lunedì a venerdì = congedo parentale sabato e domenica da lunedì a mercoledì = ferie giovedì = congedo parentale venerdì = ripresa del lavoro Nel primo caso (caso 1) il sabato e la domenica rimangono evidentemente esclusi dal computo del congedo parentale in quanto la frazione di congedo termina il venerdì (infatti, successivamente alle ferie, il lavoratore riprende l’attività lavorativa). Viceversa, nel secondo caso (caso 2), il sabato e la domenica vanno conteggiati ed indennizzati in conto congedo parentale in quanto tali giorni sono compresi in un’unica frazione di congedo (dal lunedì della prima settimana al giovedì della seconda) e ricadono immediatamente dopo il congedo parentale. I criteri sopra indicati trovano applicazione anche nell’ipotesi in cui il lavoratore, avendo già richiesto un periodo di congedo parentale, presenti un’altra domanda (o diverse domande) di congedo parentale determinanti di fatto una proroga del periodo di congedo precedentemente richiesto. L'ARAN, con l'O.A. CIRS46 24 febbraio 2021 ha ulteriormente precisato che nell’ipotesi, ad esempio, che il lavoratore o la lavoratrice richiedano 4 giorni di congedo parentale (lunedì –giovedì), 1 giorno di ferie (venerdì) e successivamente altri 4 giorni di congedo parentale (lunedì – giovedì), il sabato e la domenica ricadenti nei due periodi di congedo, non essendo gli stessi intervallati dal ritorno al lavoro, sono considerati congedo parentale e conteggiati nell’ambito di tali assenze. Per quanto concerne i figli diversi, l’ARAN, con l’ Orientamento Applicativo CIRS41 del 24 febbraio 2021, ha precisato quanto segue. "Qual è l’esatto computo dei periodi di congedo parentale chiesti dal personale della scuola per ciascuno dei propri due figli, dal lunedì al venerdì per il primo figlio e dal lunedì al venerdì successivi per il secondo? Ai fini del computo del predetto periodo, debbano essere considerati anche il sabato e la domenica, in osservanza delle precisazioni dell’art. 12, comma 6, del CCNL 2006-2009 del comparto scuola ( ora art. 34 CCNL 2024)? Nel merito del quesito, si ritiene opportuno rilevare che l’art. 12 del CCNL del 29/11/2007 del comparto scuola, al comma 6, espressamente dispone che i periodi di congedo parentale “nel caso di fruizione continuativa comprendono anche gli eventuali giorni festivi che ricadono all’interno degli stessi. Tale modalità di computo trova applicazione anche nel caso di fruizione frazionata, ove i diversi periodi di assenza non siano intervallati dal ritorno al lavoro del lavoratore o della lavoratrice” (analoga previsione è contenuta nel CCNL 2024 art. 34). L’aver considerato i giorni festivi o, comunque, non lavorativi ricompresi all’interno dell’istituto del congedo parentale comporta che, sotto il profilo contrattuale, il calcolo di tale periodo di assenza debba effettuarsi tenendo conto di tutti i giorni di calendario ricadenti nel periodo di congedo richiesto. Diverso è, invece, il caso prospettato da codesto istituto, in quanto la/il dipendente chiede due periodi di congedo riferiti a bambini diversi. L’ipotesi in esame, a parere della scrivente Agenzia, è assimilabile al caso di fruizione di due diversi istituti con la conseguenza che se la/il dipendente riprende effettivamente servizio il lunedì successivo al secondo periodo di congedo parentale le giornate di sabato e domenica non rientrano nel computo del congedo parentale”. Ciò premesso, in riferimento alle specifiche questioni di cui al quesito si ritiene che, in applicazione dei principi suesposti, le giornate del sabato e della domenica siano da imputare a congedo parentale non essendoci rientro in servizio. Ovviamente il sabato e la domenica non saranno computati se compresi tra assenze diverse ( es. tra due periodi di malattia) o tra congedo parentale richiesto per figli diversi se poi vi è la ripresa del servizio ( cfr l’OA ARAN del 24 febbraio 2021 sopra citato). Per quanto concerne la giornata non lavorativa del 2 novembre, questa sarà imputata a congedo parentale in presenza dei presupposti richiamati negli esempi di cui sopra.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Fondo per il Miglioramento dell'Offerta Formativa: destinazione e riutilizzo delle somme stanziate per la formazione...
  • La lettera j) dell’art. 78 del CCNL di comparto 2019/21 prevede lo stanziamento di: “altri compensi finanziati a carico del presente fondo sulla base delle vigenti disposizioni del CCNL.”. Si utilizza una forma indeterminata che consente di indirizzare i fondi su finalità contrattuali determinate dalla contingenza. Se la comunicazione ministeriale ha stabilito che la finalità per l’anno scolastico 2026/27 è costituita dalla copertura delle ore eccedenti utilizzate per partecipare ai corsi di formazione svolti in orario non coincidente con le ore d’insegnamento, è molto probabile che in sede di confronto con le OO.SS. di comparto sulla ripartizione agli istituti scolastici del Fondo MOF si sia concordemente ritenuto che questa fosse la finalità al momento prioritaria. È infatti comunemente riconosciuto che l’impegno per la formazione non possa essere contenuto a forza entro il tetto orario destinato a svolgere le attività funzionali all’insegnamento. D’altra parte è nota la posizione sindacale attestata sulla rivendicazione di retribuire le attività formative come condizione per definirle “obbligatorie e strutturali”. Gli istituti si sono spesso trovati nella necessità di ridurre drasticamente il numero dei collegi docenti, dei consigli di classe e degli incontri collettivi periodici con le famiglie, per fare posto alle attività di aggiornamento professionale. La scelta di destinare alle scuole risorse specifiche per coprire le ore eccedenti destinate alla formazione costituisce quindi una risposta alle difficoltà incontrate negli ultimi anni. A questo punto sarebbe opportuno verificare se sia necessario restituire al collegio e ai consigli di classe il tempo necessario a sviluppare una concreta e fertile collegialità, destinando a questa finalità la quota maggioritaria delle 40+40 ore previste dall’art. 44 del CCNL di comparto 2019/21 e approfittare dello stanziamento destinato alla formazione per programmare in forma più ricca e distesa attività formative di qualità e da sviluppare nei tempi necessari. Per quanto riguarda il quesito specifico si ritiene che, malgrado lo stanziamento sia stato assegnato con una specifica finalità, questa non possa essere considerata un vincolo. È comunque possibile che in sede di trattativa a livello d’istituto la parte sindacale intenda rispettare la sua destinazione. Dello stesso parere potrebbero essere i revisori al momento di certificare l’ipotesi di contratto integrativo d’istituto. Si consiglia quindi di non prendere decisioni affrettate e di valutare i pro e i contro delle diverse opzioni, magari interloquendo anche con i revisori dei conti. In particolare si ritiene indispensabile prevedere e formalizzare in sede di contrattazione integrativa d’istituto una specifica tutela (clausola di ripristino o riserva) al fine di garantire la disponibilità delle risorse qualora si rendesse necessario remunerare ore di formazione obbligatorie o eccedenti, così come previsto dall’art. 36, coma 7, del CCNL di comparto 2019/21, che al momento della contrattazione non erano prevedibili. Qualora si decidesse che la somma a disposizione non venga utilizzata diventerebbe una economia da trasferire ad integrazione del Fondo MOF del prossimo anno scolastico. A quel punto non esisterebbe più alcuna forma di destinazione e potrebbe essere dirottata verso altre finalità.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Computo del congedo parentale in caso di assenze alternate senza ripresa del servizio: trattamento della domenica e dei giorni non lavorativi...
  • In merito ai due quesiti posti si ritiene quanto segue. 1) Assistente amministrativo lavora su 36 ore settimanali assente dal lunedì al sabato per congedo parentale successivamente assente dal lunedi al sabato per assenza malattia e cosi via dicendo alterna le assenze per mesi senza mai rientrare in servizio. La domanda è: l'assenza della domenica viene conteggiata d'ufficio facendo riferimento all'ultimo evento di assenza? Relativamente al congedo parentale e congedo per malattia del bambino, il comma 5 dell’art. 34 del CCNL 2024 prevede che i periodi di assenza di cui ai precedenti commi 3 e 4 (congedo parentale e congedo per malattia del bambino), nel caso di fruizione continuativa, comprendono anche gli eventuali giorni festivi che ricadano all'interno degli stessi. Tale modalità di computo trova applicazione anche nel caso di fruizione frazionata, ove i diversi periodi di assenza non siano intervallati dal ritorno al lavoro del lavoratore o della lavoratrice (prima il riferimento normativo era l'art. 12 del CCNL 2007 citato nei pareri ARAN che andiamo a riportare). Pertanto, alla luce della suddetta disposizione contrattuale, se tra due periodi di congedo parentale/ malattia del bambino non intercorre almeno un giorno di lavoro effettivo, devono essere computati o come congedo parentale o come congedo malattia anche i sabati e le domeniche ricompresi tra gli stessi. A supporto si riporta l'orientamento SCUOLA 060 del 23/05/2013. "Nel caso di assenza di un dipendente di tipo ciclica, cioè che ha inizio con un periodo di congedo parentale e termina con la fruizione dello stesso congedo, intervallato da altra tipologia di assenza, senza però che si verifichi il rientro effettivo del docente, le giornate del sabato e della domenica come devono essere computate? Si fa presente che ai sensi dell'art. 12, comma 6, del CCNL 29/11/2007 (congedi parentali) "6. I periodi di assenza di cui ai precedenti commi 4 e 5, nel caso di fruizione continuativa, comprendono anche gli eventuali giorni festivi che ricadano all'interno degli stessi. Tale modalità di computo trova applicazione anche nel caso di fruizione frazionata, ove i diversi periodi di assenza non siano intervallati dal ritorno al lavoro del lavoratore o della lavoratrice." In relazione alla nota INPS n. 19772 del 18 ottobre 2011, da voi citata, sembra chiaro, dall’esempio relativo al caso 2, che nel quesito da voi esposto ci si trovi di fronte ad un’assenza di tipo ciclica che ha inizio con un periodo di congedo parentale e termina con la fruizione dello stesso congedo, intervallato da altra tipologia di assenza, senza però che si verifichi il rientro effettivo del docente, in quanto le assenze per L. 104 ricadono all’interno di due differenti frazioni di congedo parentale senza nessuna ripresa del servizio". La citata Nota INPS n. 19772 del 18 ottobre 2011, fornisce una serie di esempi e modalità di computo del congedo. Nel caso in cui un lavoratore, con orario di lavoro articolato su cinque giorni lavorativi (c.d. settimana corta), fruisca di congedo parentale nel seguente modo: 1^ settimana: dal lunedì al venerdì = congedo parentale Sabato e domenica 2^ settimana: dal lunedì al venerdì = ferie - malattia - assenza ad altro titolo Sabato e domenica 3^ settimana: dal lunedì al venerdì = ferie o malattia o assenza ad altro titolo Sabato e domenica 4^ settimana: dal lunedì al venerdì = congedo parentale il sabato e la domenica compresi tra la seconda e la terza settimana non sono computabili, né indennizzabili a titolo di congedo parentale in quanto tali giorni - compresi in un periodo unico di congedo parentale posto che, dalla prima alla quarta settimana, non vi è ripresa dell’attività lavorativa - risultano comunque ricompresi all’interno di un periodo di assenza fruita ad altro titolo (periodo neutro ai fini di interesse). Viceversa, il sabato e la domenica ricadenti tra la prima e la seconda settimana e tra la terza e la quarta sono computabili ed indennizzabili in conto congedo parentale in quanto tali giorni cadono, rispettivamente, subito dopo e subito prima il congedo parentale richiesto. Quanto sopra vale anche nei casi in cui il lavoratore alterni congedo parentale e ferie nel seguente modo: dal martedì al giovedì = congedo parentale venerdì = ferie sabato e domenica lunedì= ferie dal martedì a giovedì = congedo parentale. Anche in tale ultima ipotesi, infatti, il sabato e la domenica non si computano a titolo di congedo parentale in quanto inclusi in un periodo, seppur breve, di ferie (venerdì e lunedì). A chiarimento di quanto sopra esposto l'INPS fornisce ancora due possibili casi: Caso 1 da lunedì a venerdì = congedo parentale sabato e domenica da lunedì a mercoledì = ferie giovedì = ripresa del lavoro Caso 2 da lunedì a venerdì = congedo parentale sabato e domenica da lunedì a mercoledì = ferie giovedì = congedo parentale venerdì = ripresa del lavoro Nel primo caso (caso 1) il sabato e la domenica rimangono evidentemente esclusi dal computo del congedo parentale in quanto la frazione di congedo termina il venerdì (infatti, successivamente alle ferie, il lavoratore riprende l’attività lavorativa). Viceversa, nel secondo caso (caso 2), il sabato e la domenica vanno conteggiati ed indennizzati in conto congedo parentale in quanto tali giorni sono compresi in un’unica frazione di congedo (dal lunedì della prima settimana al giovedì della seconda) e ricadono immediatamente dopo il congedo parentale. I criteri sopra indicati trovano applicazione anche nell’ipotesi in cui il lavoratore, avendo già richiesto un periodo di congedo parentale, presenti un’altra domanda (o diverse domande) di congedo parentale determinanti di fatto una proroga del periodo di congedo precedentemente richiesto. L'ARAN, con l'O.A. CIRS46 24 febbraio 2021 ha ulteriormente precisato che nell’ipotesi, ad esempio, che il lavoratore o la lavoratrice richiedano 4 giorni di congedo parentale (lunedì –giovedì), 1 giorno di ferie (venerdì) e successivamente altri 4 giorni di congedo parentale (lunedì – giovedì), il sabato e la domenica ricadenti nei due periodi di congedo, non essendo gli stessi intervallati dal ritorno al lavoro, sono considerati congedo parentale e conteggiati nell’ambito di tali assenze. Ciò premesso non conosciamo l’esatta sequenza di tutte le assenze e quindi si suggerisce alla scuola di procedere ad applicare quanto sopra alla concreta situazione in essere. In sostanza, in applicazione dei principi suesposti, le giornate del sabato e della domenica saranno da imputare a congedo parentale non essendoci rientro in servizio. Ovviamente il sabato e la domenica non saranno computati se compresi tra assenze diverse ( es. tra due periodi di malattia). 2)E qualora invece un assistente amministrativo con contratto solo 6 ore settimanali chiede congedo parentale solo la giornata e per tutto l'anno scolastico si calcola solo la giornata del sabato oppure l'intera settimana visto che c'è nessuna ripresa di servizio? In diversi Orientamenti per altri Comparti (cfr. M24 -M19 del 24/05/2011 comparto Ministeri), l’ARAN precisa che "il permesso per matrimonio, il congedo parentale, i permessi per maternità e i permessi per lutto, spettano per intero solo per i periodi coincidenti con quelli lavorativi (vedi art. 23, comma 11, del CCNL integrativo del 16 maggio 2001 del Comparto Ministeri)." Elemento comune a tutti questi istituti è la modalità con cui essi vengono conteggiati, ossia facendo riferimento ai giorni di calendario e non ai giorni lavorativi rientranti nel periodo richiesto. Di conseguenza, in caso di part-time verticale, il periodo massimo concedibile non viene riproporzionato e i permessi sono computati con le medesime modalità utilizzate per il personale a tempo pieno. Da ultimo l’ARAN, con l’O.A. 13 aprile 2021 CIRS79, per quanto concerne l’esatto computo del periodo di congedo parentale chiesto da un dipendente a tempo determinato in regime di part time verticale, ha ribadito che il calcolo di tale periodo di assenza deve effettuarsi tenendo conto di tutti i giorni di calendario ricadenti nel periodo di congedo richiesto. Premesso che non ci sono precise regole contrattuali per il personale del comparto scuola, alla luce degli Orientamenti ARAN sopra citati, in caso di part-time verticale, il periodo massimo concedibile non viene riproporzionato e il congedo parentale è computato con le medesime modalità utilizzate per il personale a tempo pieno. Pertanto, secondo questi orientamenti le assenze dovute a congedo parentale si computano tenendo conto di tutti i giorni di calendario ricadenti nell’intero periodo richiesto. In caso di fruizione frazionata, il periodo di congedo verrà calcolato partendo dal primo giorno lavorativo e concludendo con l’ultimo giorno lavorativo precedente l’effettivo rientro in servizio. Infatti, come detto nelle nostre ultime risposte in argomento, dal momento che non viene previsto il riproporzionamento, teoricamente il dipendente dovrebbe essere considerato in congedo per tutta la durata del periodo richiesto e ciò vale per tutti i periodi di congedo parentale indipendentemente se indennizzati o meno. Per evitare ciò le domande di assenza del dipendente dovrebbero e possono essere riferite solo alle giornate in cui ha servizio a scuola e non per un intero periodo temporale. Pertanto, in riferimento al caso di specie, se il dipendente presenta singole richieste di assenza a titolo di congedo parentale per la giornata del sabato sarà considerato assente - a titolo di congedo - solo per le suddette giornate del sabato in cui avrebbe servizio a scuola.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Sedute telematiche degli organi collegiali: competenze del Dirigente scolastico e strumenti per le votazioni...
  • La disciplina delle sedute a distanza degli organi collegiali delle istituzioni scolastiche ha trovato, nel corso del 2026, una cornice di riferimento più definita di quella maturata durante e dopo l’emergenza sanitaria. L’articolo 44, comma 6, del CCNL comparto “Istruzione e Ricerca” 2019-202 ha rinviato a un confronto nazionale la definizione dei criteri per lo svolgimento a distanza delle attività funzionali all’insegnamento. Quel confronto si è concluso il 24 giugno 2026 e a esso ha fatto seguito la Nota del Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione prot. n. 3803 del 30 giugno 2026. Con il relativo Allegato tecnico, la Nota ha fissato i requisiti funzionali che le sedute deliberative a distanza devono rispettare. È entro questo quadro che vanno collocate le tre questioni sottoposte. Quanto al modello di regolamento, la redazione non ritiene di poterne fornire uno da adattare. Lo strumento appropriato è un’integrazione al Regolamento d’istituto il cui contenuto dipende in larga misura da scelte organizzative proprie di ciascuna istituzione: quali sedute ammettere a distanza, con quale piattaforma e con quali garanzie per i componenti che non vi aderiscono. Un testo standard rischierebbe di sovrapporsi impropriamente a tali scelte. Si possono tuttavia indicare gli elementi che l’atto dovrebbe disciplinare. Vanno anzitutto individuati gli organi e le tipologie di seduta per i quali la modalità a distanza o mista è ammessa. Occorre poi regolare le modalità di convocazione e di trasmissione della documentazione, l’identificazione dei partecipanti e la verifica del numero legale, nonché le modalità di espressione e di registrazione del voto, palese e segreto. Infine, il regolamento deve disciplinare la verbalizzazione, la conservazione degli atti, la gestione delle interruzioni di collegamento e il trattamento dei dati personali, sentito il Responsabile della protezione dei dati. In un liceo occorre poi tenere distinti due ambiti. Il primo comprende gli organi presieduti dal dirigente, cioè il Collegio dei docenti e i consigli di classe di cui agli articoli 5 e 7 del D.lgs. 16 aprile 1994, n. 297. Il secondo è il Consiglio di istituto, organo a composizione mista, presieduto da un genitore, che disciplina il proprio funzionamento nell’esercizio dell’autonomia regolamentare riconosciuta dagli articoli 8 e 10 del medesimo decreto. La Nota n. 3803/2026 attiene alle prestazioni contrattuali del personale docente e non si estende al Consiglio di istituto. Per quest’ultimo resta comunque opportuna una disciplina separata che si ritiene utile – ma non necessario – allineare agli stessi requisiti tecnici per ragioni di coerenza e di tenuta degli atti. Sulla seconda questione, la decisione su quali riunioni svolgere a distanza spetta al dirigente scolastico. L’articolo 7, comma 1, del D.lgs. n. 297/1994 gli attribuisce la presidenza del Collegio dei docenti e, con essa, il potere di convocazione, mentre l’articolo 5 vuole i consigli di classe presieduti dal dirigente o da un docente da lui delegato. Non osta a questa conclusione l’articolo 40 del medesimo decreto che rinvia ai regolamenti tipo ministeriali in mancanza dei regolamenti interni degli organi collegiali, presupponendo così che anche il Collegio possa disciplinare il proprio funzionamento. Il regolamento interno attiene infatti agli aspetti procedurali dei lavori dell’organo come l’ordine degli interventi, la durata delle sedute e la verbalizzazione. La scelta della modalità di partecipazione è altra cosa e, dopo l’articolo 44, comma 6, del CCNL 2019-2021 e la Nota n. 3803/2026, essa incide sulla prestazione lavorativa dei docenti e sulle condizioni di validità delle deliberazioni. Si colloca perciò nell’ambito dell’articolo 5, comma 2, del D.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, che riserva al dirigente, con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro, le misure inerenti all’organizzazione del lavoro. Ne discende che l’eventuale pronunciamento del Collegio in materia ha valore di proposta e non vincola il dirigente. Questi conserva in ogni caso la facoltà di convocare in presenza, in tutto o in parte, anche singole sedute che il regolamento consentirebbe di tenere a distanza. La richiesta pervenuta al dirigente, quale che ne sia la provenienza, non genera dunque alcun obbligo di accoglimento. Va considerato, infine, il profilo giuslavoristico. L’intesa del 24 giugno 2026 e la Nota n. 3803/2026 riconducono espressamente la partecipazione a distanza alle attività collegiali alla disciplina del lavoro agile. La qualificazione è coerente con l’articolo 18 della legge 22 maggio 2017, n. 81, poiché la prestazione è resa all’esterno dei locali dell’istituzione, senza postazione fissa e con strumenti tecnologici. Ne deriva che la materia ricade nell’articolo 11, comma 9, lettera b), punto b5), del CCNL comparto “Istruzione e Ricerca” 2022-2024, sottoscritto il 23 dicembre 2025, che riserva al confronto con la RSU i criteri generali e le modalità attuative del lavoro agile e del lavoro da remoto. Ne deriva altresì che la partecipazione a distanza richiede gli adempimenti previsti dalla legge n. 81/2017. Il primo è l’accordo individuale di cui all’articolo 19, che può avere durata annuale, così da superare la difficoltà di prevedere in anticipo quali sedute si terranno a distanza. Vi si aggiungono l’informativa scritta sui rischi di cui all’articolo 22 e la comunicazione obbligatoria di cui all’articolo 23, da effettuare per le pubbliche amministrazioni tramite il portale Servizi Lavoro del Ministero del lavoro entro il giorno 20 del mese successivo all’avvio. Il docente che non sottoscrive l’accordo conserva comunque il diritto di partecipare in presenza. Ovviamente gli stessi adempimenti non riguardano i genitori e gli studenti componenti dei consigli di classe, non legati all’istituzione da un rapporto di lavoro. Sulla terza questione, l’ordinamento non prevede piattaforme formalmente “certificate”. Il Ministero non ha approvato prodotti né redatto elenchi di soluzioni ammesse e non esiste quindi l’obbligo di acquistare uno specifico software di votazione. L’Allegato tecnico alla Nota n. 3803/2026 ha invece scelto di fissare requisiti funzionali, lasciando a ciascuna istituzione scolastica il compito di verificare e documentare che la soluzione adottata li soddisfi. Tali requisiti operano in ragione della natura deliberativa della seduta e non della sola eventualità dello scrutinio segreto. Riguardano perciò l’intera attività deliberativa degli organi presieduti dal dirigente, compreso il voto palese. L’Allegato muove dai principi di riconducibilità di ogni azione a un utente autenticato, di integrità e immodificabilità dei dati e dei risultati e di verificabilità ex post del procedimento, ai quali si aggiunge, per le votazioni che lo richiedono, la segretezza del voto. Ne discendono requisiti puntuali. Ciascun partecipante deve disporre di un’identità digitale univoca e non condivisa, coerente con il Codice dell’amministrazione digitale (D.lgs. 7 marzo 2005, n. 82), e accedere con un’autenticazione proporzionata al livello di rischio. I ruoli di presidente, segretario e componente vanno tenuti distinti, mentre le sessioni devono essere tracciate e protette da accessi non autorizzati. Il voto palese deve risultare associato in modo certo e tracciabile al votante. Lo scrutinio segreto, necessario nelle votazioni che riguardano persone, esige invece una separazione strutturale tra identità e voto, con un’anonimizzazione effettiva e non reversibile, sottratta anche agli amministratori di sistema e al fornitore e preservata nella gestione dei metadati. Poiché una votazione sulle persone può rendersi necessaria anche fuori dall’ordine del giorno, una soluzione idonea al solo voto palese espone la seduta a un rischio concreto di invalidità. Completano il quadro le misure di sicurezza informatica, come la cifratura, la registrazione degli accessi e le procedure di backup e ripristino, unite alla verifica della localizzazione dei dati quando il servizio è erogato in cloud o da terzi. Si aggiunge l’obbligo di produrre e conservare il verbale e gli esiti delle votazioni secondo le “Linee guida AgID sulla formazione, gestione e conservazione dei documenti informatici”, adottate ai sensi dell’articolo 71 del medesimo Codice. Chiudono il quadro i requisiti organizzativi, che impongono di definire ruoli e responsabilità, e la verifica di conformità che l’istituzione deve compiere e documentare prima di adottare la soluzione. In questa prospettiva assume rilievo decisivo la dichiarazione del fornitore, ovvero un documento tecnico capace di dare conto, punto per punto, del modo in cui ciascun requisito è soddisfatto, e non una generica attestazione di conformità alla Nota ministeriale. I comuni strumenti di videoconferenza, da soli o abbinati a moduli online di uso generale, non legano in modo verificabile la presenza in seduta al voto espresso. Essi, inoltre, non garantiscono l’immodificabilità delle risposte rispetto a chi gestisce il modulo e non risolvono la verbalizzazione e la conservazione a norma. Per questo non appaiono sufficienti per le sedute in cui si vota, anche a scrutinio palese. In questo procedimento si colloca il DPO. Ai sensi degli articoli 38 e 39 del Regolamento (UE) 2016/679, egli svolge funzioni di consulenza e sorveglianza nei confronti del titolare del trattamento, cioè dell’istituzione scolastica rappresentata dal dirigente sul quale resta la responsabilità delle scelte. Il suo parere, che è opportuno acquisire per iscritto, non ha dunque valore autorizzatorio. Il DPO interviene sulla designazione del fornitore come responsabile del trattamento ai sensi dell’articolo 28, sulla valutazione d’impatto prevista dall’articolo 35, ove necessaria, e sull’informativa ai partecipanti prevista dall’articolo 13. Per i consigli di classe di un liceo l’informativa si estende ai genitori e agli studenti rappresentanti. Il parere del DPO, tuttavia, attiene alla conformità del trattamento alla disciplina sulla protezione dei dati e, pur investendo i profili di sicurezza e di riservatezza che l’Allegato tecnico richiama, non esaurisce la verifica dei requisiti funzionali relativi all’identificazione dei partecipanti, alla formazione del voto, alla verbalizzazione e alla conservazione. Tale verifica resta in capo all’istituzione, e per essa al dirigente, che la conduce sulla base della documentazione tecnica del fornitore e può avvalersi, per i profili documentali, del responsabile della gestione documentale e della conservazione. Per le attività che non comportano deliberazioni, come gli incontri di dipartimento a carattere istruttorio o le riunioni di programmazione, i requisiti dell’Allegato non operano sicché possono essere impiegati gli ordinari strumenti di videoconferenza già in uso presso l’istituto, fermo restando il rispetto della disciplina sulla protezione dei dati.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Assemblee sindacali territoriali svolte in orario di servizio: obbligo di rientro e computo dei tempi di percorrenza...
  • Va chiarito in premessa che le assemblee sindacali possono avere durata di due ore e possono interessare le prime o le ultime ore di lezione (CCNL di comparto 2019/21, art. 31, comma 4). L’orario 11.00-13.00 è comunque consentito dal momento che non tutti gli istituti protraggono le lezioni fino alle 14.00, soprattutto quelli che non adottano il modello orario della settimana corta Per quanto riguarda le assemblee sindacali territoriali, e non di singolo istituto, la norma contrattuale prescrive inoltre quanto segue: “Ciascun’assemblea può avere una durata massima di due ore, se si svolge a livello di singola Istituzione scolastica o educativa. La durata massima delle assemblee territoriali è definita in sede di contrattazione integrativa regionale, in modo da tener conto dei tempi necessari per il raggiungimento della sede di assemblea e per il ritorno alla sede di servizio, sempre nei limiti di cui al comma 1.” (CCNL di comparto 2019/21, art. 31, comma 6). È pertanto necessario che l’accordo regionale definisca chiaramente le regole da rispettare, anche perché tale accordo, come interpretato nella giurisprudenza e nella prassi contrattuale nazionale e negli orientamenti ARAN, serve a definire il computo delle ore di assemblea, cioè il rispetto del monte-ore individuale di 10 ore, e non costituisce automaticamente un “liberi tutti” per il personale il cui orario di servizio individuale prosegue oltre le ore 13.00, salvo che una specifica disposizione regionale o un accordo applicativo non disponga diversamente. È necessario pertanto fare puntuale riferimento al contenuto dell’accordo intercorso tra USR Puglia e OO.SS. di comparto, nel quale dovrebbe essere stato definito il tempo da calcolare, oltre le due ore previste, per raggiungere la sede dell’assemblea e per rientrare nella sede di titolarità. Il CIR è atto pubblico, quindi basta recuperarlo e leggerne attentamente il contenuto, evitando interpretazioni riportate e potenzialmente interessate. Sulla base del contenuto del CIR il dirigente scolastica dovrà fornire alle famiglie una comunicazione precisa circa i tempi di svolgimento dell’assemblea sindacale e circa i tempi che saranno destinati al trasferimento per e dalla sede dell’assemblea. È probabile che la frazione oraria contrattata interessi anche la sesta ora di lezione; pertanto o si trattengono gli alunni a scuola per il tempo necessario, garantendo loro la sorveglianza obbligatoria, oppure si annulla anche la sesta ora e i ragazzi vengono rimandati a casa a partire dal momento in cui il personale scolastico è autorizzato a lasciare l’istituto per raggiungere la sede dell’assemblea. Per quanto riguarda i quesiti specifici si possono fornire le seguenti risposte: 1. Il docente che partecipa all’assemblea è tenuto ad adeguarsi all’accordo tra USR e OO.SS. di comparto. Ipotizzando che l’accordo preveda un tempo di 30 minuti il docente è tenuto a rientrare a scuola per i restanti 30 minuti. Qualora, come si ipotizza, l’accordo consenta di non rientrare a scuola per l’ultima ora, i 30 minuti mancanti al completamento dell’ora sono da considerare un credito che la scuola può vantare al momento del bisogno. Nel caso in cui l’accordo prevedesse un tempo di rientro di 60 minuti il docente sarebbe invece esonerato dall’obbligo di rientrare a scuola. 2. In caso di obbligo di rientro, ipotizzando che l’accordo preveda per il rientro un tempo di 30 minuti, il docente al 31° minuto deve rientrare in classe e fare regolarmente lezione. L’accordo potrebbe prevedere una clausola di favore e autorizzare il non rientro. In questo caso il credito orario potrebbe essere vantato dall’istituto comunque, ma è probabile che le OO.SS. si opporrebbero al suo riconoscimento e ne scaturirebbe una probabile contesa. 3. Qualora la classe sia stata rimandata a casa e il docente rientri regolarmente a scuola nei tempi previsti dall’accordo USR-OO.SS. sono possibili più soluzioni: a) il docente rimane a scuola e adempie ai suoi doveri funzionali al servizio fino al termine del suo orario di lavoro; b) il docente viene adibito dal dirigente scolastico ad altro compito (ad es. alla sorveglianza di altra classe presente, recupero, incombenze organizzative, ecc.), ma nel rispetto del suo orario giornaliero, c) il docente concorda con il dirigente scolastico di avere un debito orario da restituire nei giorni successivi in caso di bisogno.

    Data di pubblicazione: 05/11/2026

  • Legittimità dell’annullamento di un voto erroneamente inserito nel registro elettronico mediante apposizione di una X...
  • Stimatissimi, alcuni registri elettronici consentono di annullare un voto erroneamente assegnato con la funzione annullamento, barrandolo con una X e non conteggiandolo...

    Data di pubblicazione: 04/11/2026

  • Co.co.co. presso una società sportiva: è possibile accettare una supplenza di 18 ore nella scuola pubblica?
  • Con la pubblicazione nella G.U. del 4/9/2023 del decreto legislativo n. 120 del 29 agosto 2023 sono state apportate numerose modifiche alla disciplina del lavoro sportivo ivi compresa la questione della compatibilità dei dipendenti pubblici. Più specificamente il decreto, entrato in vigore il 5 settembre 2023, ha dettato disposizioni integrative e correttive dei decreti legislativi 28 febbraio 2021, nn. 36, 37, 38, 39 e 40. Il nuovo art. 25 del decreto 28/02/2021 - n. 36 disciplina la figura del lavoratore sportivo E' lavoratore sportivo l'atleta, l'allenatore, l'istruttore, il direttore tecnico, il direttore sportivo, il preparatore atletico e il direttore di gara che, senza alcuna distinzione di genere e indipendentemente dal settore professionistico o dilettantistico, esercita l'attività sportiva verso un corrispettivo a favore di un soggetto dell'ordinamento sportivo iscritto nel Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche, nonché a favore delle Federazioni sportive nazionali, delle Discipline sportive associate, degli Enti di promozione sportiva, delle associazioni benemerite, anche paralimpici, del CONI, del CIP e di Sport e salute S.p.a. o di altro soggetto tesserato. È lavoratore sportivo ogni altro tesserato, ai sensi dell'articolo 15, che svolge verso un corrispettivo a favore dei soggetti di cui sopra le mansioni rientranti, sulla base dei regolamenti tecnici della singola disciplina sportiva, tra quelle necessarie per lo svolgimento di attività sportiva, con esclusione delle mansioni di carattere amministrativo-gestionale. Non sono lavoratori sportivi coloro che forniscono prestazioni nell'ambito di una professione la cui abilitazione professionale è rilasciata al di fuori dell'ordinamento sportivo e per il cui esercizio devono essere iscritti in appositi albi o elenchi tenuti dai rispettivi ordini professionali. Ricorrendone i presupposti, l'attività di lavoro sportivo può costituire oggetto di un rapporto di lavoro subordinato o di un rapporto di lavoro autonomo, anche nella forma di collaborazioni coordinate e continuative ai sensi dell'articolo 409, comma 1, n. 3 del codice di procedura civile. Il nuovo comma 6 dell'art. 25 prevede che i lavoratori dipendenti delle amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, possono prestare in qualità di volontari la propria attività nell'ambito delle società e associazioni sportive dilettantistiche, delle Federazioni Sportive Nazionali, delle Discipline Sportive Associate, delle associazioni benemerite e degli Enti di Promozione Sportiva, anche paralimpici, e direttamente dalle proprie affiliate se così previsto dai rispettivi organismi affilianti, del CONI, del CIP e della società Sport e salute S.p.a., fuori dall'orario di lavoro, fatti salvi gli obblighi di servizio, previa comunicazione all'amministrazione di appartenenza. In tali casi a essi si applica il regime previsto per le prestazioni sportive dei volontari di cui all'articolo 29, comma 2. L'articolo da ultimo citato prevede che le prestazioni sportive dei volontari non sono retribuite in alcun modo nemmeno dal beneficiario. Ai volontari sportivi possono essere riconosciuti rimborsi forfettari per le spese sostenute per attività svolte anche nel proprio comune di residenza, nel limite complessivo di 400 euro mensili, in occasione di manifestazioni ed eventi sportivi riconosciuti dalle Federazioni sportive nazionali, dalle Discipline sportive associate, dagli Enti di promozione sportiva, anche paraolimpici, dal CONI, dal CIP e dalla società Sport e salute S.p.a. purché questi ultimi individuino, con proprie deliberazioni, le tipologie di spese e le attività di volontariato per le quali è ammessa questa modalità di rimborso. Gli enti eroganti sono tenuti a comunicare i nominativi dei volontari sportivi che nello svolgimento dell'attività sportiva ricevono i rimborsi forfettari e l'importo corrisposto a ciascuno attraverso il Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche, in apposita sezione del Registro stesso, entro la fine del mese successivo al trimestre di svolgimento delle prestazioni sportive del volontario sportivo. L'art. 25 al comma 6 contempla anche la diversa fattispecie in cui sia prevista una retribuzione per l'attività sportiva prestata ( come nel caso di specie) disponendo che qualora l'attività dei dipendenti pubblici rientri nell'ambito del lavoro sportivo e preveda il versamento di un corrispettivo, superiore all'importo complessivo di euro 5.000 annui, la stessa può essere svolta solo previa autorizzazione dell'amministrazione di appartenenza che la rilascia o la rigetta entro trenta giorni dalla ricezione della richiesta, sulla base di parametri definiti con decreto del Ministro per la pubblica amministrazione, di concerto con l'Autorità politica delegata in materia di sport, sentiti il Ministro della difesa, il Ministro dell'interno, il Ministro dell'istruzione e del merito e il Ministro dell'università e delle ricerca. Se, decorso il termine di cui sopra, non interviene il rilascio dell'autorizzazione o il rigetto dell'istanza, l'autorizzazione è da ritenersi in ogni caso accordata. In tal caso si applica il regime previsto per le prestazioni sportive di cui all'articolo 35, commi 2, 8-bis e 8-ter (trattamento pensionistico) e all'articolo 36, comma 6 (I compensi di lavoro sportivo nell'area del dilettantismo non costituiscono base imponibile ai fini fiscali fino all'importo complessivo annuo di euro 15.000,00. In ogni caso, tutti i singoli compensi per i collaboratori coordinati e continuativi nell'area del dilettantismo inferiori all'importo annuo di 85.000 euro non concorrono alla determinazione della base imponibile di cui agli articoli 10 e 11 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446). Pertanto, se l’attività dei lavoratori dipendenti pubblici rientra nell’ambito del lavoro sportivo e si prevede il versamento di un corrispettivo, superiore all'importo complessivo di euro 5.000 annui, l’attività potrà essere svolta solo previa autorizzazione dell’amministrazione di appartenenza da rilasciare o da rigettare entro 30 giorni dalla ricezione della richiesta, con meccanismo di silenzio-assenso. Il Decreto 10 novembre 2023 "Parametri per il rilascio delle autorizzazioni allo svolgimento di attività di lavoro sportivo retribuita al personale delle amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165" è stato pubblicato in G.U. Serie Generale n. 296 del 20/12/2023. Il citato decreto individua i parametri sulla base dei quali le amministrazioni pubbliche di cui all'art. 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, valutano la sussistenza delle condizioni per il rilascio dell'autorizzazione allo svolgimento dell'attività di lavoro sportivo retribuita, di cui al decreto legislativo 28 febbraio 2021, n. 36, da parte dei dipendenti pubblici. Ai fini del rilascio dell'autorizzazione le amministrazioni titolari del rapporto di lavoro devono autorizzare lo svolgimento dell'attività di lavoro sportivo al verificarsi delle seguenti condizioni: a) assenza di cause di incompatibilità di diritto, che possano ostacolare l'esercizio imparziale delle funzioni attribuite al dipendente. La valutazione deve essere effettuata tenendo presente la qualifica del dipendente, la posizione professionale e le attività assegnate; b) l'insussistenza di conflitto di interessi in relazione all'attività lavorativa svolta nell'ambito dell'amministrazione. L'attività di lavoro sportivo autorizzata deve essere svolta al di fuori dell'orario di lavoro e non deve pregiudicare il regolare svolgimento del servizio ne' intaccare l'indipendenza del lavoratore, esponendo l'amministrazione al rischio di comportamenti che non siano funzionali al perseguimento dei canoni di buon andamento e imparzialità dell'azione amministrativa. Resta fermo che l'attività autorizzata, in relazione al tempo di svolgimento e alla durata della prestazione di lavoro sportivo, non deve pregiudicare il regolare svolgimento delle attività dell'ufficio cui il dipendente è assegnato. A tal fine, in relazione ai dipendenti che svolgono attività a contatto con il pubblico, le amministrazioni verificano, ai fini dell'autorizzazione, che la prestazione di lavoro sportivo non confligga con il regolare e ordinato svolgimento del servizio. L'amministrazione, per i dipendenti con rapporto di lavoro a TEMPO PIENO, verifica, altresì, che la prestazione di lavoro sportivo non rivesta carattere di prevalenza in relazione al tempo e alla durata. Si considera PREVALENTE l'attività che impegna il dipendente per un tempo superiore al 50% dell'orario di lavoro settimanale stabilito dal contratto collettivo nazionale di riferimento. Le condizioni previste per il rilascio dell'autorizzazione di cui al comma 1, lettera a) e b), devono sussistere congiuntamente e permanere per tutta la durata di svolgimento dell'attività di lavoro sportivo da parte del dipendente. Infine, si rileva che l'art. articolo 3, comma 1, lettera a), del D.L. 31 maggio 2024, n. 71, convertito con modificazioni dalla Legge 29 luglio 2024, n. 106, ha aggiunto la lettera f-ter) al comma 6 dell'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001 ai sensi della quale per le prestazioni di lavoro sportivo, fino all'importo complessivo di 5.000 euro annui, non è necessaria l'autorizzazione preventiva ma è sufficiente la comunicazione preventiva. In sintesi: - Se il compenso non supera i 5000 euro ad anno solare non è necessaria l'autorizzazione preventiva ma è sufficiente la comunicazione preventiva; - Se il compenso supera detto importo le condizioni per l’autorizzazione sono quelle richiamate nel DM 10 novembre 2023 sopra riportato. Pertanto, in riferimento al quesito posto, se trattasi di compenso superiore a 5000 euro annuo si applica il DM 10 novembre 2023 e quindi l’autorizzazione non potrebbe essere concessa in quanto l’impegno del lavoro sportivo impegnerebbe la dipendente per un tempo superiore al 50% dell'orario di lavoro settimanale stabilito dal CCNL. Conclusivamente, persistendo il rapporto di lavoro sportivo nella situazione descritta, si ritiene che non possa essere conferita la supplenza su cattedra piena.

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