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    Data di pubblicazione: 03/11/2026

  • Calcolo del periodo di prova del personale ATA: rilevanza delle giornate di sospensione delle attività scolastiche...
  • Si premettono alcune informazioni generali sul periodo di prova per il personale ATA: - ai fini del compimento del periodo di prova si tiene conto del solo servizio effettivamente prestato; - il periodo di prova è sospeso in caso di assenza per malattia e negli altri casi previsti dalla legge o dal CCNL (art. 62, c. 4 del CCNL comparto istruzione e ricerca 2019-2021); - le ferie sospendono il decorso del periodo di prova. In buona sostanza, per rispondere al quesito è necessario fare riferimento all’art. 62 del CCNL 2019-2021 per il comparto Istruzione e Ricerca. In particolare, il comma 3 stabilisce che "Ai fini del compimento del suddetto periodo di prova si tiene conto del solo servizio effettivamente prestato". Il comma 4 chiarisce che "Il periodo di prova è sospeso in caso di assenza per malattia e negli altri casi previsti dalla legge o dal CCNL". Le ferie sono un'assenza prevista dal CCNL, quindi sospendono il periodo di prova. Come sostenuto in altri pareri presenti in banca dati, secondo la giurisprudenza (cfr., ad esempio, Cassazione, 24 ottobre 1996, n. 9304 e 25 settembre 2015, n.19043), il decorso del periodo di prova non risulta sospeso nelle ipotesi di mancata prestazione lavorativa inerenti al normale svolgimento del rapporto, quali i riposi settimanali e le festività, mentre deve ritenersi tale, in assenza di diversa previsione contrattuale e alla luce della finalità del patto di prova, in relazione ai giorni in cui la prestazione non si è verificata per eventi non prevedibili al momento della stipula del patto stesso, quali la malattia, l'infortunio, i permessi, il congedo parentale, l’aspettativa, lo sciopero e il godimento delle ferie annuali. Per contro, i periodi utili alla prova sono, oltre i giorni di presenza del dipendente, le domeniche e le festività. In altri termini, non sono utili in vista del periodo di prova i giorni di assenza a qualsiasi titolo: assenze per malattia, ferie, congedi, permessi, aspettative. Circa le festività soppresse di cui all’art. 1 della Legge n. 937/1977, occorre invece distinguere le due giornate in aggiunta alle ferie da quelle considerate giornate di riposo. Le prime, a causa dell'assimilazione per legge alle ferie, non sono utili alla prova, mentre le seconde, a causa della loro sostanziale natura di festività, sono invece utili alla prova. Da simili considerazioni si evince che: - i giorni in cui la scuola è chiusa a causa di festività o per forza maggiore (ad esempio, ordinanza sindacale) vanno computati nel periodo di prova perché non imputabili a una assenza del lavoratore. In pratica, se la scuola è chiusa e il dipendente non è assente a un qualche titolo (ferie, malattia, aspettativa, permessi), tali giorni sono considerati utili al raggiungimento del periodo di prova; - se invece, in corrispondenza di quei giorni di chiusura, il lavoratore ha fruito di ferie o si è trovato in altra tipologia di assenza che sospende il rapporto di servizio, quei giorni non si computano e il periodo di prova resta sospeso per la durata dell'assenza.

    Data di pubblicazione: 03/11/2026

  • Compatibilità tra l'incarico di presidente di un'associazione senza scopo di lucro e lo svolgimento di attività retribuite per una casa editrice da parte di una docente...
  • In merito al quesito posto vanno distinte tre questioni: a) Autorizzazione alla libera professione ( che però non risulta da nessun documento allegato) b) Carica nell’Associazione c) Contratto con casa editrice. Analizziamo le diverse questioni Sub a) Libera professione La normativa di riferimento sulla possibilità per i docenti di svolgere la libera professione è rappresentata dal comma 15 dell’art. 508 del D.Lgs. n. 297 del 1994. Detta norma prevede che al personale docente anche a tempo pieno, sia di ruolo che a t.d., è consentito, previa autorizzazione del Dirigente Scolastico, l’esercizio della libera professione a condizione che non sia di pregiudizio all’ordinato e completo assolvimento delle attività inerenti alla funzione docente. L'esercizio della libera professione presuppone l'apertura della partita iva. I presupposti richiesti dalla norma di cui all’art. 508, comma 15 citato sono quindi: a) esercizio di una libera professione; b) l’autorizzazione del dirigente scolastico. Ai fini della autorizzazione il dirigente deve valutare che l’esercizio della libera professione: 1. non sia di pregiudizio alla funzione docente; 2. sia compatibile con l'orario di insegnamento e di servizio; La libera professione è un’attività svolta in maniera autonoma, a livello professionale, normalmente per più committenti. L’attività in parola dev’essere riconducibile alla regolazione giuridica della “professione intellettuale” di cui agli artt. 2229 e seg. del codice civile che attribuiscono alla legge stabilire quali siano le professioni intellettuali per il cui esercizio è necessaria l’iscrizione in appositi albi o elenchi, previo iter formativo stabilito dalla legge e superamento di un esame di abilitazione. Per svolgere la gran parte delle libere professioni non è richiesto l'iscrizione ad un albo professionale. Infatti, le cosiddette "attività riservate" a soggetti iscritti in albi o collegi sono precisamente indicate dalle leggi e costituiscono un elenco limitato rispetto al vasto campo di servizi professionali centrati sull'apporto intellettuale. Quando si iscrive a un albo professionale - regolamentato da apposita normativa - il libero professionista diventa "professionista protetto" o appartenente al sistema ordinistico ( es. avvocato, ingegnere, architetto etc). Con la legge 14 gennaio 2013, n. 4 sono state disciplinate le professioni non regolamentate, chiunque svolga una delle professioni non regolamentate di cui sopra contraddistingue la propria attività, in ogni documento e rapporto scritto con il cliente, con l'espresso riferimento, quanto alla disciplina applicabile, agli estremi della citata legge. In forza di ciò in ogni documento i professionisti di cui sopra dovranno apporre l’indicazione: “professionista di cui alla legge 4/2013". Le nuove norme definiscono "professione non organizzata in ordini o collegi" l'attività economica, anche organizzata, volta alla prestazione di servizi o di opere a favore di terzi, esercitata abitualmente e prevalentemente mediante lavoro intellettuale, o comunque con il concorso di questo, con esclusione delle attività riservate per legge a soggetti iscritti in albi o elenchi ai sensi dell'articolo 2229 c.c., e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio disciplinati da specifiche normative. Si introduce il principio del libero esercizio della professione fondato sull’autonomia, sulle competenze e sull’indipendenza di giudizio intellettuale e tecnica del professionista. Si consente inoltre al professionista di scegliere la forma in cui esercitare la propria professione riconoscendo l’esercizio di questa sia in forma individuale, che associata o societaria o nella forma di lavoro dipendente. I professionisti possono costituire associazioni professionali (con natura privatistica, fondate su base volontaria e senza alcun vincolo di rappresentanza esclusiva) con il fine di valorizzare le competenze degli associati, diffondere tra essi il rispetto di regole deontologiche, favorendo la scelta e la tutela degli utenti nel rispetto delle regole sulla concorrenza. Ad ogni modo chiunque svolga una delle professioni non regolamentate di cui sopra contraddistingue la propria attività, in ogni documento e rapporto scritto con il cliente, con l'espresso riferimento, quanto alla disciplina applicabile, agli estremi della citata legge. In forza di ciò in ogni documento i professionisti di cui sopra dovranno apporre l’indicazione: “professionista di cui alla legge 4/2013". Quindi, a partire dal 10 febbraio 2013, chi svolge una professione non regolamentata (ad esempio quelle relative alla ristorazione, alla musica etc) dovrà indicare, in ogni documento e rapporto scritto con il cliente, la seguente dicitura «Professionista di cui alla legge n. 4/2013». Per quanto concerne i margini di manovra spettanti al dirigente scolastico in sede di rilascio della prescritta autorizzazione, il Ministero ha precisato che il dirigente "è tenuto a richiedere le informazioni che ritiene opportune in merito all'attività che l'interessato intende svolgere, proprio al fine di valutare se l'esercizio dell'attività medesima possa arrecare pregiudizio al rendimento della professione di docente, ovvero se sussistano situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi e in tal caso, lo stesso dirigente scolastico può negare l’autorizzazione” (cfr la Circolare n. 480 del 2015 del Consiglio nazionale degli ingegneri (CNI) sull’attività libero professionale dei docenti, diffusa a seguito delle risposte ottenute dalla direzione generale per il personale scolastico del Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca (MIUR ora MIM). L'autorizzazione all'esercizio della libera professione deve essere richiesta e concessa su base annuale (Corte di Appello BOLOGNA - Lavoro - Sentenza 30/12/2021 n. 1013) Quindi, (cfr Cass. Ordinanza 12/03/2021 n. 7028) per quanto concerne l'autorizzazione all'esercizio della libera professione ai sensi dell'art. 508 comma 15 del D.Lgs. n. 297 del 1994, proprio l'esigenza di assicurare da parte del dirigente scolastico una verifica circa la compatibilità tra le mansioni affidate dall'amministrazione scolastica (e mutevoli evidentemente in ragione non solo della sede di svolgimento della prestazione didattica, ma anche della concreta distribuzione delle ore di insegnamento, dell'eventuale coinvolgimento in attività extra didattiche) non consente di accedere alla tesi secondo cui l'autorizzazione abbia tendenzialmente carattere permanente. Ciò premesso, dagli atti non risulta alcuna richiesta di esercizio di libera professione Sub b) Carica di Presidente presso Associazione culturale senza scopo di lucro L'art. 53 del D.Lgs. 165/2001 dispone che resta ferma per tutti i dipendenti pubblici la disciplina delle incompatibilità dettata dagli articoli 60 e seguenti del DPR 10/01/1957, n. 3. Lo stesso articolo prevede che gli incarichi retribuiti conferiti ai pubblici dipendenti devono essere previamente autorizzati dall'Amministrazione di appartenenza. Tali incarichi sono quelli, anche occasionali, non compresi nei compiti e doveri di ufficio, per i quali è previsto, sotto qualsiasi forma, un compenso. Per poter svolgere attività ed incarichi extraistituzionali è necessaria l'autorizzazione del dirigente scolastico (cfr art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001). A meno che non si tratti di personale in part time con prestazione lavorativa non superiore al 50% i presupposti per il conferimento di incarichi extraistituzionali a dipendenti pubblici sono l'occasionalità, la saltuarietà, la mancanza di conflitto di interessi anche potenziale, la compatibilità dell’impegno lavorativo derivante dall’incarico con l’attività lavorativa di servizio cui il dipendente è addetto tale da non pregiudicarne il regolare svolgimento, con l'ulteriore precisazione che l’attività deve essere svolta necessariamente al di fuori dell’orario di servizio (cfr Circolare Funzione Pubblica n. 3 del 1997; Parere Funzione Pubblica 24 gennaio 2012, n. 1). Più in generale la normativa prevede che possono essere autorizzati altri incarichi di lavoro che rispondano a tali condizioni: - la temporaneità e l’occasionalità dell’incarico; - il non conflitto con gli interessi dell’amministrazione e con il principio del buon andamento della pubblica amministrazione; - la compatibilità dell’impegno lavorativo derivante dall’incarico con l’attività lavorativa di servizio cui il dipendente è addetto tale da non pregiudicarne il regolare svolgimento. Ricordiamo, inoltre, che a chiusura dei lavori del tavolo tecnico, a cui hanno partecipato il Dipartimento della Funzione Pubblica, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, l'ANCI e l'UPI, avviato ad ottobre 2013 in attuazione di quanto previsto dall'intesa sancita in Conferenza unificata il 24 luglio 2013, è stato formalmente approvato il documento contenente "Criteri generali in materia di incarichi vietati ai pubblici dipendenti". Nel Documento è precisato che sono da considerare vietati ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche a tempo pieno e con percentuale di tempo parziale superiore al 50% (con prestazione lavorativa superiore al 50%) gli incarichi che presentano le caratteristiche della abitualità e professionalità nonchè che si pongano in conflitto di interessi. Sono da considerare vietati ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche con percentuale di tempo parziale pari o inferiore al 50% (con prestazione lavorativa pari o inferiore al 50%) gli incarichi che presentano le caratteristiche del conflitto di interessi. Gli incarichi che presentano i caratteri della abitualità e professionalità ai sensi dell'art. 60 del d.P.R. n. 3/57, sicché il dipendente pubblico non potrà "esercitare attività commerciali, industriali, né alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro". L'incarico presenta i caratteri della professionalità laddove si svolga con i caratteri della abitualità, sistematicità/non occasionalità e continuità, senza necessariamente comportare che tale attività sia svolta in modo permanente ed esclusivo (art. 5, d.P.R. n. 633 del 1972; art. 53 del d.P.R. n. 917 del 1986; Cass. civ., sez. V, n. 27221 del 2006; Cass. civ., sez. I, n. 9102 del 2003). Sono altresì vietati gli incarichi che, sebbene considerati singolarmente e isolatamente non diano luogo ad una situazione di incompatibilità, considerati complessivamente nell'ambito dell'anno solare, configurano invece un impegno continuativo con le caratteristiche della abitualità e professionalità, tenendo conto della natura degli incarichi e della remunerazione previsti. Ricordiamo che già la Circolare n. 3 del 19 febbraio 1997 del Dipartimento della Funzione Pubblica, aveva chiarito che le attività consentite sono un’eccezione rispetto al prevalente e generale principio di incompatibilità, con la conseguenza che il potere di autorizzazione delle amministrazioni deve essere esercitato secondo criteri oggettivi e idonei a verificare la compatibilità dell’attività extra istituzionale in base alla natura della stessa, alle modalità di svolgimento e all’impegno richiesto. Conseguentemente, le attività extra istituzionali sono da considerarsi incompatibili quando oltrepassano i limiti della saltuarietà e occasionalità. Pertanto i requisiti per autorizzare un incarico sono: - la temporaneità e l’occasionalità dell’incarico. Sono, quindi, autorizzabili le attività esercitate sporadicamente ed occasionalmente, anche se eseguite periodicamente e retribuite, qualora per l’aspetto quantitativo e per la mancanza di abitualità, non diano luogo ad interferenze con l’impiego; - la necessità che l’attività svolta non sia in conflitto con gli interessi dell’Amministrazione e con il principio del buon andamento della Pubblica Amministrazione; - la compatibilità dell’impegno lavorativo derivante dall’incarico con l’attività lavorativa di servizio cui il dipendente è addetto tale da non pregiudicarne il regolare svolgimento, con la ulteriore precisazione che l’attività deve essere svolta necessariamente al di fuori dell’orario di servizio. La carica in questione è compatibile - e quindi potrà essere concessa l'autorizzazione - se connotata da temporaneità e saltuarietà della prestazione, secondo quanto sopra precisato. Non si applica infatti la previsione dell'incompatibilità assoluta prevista per le cariche in società con scopo di lucro ( cfr. l'art. 60 sopra citato). Ad ogni modo non deve mai esserci la sussistenza di conflitto di interessi (es. attività della associazione con alunni delle classi del docente). In tal senso ricordiamo anche l'art. 5 del DPR 62/2013 ai sensi del quale "Nel rispetto della disciplina vigente del diritto di associazione, il dipendente comunica tempestivamente al responsabile dell’ufficio di appartenenza la propria adesione o appartenenza ad associazioni od organizzazioni, a prescindere dal loro carattere riservato o meno, i cui ambiti di interessi possano interferire con lo svolgimento dell’attività dell’ufficio. Il presente comma non si applica all’adesione a partiti politici o a sindacati". Sub c) Collaborazione a periodico L’attività è compatibile e non è necessaria neanche l’autorizzazione preventiva. Ricordiamo che l'art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001, al comma 6, disciplina i seguenti incarichi per i quali non è richiesta la preventiva autorizzazione tra i quali alla lettera a) vi è la collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie e simili.

    Data di pubblicazione: 03/11/2026

  • Congedo parentale alternato tra più figli e successiva fruizione di altri istituti di assenza: disciplina del computo delle giornate non lavorative...
  • Relativamente al congedo parentale e congedo per malattia del bambino, il comma 5 dell’art. 34 del CCNL 2024 prevede che i periodi di assenza di cui ai precedenti commi 3 e 4 (congedo parentale e congedo per malattia del bambino), nel caso di fruizione continuativa, comprendono anche gli eventuali giorni festivi che ricadano all'interno degli stessi. Tale modalità di computo trova applicazione anche nel caso di fruizione frazionata, ove i diversi periodi di assenza non siano intervallati dal ritorno al lavoro del lavoratore o della lavoratrice (prima il riferimento normativo era l'art. 12 del CCNL 2007). Sulla questione specifica di cui al quesito, seppur con riferimento al congedo parentale ha fornito chiarimenti l'ARAN con l'Orientamento Applicativo CIRS41 del 24 febbraio 2021 che riportiamo in integrale; chiarimenti che possono essere applicati in via analogica anche alla malattia del bambino come nel caso di specie. "Qual è l’esatto computo dei periodi di congedo parentale chiesti dal personale della scuola per ciascuno dei propri due figli, dal lunedì al venerdì per il primo figlio e dal lunedì al venerdì successivi per il secondo? Ai fini del computo del predetto periodo, debbano essere considerati anche il sabato e la domenica, in osservanza delle precisazioni dell’art. 12, comma 6, del CCNL 2006-2009 del comparto scuola ( ora cfr art. 34 CCNL 2024)? Nel merito del quesito, si ritiene opportuno rilevare che l’art. 12 del CCNL del 29/11/2007 del comparto scuola, al comma 6, espressamente dispone che i periodi di congedo parentale “nel caso di fruizione continuativa comprendono anche gli eventuali giorni festivi che ricadono all’interno degli stessi. Tale modalità di computo trova applicazione anche nel caso di fruizione frazionata, ove i diversi periodi di assenza non siano intervallati dal ritorno al lavoro del lavoratore o della lavoratrice” (analoga previsione è contenuta nel CCNL 2024 art. 34). L’aver considerato i giorni festivi o, comunque, non lavorativi ricompresi all’interno dell’istituto del congedo parentale comporta che, sotto il profilo contrattuale, il calcolo di tale periodo di assenza debba effettuarsi tenendo conto di tutti i giorni di calendario ricadenti nel periodo di congedo richiesto. Diverso è, invece, il caso prospettato da codesto istituto, in quanto la/il dipendente chiede due periodi di congedo riferiti a bambini diversi. L’ipotesi in esame, a parere della scrivente Agenzia, è assimilabile al caso di fruizione di due diversi istituti con la conseguenza che se la/il dipendente riprende effettivamente servizio il lunedì successivo al secondo periodo di congedo parentale le giornate di sabato e domenica non rientrano nel computo del congedo parentale. A fortiori, si richiama sia la circolare n. 2/2011 del Dipartimento della Funzione Pubblica, che con riferimento al congedo biennale così chiarisce “Il congedo è fruibile anche in modo frazionato (a giorni interi, ma non ad ore). Affinché non vengano computati nel periodo di congedo i giorni festivi, le domeniche e i sabati (nel caso di articolazione dell'orario su cinque giorni), è necessario che si verifichi l'effettiva ripresa del lavoro al termine del periodo di congedo richiesto. Tali giornate [il sabato e la domenica] non saranno conteggiate nel caso in cui la domanda di congedo sia stata presentata dal lunedì al venerdì, se il lunedì successivo si verifica la ripresa dell'attività lavorativa ovvero anche un'assenza per malattia del dipendente o del figlio”, sia il messaggio Inps 18 ottobre 2011, n. 19772, che nel fornire ulteriori precisazione per i criteri di computo ed indennizzo del congedo parentale di cui agli artt. 32 e ss. del d.lgs. 151/2001, ritiene non computabili il sabato e la domenica compresi in un periodo unico di assenza ma fruita ad altro titolo". Pertanto, il sabato e la domenica tra due periodi di congedo parentale del figlio ma richiesti per figli diversi non sono computabili come congedo ma saranno neutri ai fini delle assenze se il dipendente riprende effettivamente servizio il lunedì successivo al secondo periodo di congedo parentale. Il seguente passaggio "L’ipotesi in esame, a parere della scrivente Agenzia, è assimilabile al caso di fruizione di due diversi istituti con la conseguenza che se la/il dipendente riprende effettivamente servizio il lunedì successivo al secondo periodo di congedo parentale le giornate di sabato e domenica non rientrano nel computo del congedo parentale" porta a ritenere che se, invece, il lunedì successivo al secondo periodo di congedo parentale non vi è la ripresa del servizio le giornate di sabato e domenica rientreranno nel computo del congedo parentale. Se, dopo la seconda settimana di congedo, prosegue con altra tipologia di assenza (malattia per se stessa o malattia per bambino) il sabato e la domenica non andranno considerati congedo se dopo la suddetta tipologia di assenza non riprende ulteriore periodo di congedo parentale. Forniamo le seguenti ipotesi di calcolo. La Nota INPS n. 19772 del 18 ottobre 2011, fornisce una serie di esempi e modalità di computo del congedo. Nel caso in cui un lavoratore, con orario di lavoro articolato su cinque giorni lavorativi (c.d. settimana corta), fruisca di congedo parentale nel seguente modo: 1^ settimana: dal lunedì al venerdì = congedo parentale Sabato e domenica 2^ settimana: dal lunedì al venerdì = ferie - malattia - assenza ad altro titolo Sabato e domenica 3^ settimana: dal lunedì al venerdì = ferie o malattia o assenza ad altro titolo Sabato e domenica 4^ settimana: dal lunedì al venerdì = congedo parentale il sabato e la domenica compresi tra la seconda e la terza settimana non sono computabili, né indennizzabili a titolo di congedo parentale in quanto tali giorni - compresi in un periodo unico di congedo parentale posto che, dalla prima alla quarta settimana, non vi è ripresa dell’attività lavorativa - risultano comunque ricompresi all’interno di un periodo di assenza fruita ad altro titolo (periodo neutro ai fini di interesse). Viceversa, il sabato e la domenica ricadenti tra la prima e la seconda settimana e tra la terza e la quarta sono computabili ed indennizzabili in conto congedo parentale in quanto tali giorni cadono, rispettivamente, subito dopo e subito prima il congedo parentale richiesto. Quanto sopra vale anche nei casi in cui il lavoratore alterni congedo parentale e ferie nel seguente modo: dal martedì al giovedì = congedo parentale venerdì = ferie sabato e domenica lunedì= ferie dal martedì a giovedì = congedo parentale. Anche in tale ultima ipotesi, infatti, il sabato e la domenica non si computano a titolo di congedo parentale in quanto inclusi in un periodo, seppur breve, di ferie (venerdì e lunedì). A chiarimento di quanto sopra esposto l'INPS fornisce ancora due possibili casi: Caso 1 da lunedì a venerdì = congedo parentale sabato e domenica da lunedì a mercoledì = ferie giovedì = ripresa del lavoro Caso 2 da lunedì a venerdì = congedo parentale sabato e domenica da lunedì a mercoledì = ferie giovedì = congedo parentale venerdì = ripresa del lavoro Nel primo caso (caso 1) il sabato e la domenica rimangono evidentemente esclusi dal computo del congedo parentale in quanto la frazione di congedo termina il venerdì (infatti, successivamente alle ferie, il lavoratore riprende l’attività lavorativa). Viceversa, nel secondo caso (caso 2), il sabato e la domenica vanno conteggiati ed indennizzati in conto congedo parentale in quanto tali giorni sono compresi in un’unica frazione di congedo (dal lunedì della prima settimana al giovedì della seconda) e ricadono immediatamente dopo il congedo parentale. I criteri sopra indicati trovano applicazione anche nell’ipotesi in cui il lavoratore, avendo già richiesto un periodo di congedo parentale, presenti un’altra domanda (o diverse domande) di congedo parentale determinanti di fatto una proroga del periodo di congedo precedentemente richiesto.

    Data di pubblicazione: 03/11/2026

  • Mobilità del personale ATA tra profili professionali della stessa area: disciplina del periodo di prova e riconoscimento del servizio prestato...
  • Si ritiene che il lavoratore in oggetto fosse tenuto allo svolgimento del periodo di prova pari a quattro mesi ex art. 62, c. 1, lettera b) del CCNL comparto istruzione e ricerca 2019-2021. Infatti: - l’art. 62, c. 2 del CCNL citato esclude la ripetizione del periodo di prova per coloro che lo hanno superato nel “medesimo profilo professionale oppure in corrispondente profilo di altra amministrazione pubblica anche di diverso comparto”; - è pur vero che l’assistente tecnico e l’assistente amministrativo appartengono alla stessa Area, quella degli assistenti, come disposto dall’Allegato A al CCNL comparto istruzione e ricerca 2019-2021. Purtuttavia, è proprio quest’ultimo Allegato a distinguere tra i due profili professionali, al di là delle specifiche professionali comuni. Ivi si legge infatti: “AREA DEGLI ASSISTENTI Appartengono a quest’Area i lavoratori che svolgono compiti complessi richiedenti specifica capacità di attuazione delle procedure, anche con l’utilizzazione di macchinari o attrezzature elettroniche, di cui hanno piena conoscenza comprensione e consapevolezza. Specifiche professionali comuni: - conoscenze prevalentemente concrete, con elementi concettuali finalizzati a creare collegamenti logici, attestate dal possesso di un diploma di istruzione secondaria superiore; - capacità di applicare una gamma di saperi, metodi, prassi e procedure, materiali e strumenti, per risolvere i problemi ed abilità cognitive, relazionali, sociali e propositive necessarie per superare difficoltà crescenti; - responsabilità di raggiungere i risultati previsti assicurando la conformità delle attività svolte; - autonomia esercitata individuando le modalità di realizzazione più adeguate, nell’ambito di un contesto strutturato, con situazioni mutevoli che richiedono una modifica del proprio operato. Specifiche professionali dei singoli profili professionali: 1. Assistente amministrativo Svolge attività lavorative richiedenti specifica preparazione professionale e capacità di attuazione delle procedure anche con l'utilizzazione di strumenti informatici nonché di specifiche piattaforme digitali connesse ai processi affidati (contabilità, gestione documentale/degli alunni/del personale). Ha competenza e responsabilità diretta della tenuta dell'archivio, del protocollo e del magazzino, del quale garantisce anche la custodia, la verifica, la registrazione delle entrate e delle uscite del materiale e delle derrate in giacenza. Requisiti di base per l’accesso • Diploma di scuola secondaria di secondo grado e certificazione internazionale di alfabetizzazione digitale 2. 2. Assistente tecnico Svolge attività lavorative richiedenti specifica preparazione professionale e capacità di attuazione delle procedure quali, a titolo esemplificativo: - la conduzione tecnica di laboratori, officine e reparti di lavorazione, garantendone l’efficienza e la funzionalità; - il supporto tecnico allo svolgimento delle attività didattiche; - la guida degli autoveicoli e la loro manutenzione ordinaria; - l’assolvimento dei servizi esterni connessi con il proprio lavoro. Requisiti di base per l’accesso • Diploma di scuola secondaria di secondo grado corrispondente allo specifico settore professionale e certificazione internazionale di alfabetizzazione digitale”; - poiché l’assistente tecnico e quello amministrativo appartengono alla medesima area ma a profili professionali diversi, il lavoratore in oggetto non era escluso dall’obbligo del periodo di prova della durata di quattro mesi. Tuttavia, occorre rilevare che il CCNL comparto istruzione e ricerca 2019-2021 non richiede più l’assunzione di un provvedimento di conferma in ruolo del personale ATA al termine del periodo di prova: la conferma discende dunque, come previsto dal codice civile (art. 2096, c. 4), dal mero decorso di quel periodo – che nel caso di specie era pari a quattro mesi di servizio effettivo – senza che sia intervenuto il recesso dal contratto di lavoro da nessuna delle due parti del rapporto (“Compiuto il periodo di prova, l'assunzione diviene definitiva e il servizio prestato si computa nell'anzianità del prestatore di lavoro”). Poiché però la RTS solitamente richiede un provvedimento di tal genere per poter procedere a vistare la ricostruzione di carriera, ove richiesta dal lavoratore, si suggerisce di procedere come segue: - richiedere alla scuola di titolarità nel precedente anno scolastico di verificare se e quando il lavoratore abbia compiuto i quattro mesi di servizio effettivo; - richiedere alla medesima di adottare, all'esito del controllo, un provvedimento di conferma in ruolo “ora per allora”; - allegare tale provvedimento alla ricostruzione di carriera da trasmettere alla RTS.

    Data di pubblicazione: 03/11/2026

  • Gestione delle assenze per congedo per cure del personale scolastico invalido: criteri per il corretto trattamento economico e retributivo...
  • L’art. 7 del D.Lgs. n. 119 del 2011 “Attuazione dell'articolo 23 della legge 4 novembre 2010, n. 183, recante delega al Governo per il riordino della normativa in materia di congedi, aspettative e permessi” prevede che, salvo quanto previsto dall'articolo 3, comma 42, della legge 24 dicembre 1993, n. 537, e successive modificazioni, i lavoratori mutilati e invalidi civili cui sia stata riconosciuta una riduzione della capacità lavorativa superiore al cinquanta per cento possono fruire ogni anno, anche in maniera frazionata, di un congedo per cure per un periodo non superiore a trenta giorni. Il congedo di cui sopra è accordato dal datore di lavoro a seguito di domanda del dipendente interessato accompagnata dalla richiesta del medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale o appartenente ad una struttura sanitaria pubblica dalla quale risulti la necessità della cura in relazione all'infermità invalidante riconosciuta. Il terzo comma del citato articolo prevede che durante il periodo di congedo, non rientrante nel periodo di comporto, il dipendente ha diritto a percepire il trattamento calcolato secondo il regime economico delle assenze per malattia. Il lavoratore è tenuto a documentare in maniera idonea l'avvenuta sottoposizione alle cure. In caso di lavoratore sottoposto a trattamenti terapeutici continuativi, a giustificazione dell'assenza può essere prodotta anche attestazione cumulativa. Il Ministero del Lavoro, con l'Interpello n. 10 dell'8 marzo 2013, ha fornito indicazioni in ordine alla corretta interpretazione dell'art. 7, D.Lgs. n. 119/2011, concernente la disciplina del congedo per cure riconosciuto in favore dei lavoratori mutilati ed invalidi civili. È stato ribadito che: - il suddetto congedo non rientra nel periodo di comporto ed è concesso dal datore di lavoro a seguito di domanda del dipendente interessato accompagnata da idonea documentazione comprovante la necessità delle cure connesse alla specifica infermità invalidante; - la fruizione frazionata dei permessi deve essere intesa come un solo episodio morboso di carattere continuativo, ai fini della corretta determinazione del trattamento economico corrispondente, in quanto connesso alla medesima infermità invalidante riconosciuta. Il Ministero del Lavoro osserva che l'art. 7 del Decreto 119/2011 ha stabilito che durante la fruizione del congedo il dipendente ha diritto a percepire il trattamento calcolato secondo il regime economico delle assenze per malattia. Pertanto, le caratteristiche del congedo in questione possono così riassumersi: - il congedo (30 giorni fruibili in modo anche frazionato) è accordato per cure che si riferiscono all'infermità invalidante riconosciuta; - il periodo di congedo non rientra nel periodo di comporto; - il dipendente ha diritto a percepire il trattamento calcolato secondo il regime economico delle assenze per malattia; - il lavoratore è tenuto a documentare in maniera idonea l'avvenuta sottoposizione alle cure. In caso di lavoratore sottoposto a trattamenti terapeutici continuativi, a giustificazione dell'assenza può essere prodotta anche attestazione cumulativa. Inoltre, il citato Interpello, in merito alla richiesta se fosse possibile considerare, per la fruizione frazionata dei permessi di cui sopra, le giornate di assenza dal lavoro come unico episodio morboso di carattere continuativo ai fini della corretta determinazione del trattamento economico corrispondente, ha precisato che è possibile intendere la fruizione frazionata dei permessi come un solo episodio morboso di carattere continuativo, ai fini della corretta determinazione del trattamento economico corrispondente, in quanto connesso alla medesima infermità invalidante riconosciuta. La Funzione Pubblica, con il Parere prot. n. 12173 del 07/02/2022, ha affermato che in mancanza di una diversa previsione contrattuale, i giorni festivi che ricadono all’interno del periodo di congedo devono essere conteggiati con le stesse regole che disciplinano le assenze dovute ad un periodo di malattia ordinaria. Si ricorda, infatti, che il Dipartimento della Funzione Pubblica con parere n. 4742 del 30 gennaio 2009 ha precisato che secondo il consolidato orientamento in materia di assenze dal servizio, le giornate di sabato e domenica intercorrenti tra due periodi di assenza per malattia vengono anch'esse considerate assenze per malattia e assoggettate alla decurtazione del trattamento economico accessorio. Ciò premesso, in merito al quesito posto, si precisa che l’assenza ai sensi dell’art. 7 del D.lga n. 119 del 2011 ( sul presupposto che sia stata correttamente certificata come sopra esposto) è soggetta al trattamento calcolato secondo il regime economico delle assenze per malattia e quindi anche alla decurtazione dell’accessorio di cui all' art.71 del D.L. 112/2008.

    Data di pubblicazione: 03/11/2026

  • Compatibilità tra l'esercizio della professione forense e lo svolgimento della funzione docente su posto di sostegno...
  • In premessa si osserva che nella seduta del 2 ottobre 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato in esame preliminare il decreto legislativo di riforma organica dell’ordinamento della professione forense, che dovrà sostituire l’attuale Legge forense n. 247/2012. L’art. 19 della suddetta legge prevede che in deroga a quanto stabilito nell'articolo 18, l'esercizio della professione di avvocato è compatibile con l'insegnamento o la ricerca in materie giuridiche nell'università, nelle scuole secondarie pubbliche o private parificate e nelle istituzioni ed enti di ricerca e sperimentazione pubblici. L’ Art 65 prevede che k'articolo 19 non si applica agli avvocati già iscritti agli albi alla data di entrata in vigore della presente legge ( 2 febbraio 2023), per i quali restano ferme le disposizioni dell'articolo 3, quarto comma, del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 gennaio 1934, n. 36, e successive modificazioni. Nel nuovo ordinamento professionale forense sussiste incompatibilità tra esercizio della professione di avvocato ed attività di insegnante, sia pure a tempo parziale, in scuola primaria, e la nuova legge, più restrittiva sul punto, si applica anche alle domande di iscrizione avanzate anteriormente, ma ancora in corso al momento di entrata in vigore dello "ius superveniens", se il termine per la relativa deliberazione da parte del Consiglio dell'ordine non era ancora scaduto. (Cassazione civile sez. un., 28/10/2015, n. 21949) Il COA di Foggia ha formulato al CNF quesito in merito alla possibilità, per l’avvocato iscritto nel vigore della legge n. 247/12 e che sia abilitato alla docenza in materie giuridiche nella scuola secondaria di ricoprire cattedra anche a tempo determinato sul sostegno, sul potenziamento, o cattedre miste (docenza e sostegno). Il CNF, con il parere n. 19 del 20 aprile 2022, ha precisato che l’articolo 19, comma 1 della legge n. 247/12 – nel porre eccezioni alla disciplina generale delle incompatibilità – rende compatibile con l’esercizio della professione forense l’insegnamento di “materie giuridiche […] nelle scuole secondarie pubbliche o private parificate”. Come ritenuto dal parere n. 45/2019, profilo assorbente ai fini dell’applicazione della disposizione richiamata è l’essere immesso in ruolo ai fini dell’insegnamento di materie giuridiche, previa abilitazione nella relativa classe di concorso. Così risulta dal quesito del COA di Foggia e pertanto la risposta va resa in termini positivi. In aggiunta, si consideri che le specifiche caratteristiche delle cattedre relative ad attività di sostegno, ad attività di potenziamento dell’offerta formativa e – a maggior ragione – alle cattedre cd. miste (che uniscono cioè alla docenza ordinaria anche le attività di sostegno di studentesse e studenti con disabilità o esigenze speciali), al netto di ogni altra considerazione, non escludono di per sé l’erogazione di insegnamento in materie giuridiche. Ciò premesso, nel caso di specie, si tratta di docente scuola secondaria di secondo grado abilitato nella classe di concorso A046 - Discipline giuridiche ed economiche , iscritto all'albo degli Avvocati dal 2015 ,in assegnazione provvisoria ADSS e quindi si ritiene che possa essere concessa l’autorizzazione.

    Data di pubblicazione: 03/11/2026

  • La visita medica è obbligatoria per gli studenti tirocinanti di Scienze della Formazione Primaria prima dell'accesso alla scuola dell'infanzia?
  • In merito al quesito posto circa la gestione dei tirocinanti all’interno di una istituzione scolastica, si osserva quanto segue. Alla luce dell'articolo 2, comma 1, lettera a) del d.lgs. n. 81/2008, il tirocinante è equiparato al lavoratore ai fini dell'applicazione delle norme sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. La norma precisa, infatti, che si intende per "lavoratore" anche il "soggetto beneficiario delle iniziative di tirocini formativi e di orientamento" finalizzati a realizzare momenti di alternanza tra studio e lavoro. Pertanto, il tirocinante gode, sotto questo profilo, delle stesse tutele previste per il personale dipendente. Ciò significa che: - il DVR dell’istituzione scolastica deve contemplare la presenza dei tirocinanti; - poiché la scuola è soggetto ospitante e il dirigente scolastico datore di lavoro, questi deve garantire l’osservanza di tutti gli obblighi previsti dalla normativa in materia di sicurezza procurando che a ciascun tirocinante siano forniti: a) un’adeguata informazione e formazione; b) i dispositivi di protezione individuale (DPI) necessari; c) la sorveglianza sanitaria laddove prevista dal DVR medesimo e alle condizioni previste dal medesimo. L’obbligo di sottoporsi a visita medica prima dell’avvio delle attività di tirocinio risulta quindi sussistente solo nella misura in cui sia imposto da quel documento. La formazione deve essere "sufficiente ed adeguata" in materia di salute e sicurezza, con particolare riferimento ai rischi riferiti alle mansioni e ai danni caratteristici del settore di appartenenza. Se il soggetto ospitante (la scuola) è classificata come realtà a rischio medio, i tirocinanti devono ricevere la formazione conseguente, ovvero quella generale e quella specifica relativa a tale rischio. Tuttavia, poiché l'articolo 37, comma 14-bis del d.lgs. n. 81/2008 prevede il riconoscimento del credito formativo per i contenuti che si sovrappongono, l'istituzione scolastica può considerare valida la formazione generale eventualmente già acquisita dagli stessi per intervento del soggetto promotore (università), ma deve integrare la formazione specifica in relazione al rischio rilevato nel DVR della scuola. In assenza di specifiche clausole nelle convenzioni, la ripartizione delle responsabilità tra istituzione scolastica e università segue i principi generali del d.lgs. n. 81/2008 cui si è già fatto riferimento La scuola è il soggetto ospitante. Il dirigente scolastico, in qualità di datore di lavoro del luogo dove si svolge effettivamente la prestazione, è responsabile della formazione specifica legata ai rischi presenti nel proprio ambiente di lavoro e alle mansioni assegnate nonché della sorveglianza sanitaria nei termini sopra ricordati. È inoltre obbligo del datore di lavoro ospitante fornire dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti nell'ambiente in cui i tirocinanti sono destinati ad operare. Ovviamente, là dove il soggetto promotore (università) non abbia provveduto alla formazione generale, spetta ugualmente al dirigente scolastico procurare di erogarla, in quanto – per l’appunto – datore di lavoro. Cosa occorre dunque fare concretamente: 1) verificare il contenuto della convenzione di tirocinio. Risulta necessario consultare la convenzione stipulata con l'università per accertare le responsabilità attribuite a scuola e università in materia di sicurezza, sorveglianza sanitaria e assicurazione; 2) integrare la valutazione dei rischi. Il dirigente scolastico, insieme a RSPP e con il supporto del Medico Competente, sentito l’RLS, deve verificare se le attività che svolgeranno i tirocinanti espongono a rischi che impongono sorveglianza sanitaria (es. contatto con agenti biologici, movimentazione manuale dei carichi ecc.); 3) se la sorveglianza sanitaria è necessaria, il Medico Competente effettuerà la visita (anche preventiva) e rilascerà il giudizio di idoneità, che va ottenuto prima dell’effettiva assegnazione a compiti a rischio. Solo il Medico Competente è titolato a trattare i dati sanitari e a comunicare al datore di lavoro eventuali limitazioni o l'idoneità con eventuali prescrizioni senza entrare nel merito delle patologie rilevate; 4) se la sorveglianza sanitaria non è necessaria, non deve disporsi la visita medica preventiva; 5) circa la gestione dei dati sanitari e la privacy, ogni informazione sanitaria acquisita deve essere trattata come dato particolare. Il trattamento è riservato al Medico Competente e il dato va conservato in modo conforme alla normativa sulla privacy.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Supplenza breve del personale ATA: decorrenza della proroga in presenza di congedo parentale...
  • Gentile utente, la proroga della supplenza deve decorrere dal 30/10/2026. Il fatto che, in quel giorno, il supplente fruisca di un giorno di congedo parentale parzialmente retribuito non interrompe la continuità della supplenza: secondo la disciplina sulle proroghe delle supplenze, la proroga si applica al supplente già in servizio e decorre dal giorno successivo alla scadenza del precedente contratto, anche se in tale data il supplente è assente per cause giustificate (malattia, congedo parentale, chiusura della scuola, giorni festivi ecc.) Il rapporto è continuativo dal punto di vista giuridico ed economico a partire da quella data. Le norma di riferimento è la circolare annuale sulle supplenze del personale della scuola n. 11814\2026, che nelle disposizioni comuni al personale docente ed ata contiene la seguente indicazione: "Ove al primo periodo di assenza del titolare ne consegua un altro, o più, senza soluzione di continuità, la supplenza temporanea è prorogata nei riguardi del medesimo supplente già in servizio, a decorrere dal giorno successivo a quello di scadenza del precedente contratto". Pertanto la presenza di un giorno di congedo parentale non impedisce la decorrenza della proroga dal 30/10/2026.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Errata contabilizzazione dei periodi di astensione obbligatoria e congedo parentale: modalità di rettifica...
  • La questione dei diritti di maternità, nel caso in cui il parto avvenga prima dell’assunzione nella PA (come nel caso in trattazione), trova un chiarimento puntuale e rigoroso nella recente nota 0012377/2026 dove il Dipartimento della Funzione Pubblica ha risposto al quesito posto da un Ministero in merito alla corretta applicazione del Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo Unico sulla maternità e paternità). Il caso oggetto del parere riguarda una lavoratrice neoassunta che ha partorito in una data antecedente alla formale stipula del contratto ed all’immissione in servizio presso l’Amministrazione. L’interrogativo dell’amministrazione verteva sulla possibilità di riconoscere l’intero congedo di maternità (5 mesi) o di scomputare periodi precedenti all’inizio effettivo del rapporto di lavoro. Per comprendere il perimetro della decisione, occorre richiamare la disciplina generale sancita dall’articolo 16, comma 1, del D.Lgs. n. 151/2001, che stabilisce il divieto assoluto di adibire al lavoro le donne: • Prima del parto: nei due mesi precedenti la data presunta del parto (fatti salvi i casi di flessibilità previsti dall’articolo 20) e per il periodo intercorrente tra la data presunta e quella effettiva qualora il parto avvenga oltre il termine; • Post parto: nei tre mesi successivi al parto (salvo quanto disposto dall’articolo 20); • Parto prematuro: durante i giorni non goduti prima della nascita, qualora il parto sia anticipato. Tali giorni si cumulano al periodo di congedo post-partum. Se questa sequenza prescrittiva è finalizzata alla salvaguardia della salute psicofisica della madre e del neonato durante il rapporto d’impiego, la sua applicazione incontra un limite insuperabile quando il parto avviene prima dell’assunzione. Il Dipartimento della Funzione Pubblica ha ribadito un principio cardine dell’ordinamento giuslavoristico: non può configurarsi alcuna forma di tutela della maternità riferibile a periodi antecedenti all’inizio del rapporto di lavoro. I benefici e gli istituti previsti dal Testo Unico n. 151/2001 presuppongono infatti la presenza di un rapporto di lavoro subordinato in corso di svolgimento. In assenza di un contratto attivo al momento dell’evento nascita, non sussistono i presupposti giuridici per la maturazione retroattiva del congedo di maternità a carico del datore di lavoro pubblico. L’ordinamento non lascia tuttavia la madre priva di garanzie nel periodo precedente la presa di servizio. Come evidenziato nel parere ministeriale, l’articolo 24 del Testo Unico assicura una tutela specifica per le lavoratrici disoccupate, che consente loro di beneficiare delle relative prestazioni e indennità economiche di maternità a carico degli enti previdenziali. Conseguentemente, il Dipartimento della Funzione Pubblica ha tracciato la regola operativa finale per le amministrazioni pubbliche (scuole comprese): 1. Nessun recupero di arretrati: le assenze per maternità correlate a periodi precedenti all’immissione in servizio non possono essere imputate all’amministrazione; 2. Decorrenza dal giorno dell’assunzione: qualunque periodo di assenza per maternità o di congedo residuo spettante alla dipendente deve essere riferito e computato esclusivamente a partire dalla data di effettiva assunzione presso il Ministero o l’ente pubblico. Entrando nel merito del caso il esame, alla Collaboratrice Scolastica -che aveva già partorito prima di essere assunta -non spettano pertanto i mesi di congedo di maternità come ricalcolati dall’Istituto. Infatti, dato che la tutela e il relativo diritto all'astensione obbligatoria dal lavoro scattano e operano solo a partire dall'inizio effettivo del rapporto lavorativo, ne consegue la necessità di applicare la regola stabilita dall’orientamento ufficiale del Dipartimento della Funzione Pubblica: • Spetta solo il periodo residuo: La Collaboratrice poteva fruire del congedo di maternità unicamente per i giorni o i mesi di astensione obbligatoria post-parto che rimanevano ancora da beneficiare, calcolati dalla data di assunzione fino al termine teorico del congedo. • Nessun recupero dei mesi passati: I mesi o i giorni di congedo che sarebbero teoricamente spettati prima dell'instaurazione del contratto di lavoro non possono essere recuperati, né posticipati o convertiti in indennità economiche, poiché in quel periodo la lavoratrice non era ancora dipendente e non sussisteva l'obbligo di astensione dal lavoro. • Il calcolo temporale: Poiché il congedo ordinario post-parto dura normalmente 3 mesi (allungabili in caso di parto prematuro), alla Collaboratrice spetterà solo la frazione di questi 3 mesi compresa tra il giorno della presa di servizio e la scadenza naturale del trimestre successivo alla nascita o alla data presunta, trattandosi di parto prematuro. Infatti, come sopra accennato, quando il parto avviene in anticipo rispetto alla data presunta, la norma prevede il recupero post-parto di tutti i giorni antecedenti non goduti. Quindi, nel caso in esame: • Data del parto effettivo: 6 settembre 2026 • Data presunta del parto: 18 settembre 2026 • Giorni di anticipo: 12 giorni. • Calcolo della scadenza naturale: Il congedo ordinario post-parto ha la durata di 3 mesi (quindi dal 6 settembre al 6 dicembre 2026). A questi 3 mesi vanno aggiunti i 12 giorni del parto "anticipato". • Il termine ultimo teorico del congedo di maternità obbligatoria cade quindi il 18 dicembre 2026. Poiché, in base alla nota dal Dipartimento della Funzione Pubblica, la tutela previdenziale del congedo scatta solo dalla data di decorrenza del contratto di lavoro, i giorni compresi tra la nascita del bambino (6 settembre) e il giorno prima dell'assunzione (6 ottobre) sono considerati "perduti" perché in quel periodo la CS non era ancora una lavoratrice dipendente. Tanto premesso, siamo dell’avviso che il calcolo corretto sia il seguente: • Data inizio congedo di maternità (astensione obbligatoria): 7 ottobre 2026 (giorno dell'assunzione) • Data fine congedo: 18 dicembre 2026 Congedo parentale al 100% (art. 34 CCNL 2024): dal 19/12/2025 al 17/01/2026 (30 giorni) Congedo parentale all’80% (L. Bilancio): dal 18/01/2026 al 18/03/2026 (60 giorni) Congedo parentale al 30%: dal 19/03/2026 al 07/06/2026 Entrando nel merito delle variazioni sul SIDI, occorre ricordare che il sistema consente l’inserimento/cancellazione/modifica delle assenze riferite all’anno scolastico pregresso anche per il personale non più in servizio presso l’Istituto. Tuttavia, per modificare le assenze su SIDI (VSG - Variazione di Stato Giuridico) relative a una supplenza breve dopo la chiusura del contratto, è necessario tener presente che il sistema controlla la sovrapposizione dei periodi già inseriti e validati. Pertanto, per evitare eventuali blocchi del sistema ed il corretto ricalcolo delle percentuali di retribuzione applicate, riteniamo debbano essere puntualmente seguiti i sotto indicati passaggi operativi: • Accedere a: Fascicolo Personale Scuola ? Gestione Giuridica e Retributiva Contratti Scuola ? Variazione di Stato Giuridico (V.S.G.) ? Assenze. • Operare quindi tramite le funzioni di annullamento (Prospetto R-2), cancellando il primo periodo errato di congedo e inviando la modifica a NoiPA tramite la funzione di Convalida e Trasmissione del Dirigente Scolastico. • Una volta che il SIDI avrà elaborato e acquisito l’annullamento del primo periodo, procedere nello stesso modo per tutti i periodi da cancellare. • Si consiglia di verificare periodicamente lo stato delle trasmissioni sul SIDI. • Una volta che il SIDI avrà elaborato e acquisito l’annullamento di tutti i periodi errati, procedere con il progressivo reinsermento dei periodi corretti (prospetto V-1), inviandoli a NoiPA tramite la funzione di Convalida e Trasmissione del Dirigente Scolastico. Anche in questo caso, si consiglia di verificare periodicamente lo stato delle trasmissioni sul SIDI. Al termine del processo di elaborazione e acquisizione di tutti gli annullamenti e reinserimenti, il SIDI ricalcolerà in automatico le eventuali rate a conguaglio spettanti alla collaboratrice, senza che si renda necessario procedere a una segnalazione manuale a NoiPA tramite modello cartaceo di variazione o all'apertura di uno specifico ticket di assistenza.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Pensione di vecchiaia e collocamento a riposo d'ufficio: valutazione della contribuzione maturata presso enti diversi...
  • Gentile utente, il dipendente in questione può, in linea di principio, essere collocato a riposo d’ufficio dal 1° settembre 2027, purché l’INPS accerti il perfezionamento del diritto alla pensione di vecchiaia mediante cumulo. L’articolo 1, commi 239 e seguenti, della legge 228/2012, come modificato dall’articolo 1, comma 195, della legge 232/2016, consente infatti di cumulare gratuitamente i periodi assicurativi non coincidenti maturati presso le gestioni INPS, comprese quelle esclusive come la CTPS, e presso le casse professionali privatizzate, tra cui l’ENPAM. Non è quindi necessario possedere vent’anni nella sola gestione dei dipendenti statali. La circolare della Funzione pubblica n. 2 del 19 febbraio 2015, paragrafo 2.3.1, precisa altresì, che, per verificare il requisito contributivo minimo e la possibilità di risolvere il rapporto, devono essere considerati anche i contributi accreditati nelle altre gestioni previdenziali, utilizzabili attraverso gli istituti previsti dalla legge. Nel caso prospettato, i circa 12 anni di contribuzione CTPS e 25 anni presso la cassa professionale, dichiarati non sovrapposti, consentono dunque di superare il requisito contributivo minimo ventennale. Il requisito anagrafico per il 2027 è di 67 anni e un mese, secondo la circolare INPS n. 28 del 16 marzo 2026, richiamata dalla circolare MIM prot. 24818 del 24 settembre 2026. Occorre tuttavia distinguere il diritto alla pensione dalla liquidazione delle singole quote: la circolare INPS n. 140 del 12 ottobre 2017, paragrafo 1.1, chiarisce che la pensione di vecchiaia in cumulo con le casse professionali può essere “a formazione progressiva”. La quota INPS può decorrere al perfezionamento dei requisiti generali, mentre quella della cassa professionale viene liquidata al raggiungimento dei requisiti del rispettivo ordinamento. Ma l’eventuale maggiore età richiesta dall’ENPAM per la propria quota non impone quindi, da sola, di rinviare anche quella INPS. Tanto premesso, prima di procedere al collocamento a riposo d’ufficio, la scuola dovrà confrontarsi con l’INPS per verificare l’effettivo raggiungimento del requisito contributivo minimo di vent’anni, considerando anche i contributi versati presso l’altra cassa previdenziale e la loro utilizzabilità in cumulo.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Nomina dei coordinatori e dei segretari di classe: possibilità di adottare un provvedimento collettivo...
  • Mentre il coordinatore riceve una delega dal dirigente scolastico, il segretario del consiglio di classe è invece istituzionalmente previsto dalla norma. Egli viene designato con riferimento a tutto l’anno scolastico o per ogni singola seduta dal dirigente scolastico ai sensi dell'art. 5, comma 5 del D.Lgs. n. 297/1994 secondo cui “Le funzioni di segretario del consiglio sono attribuite dal direttore didattico o dal preside a uno dei docenti membro del consiglio stesso”. Nel nominare i docenti coordinatori del consiglio di classe, il dirigente si avvale, per contro, dell’art. 25, comma 5 del D.Lgs. n. 165/2001 alla luce del quale "Nello svolgimento delle proprie funzioni organizzative e amministrative il dirigente può avvalersi di docenti da lui individuati, ai quali possono essere delegati specifici compiti". L’incombenza di coordinare un consiglio è – lo si ribadisce – esercizio di una delega conferita dal dirigente scolastico che presuppone un reciproco rapporto fiduciario e la volontà di entrambi di utilizzare detto strumento; la relativa nomina diviene efficace quindi soltanto dopo l’accettazione esplicita. Alla luce di tale quadro, essa non può essere cumulativa né può avvenire con un provvedimento collettivo: ciascun destinatario deve accettarla perché solo la accettazione individuale la rende efficace. Nel caso del segretario, alla nomina effettuata dal dirigente non è legittimo sottrarsi. Non è dunque escluso un provvedimento cumulativo di designazione che deve, però, essere accompagnato da un estratto individuale da inserirsi in ciascun fascicolo. Proprio perché altrimenti, nel fascicolo personale, finirebbero per essere conservati per un periodo indeterminato dati eccedenti, quali quelli personali dei colleghi convolti. Proprio la laboriosità di tale soluzione sospinge – ancora una volta – nella direzione di provvedimenti singoli che risultano di facile redazione grazie all’utilizzo di semplici funzionalità quali la stampa unione.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Il docente può rifiutarsi di firmare per presa visione un verbale già approvato dal Collegio?
  • In riferimento alla validità del verbale l’art. 2700 c.c. prevede che “l’atto pubblico fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti”. Come osservato nel quesito, le delibere eventualmente verbalizzate sono immediatamente efficaci, INDIPENDENTEMENTE dalla sottoscrizione della presa di visione da parte di coloro che hanno preso parte della seduta oggetto di verbalizzazione. Mentre è di tutta evidenza che le delibere devono essere note al personale che le deve attuare, il dirigente scolastico può chiedere ai partecipanti alla seduta di sottoscrivere la presa di visione del verbale, benché il rifiuto da parte del docente di sottoscrivere tale presa visione non costituisca un comportamento che di per sé possa configurare un profilo di responsabilità disciplinare. Si consiglia di riportare negli spazi dedicati alla sottoscrizione le motivazioni addotte dal docente per le quali lo stesso non ritiene di poter sottoscrivere, specificando formalmente al docente che tale rifiuto non lo esime dall’attuare le delibere e quanto previsto dal verbale stesso.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Docente IRC a t.d. in servizio su più scuole: rilascio del certificato di servizio per uso pensionistico e imposta di bollo...
  • Occorre premettere che l'art. 14, comma 1 del D.P.R. n. 275/1999 attribuisce alle istituzioni scolastiche la gestione amministrativa e la carriera del personale, ma, nel caso in esame, è necessario delineare il contesto per chiarire il dubbio sollevato nel quesito. Di norma, quando un docente risulta assegnatario di contratto su più scuole per il completamento dell'orario, l'Amministrazione (in questo caso la Curia) individua la "scuola base" (o scuola principale/di maggior orario), la quale cura la gestione amministrativa complessiva della presa di servizio, la stipula del contratto principale (comprensivo delle ore di completamento su altri Istituti) e il coordinamento dell’orario. Pertanto, ipotizzando che ogni scuola di servizio non abbia stipulato un proprio contratto autonomo, ma la docente sia titolare di un unico contratto globale, emesso interamente dalla scuola base (in questo caso, l’Istituto scrivente), che include anche le ore di completamento presso le altre scuole, la certificazione spetta interamente e unicamente all’Istituto base/capofila. Per procedere correttamente: o La scuola capofila deve acquisire conferma del servizio (con eventuali relative assenze) dalle scuole in cui la docente completa l'orario. o Successivamente, emettere un certificato cumulativo che riassuma l'intero servizio prestato dall'insegnante. In detta ipotesi, infatti, il servizio al SIDI viene registrato integralmente sotto il codice meccanografico della scuola base e il certificato prodotto dal sistema attesta l’orario complessivo previsto dal contratto (es. 18 ore settimanali di cui 10 ore presso Istituto A, 5 ore presso Istituto B e 3 ore presso Istituto C). Resta inteso che, qualora ciascuna scuola di servizio abbia emesso e gestito a SIDI il proprio contratto per le relative ore, ogni scuola dovrà rilasciare il proprio certificato attestando unicamente le ore e il periodo coperti dal contratto registrato a SIDI. Per quanto concerne il rilascio dei certificati richiesti ed emessi a fini pensionistici, si precisa che l’imposta di bollo non è dovuta. Infatti, ai sensi dell'art. 9 della Tabella B (Allegata al D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 642), sono esenti in modo assoluto dall'imposta di bollo tutti i "certificati […] occorrenti per la liquidazione ed il pagamento delle pensioni dirette o di reversibilità, degli assegni e delle indennità di liquidazione e di buonuscita a carico dello Stato, delle pubbliche amministrazioni e degli istituti di previdenza, assistenza e beneficenza". Poiché il certificato è esente, non deve essere quindi applicata alcuna marca da bollo. Sull'attestazione rilasciata alla docente dovrà tuttavia essere espressamente indicata la motivazione dell'esenzione, inserendo la dicitura: «Certificato rilasciato in esenzione da imposta di bollo ai sensi dell'art. 9 della Tabella B, allegata al D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 642, poiché espressamente richiesto per uso pensionistico».

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Partecipazione degli alunni con disabilità ai viaggi d'istruzione: organizzazione del supporto linguistico e gestione delle spese...
  • La partecipazione degli alunni con disabilità ai viaggi di istruzione costituisce espressione del diritto all'inclusione scolastica e deve essere garantita dall'istituzione scolastica attraverso l'adozione delle misure organizzative necessarie affinché l'esperienza possa svolgersi in condizioni di effettiva partecipazione e pari opportunità rispetto ai compagni. Nel caso prospettato, riguardante un alunno con sordità, occorre preliminarmente verificare quanto previsto nel PEI e valutare se, in relazione alle caratteristiche dello studente e alle attività previste durante il viaggio, sia necessario un supporto specifico alla comunicazione. Tale valutazione deve essere condivisa nell'ambito del GLO, con il coinvolgimento della famiglia e degli eventuali specialisti che seguono l'alunno, e adeguatamente verbalizzata, al fine di consentire alla scuola di programmare con congruo anticipo le soluzioni organizzative più idonee. Qualora emerga la necessità di un supporto linguistico o comunicativo, la prima verifica da effettuare riguarda la possibilità di utilizzare le risorse già assegnate all'alunno. Se lo studente beneficia di un servizio di assistenza alla comunicazione garantito dall'ente territorialmente competente, appare opportuno richiedere formalmente che tale servizio venga esteso anche al periodo del viaggio di istruzione. L'assistenza alla comunicazione rientra infatti ordinariamente tra gli interventi previsti dall'art. 13, comma 3, della Legge n. 104/1992, ferma restando l'eventuale diversa attribuzione delle competenze prevista dalla normativa regionale. In alternativa, e spesso con maggiore semplicità organizzativa, può essere individuata come accompagnatrice una docente dell'istituto in possesso di adeguate competenze nella Lingua dei Segni Italiana (LIS), anche se non appartenente al consiglio di classe dell'alunno. L'art. 8.2 della C.M. n. 291 del 14 ottobre 1992 prevede infatti che gli accompagnatori siano individuati prioritariamente tra i docenti delle classi interessate, senza tuttavia introdurre un vincolo assoluto che impedisca la designazione di altri docenti dell'istituto quando ricorrano specifiche esigenze organizzative, educative o di inclusione. Il Dirigente scolastico può pertanto individuare quale accompagnatore qualsiasi docente dell'istituto ritenuto idoneo all'incarico, tenendo conto delle esigenze didattiche, organizzative e di sicurezza del viaggio. La presenza di una docente in possesso di certificazione LIS costituisce, sotto il profilo pedagogico e organizzativo, una soluzione pienamente legittima e coerente con il principio di inclusione scolastica. Qualora invece si renda necessario l'intervento di un assistente alla comunicazione esterno, occorrerà verificare se il servizio sia già fornito dall'ente competente o da una cooperativa incaricata dallo stesso. In tal caso sarà normalmente l'ente che gestisce il servizio a disciplinare le modalità di partecipazione dell'operatore al viaggio di istruzione. Solo nell'ipotesi in cui il servizio non venga garantito dall'ente competente, la scuola potrà valutare l'attivazione autonoma del servizio, nel rispetto delle procedure amministrative e contabili applicabili. Per quanto riguarda gli aspetti economici, è opportuno distinguere tra le spese di viaggio degli ordinari accompagnatori e gli eventuali costi derivanti dalla necessità di un supporto specialistico connesso alla disabilità. Le spese relative ai docenti accompagnatori rientrano nell'organizzazione ordinaria del viaggio e concorrono alla determinazione del costo complessivo dell'iniziativa secondo i criteri deliberati dagli organi collegiali dell'istituto. Diversamente, i costi riferibili all'eventuale assistente alla comunicazione o interprete LIS costituiscono spese direttamente correlate all'attuazione delle misure necessarie per garantire l'effettivo esercizio del diritto all'inclusione scolastica. Sotto il profilo dell'inclusione e della non discriminazione, appare pertanto preferibile che tali oneri siano sostenuti dall'ente competente o, ove necessario, dall'istituzione scolastica mediante le proprie risorse, evitando che il costo del servizio specialistico venga posto specificamente a carico delle altre famiglie partecipanti al viaggio. Con riferimento alla copertura assicurativa, l'eventuale partecipazione di personale esterno richiede una preventiva verifica delle condizioni della polizza dell'istituto. Molte polizze scolastiche estendono infatti la tutela anche a esperti esterni, assistenti e altre figure formalmente autorizzate dal Dirigente scolastico; è tuttavia opportuno accertarne espressamente l'operatività prima della partenza. Qualora l'assistente alla comunicazione partecipi al viaggio quale operatore incaricato dall'ente locale o da una cooperativa convenzionata, dovranno inoltre essere verificate le ulteriori coperture assicurative garantite dal datore di lavoro, con particolare riferimento alla responsabilità civile e agli infortuni connessi allo svolgimento dell'attività professionale. In conclusione, nel caso descritto, la soluzione più lineare e meno esposta a criticità amministrative consiste nel verificare in sede di GLO l'effettiva necessità del supporto comunicativo, richiedere prioritariamente l'eventuale assistenza alla comunicazione già assegnata dall'ente competente e, qualora ciò non sia possibile, designare quale accompagnatrice una docente dell'istituto in possesso di adeguate competenze nella LIS. Tale docente può essere legittimamente nominata accompagnatrice anche se non appartiene alla classe frequentata dall'alunno, purché formalmente individuata dal Dirigente scolastico nell'ambito dell'organizzazione del viaggio. Questa soluzione appare pienamente conforme ai principi di inclusione scolastica, garantisce l'effettiva partecipazione dello studente al viaggio di istruzione e consente all'istituzione scolastica di adempiere ai propri obblighi senza introdurre oneri impropri a carico delle altre famiglie.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Infortunio occorso a uno studente durante l'attività didattica: rientro alle attività pratiche di scienze motorie in assenza di certificato di chiusura....
  • La circolare INAIL n. 17 del 29/4/2026 indica che in caso di infortunio, qualora al primo o ai successivi certificati non facciano seguito ulteriori formulazioni prognostiche...

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Contributo volontario delle famiglie: possibilità di rimborso in caso di interruzione anticipata della frequenza...
  • Il contributo volontario, come chiarito dalla nota MIUR 312/2012 e ribadito dalla nota 593/2013, ha specifiche finalità: ….. le risorse raccolte con i contributi volontari delle famiglie devono essere indirizzate esclusivamente all’ampliamento dell’offerta culturale e formativa e non ad attività di funzionamento ordinario e amministrativo….. …… Il contributo non potrà riguardare lo svolgimento di attività curriculari, fermo restando, ovviamente, l’obbligo di rimborsare alla scuola alcune spese sostenute per conto delle famiglie stesse, come, ad esempio, quelle per la stipula del contratto assicurativo individuale per gli infortuni e la responsabilità civile degli alunni, o quelli per i libretti delle assenze e per le gite scolastiche… In generale, in mancanza di una specifica disciplina nel Regolamento d’Istituto, si ritiene consigliabile procedere al rimborso del contributo volontario versato dal genitore se la somma non è stata spesa né impegnata per servizi dai quali il minore ha effettivamente beneficiato. Questa prassi evita contenziosi che, nella maggior parte dei casi, porterebbero alla soccombenza della scuola. La richiesta di restituzione va considerata atto interruttivo dei termini di prescrizione, ai sensi dell’art. 1310 c.c., pertanto non può essere respinta sul mero presupposto della decorrenza dei termini. Nello specifico, non sono rimborsabili le quote già definitivamente spese o per le quali la scuola ha assunto obbligazioni vincolanti (es. premi di polizze assicurative già pagati, acquisto di libri già fatturati e consegnati, pagamenti già effettuati a fornitori per servizi specifici); vanno quindi rimborsate le quote non ancora impegnate o non ancora materialmente spese. Dal punto di vista operativo, si consiglia di: 1) Verificare la delibera/atto con cui è stata richiesta la contribuzione (Consiglio di Istituto) per accertare eventuali clausole sul recesso o sul rimborso. 2) Effettuare un controllo contabile puntuale: rilevare impegni, liquidazioni, fatture e contratti relativi all’anno scolastico in questione e la data in cui sono stati assunti. 3) Determinare l’importo rimborsabile: - se dalla verifica emerge che nulla è stato speso o impegnato: rimborso integrale; - se parte della somma è stata spesa o impegnata per servizi da cui la famiglia avrebbe beneficiato (es. assicurazione): non rimborsare la parte corrispondente; - se le spese sono parziali: valutare il rimborso pro?rata sulla base di quanto effettivamente non consumato o non impegnato. 4) Formalizzare la decisione con un provvedimento amministrativo motivato (determinazione del DS) che indichi importo rimborsato, calcolo effettuato e motivazione delle eventuali trattenute. 5) Comunicare al genitore l’esito e le modalità di rimborso (bonifico su IBAN comunicato dal genitore o altra procedura amministrativa prevista dalla scuola), indicando tempi e documentazione richiesta. 6) Effettuare il pagamento con regolare documentazione contabile e conservarne traccia agli atti della scuola. Si raccomanda, infine, di integrare il Regolamento d’Istituto o il regolamento dei contributi volontari prevedendo esplicitamente le regole di rimborso (criteri, termini, modalità operative) per evitare in futuro situazioni analoghe.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Strumenti di IA per studenti con disabilità: prevale il diritto all’inclusione o il divieto previsto dal regolamento d’istituto?
  • In relazione al quesito concernente la richiesta della famiglia di un alunno con grave disabilità visiva di utilizzare il dispositivo/applicazione Plaud Note durante le attività didattiche, si ritiene che la famiglia non possa imporre unilateralmente all'istituzione scolastica l'adozione di uno specifico strumento tecnologico. Nondimeno, la richiesta non può essere respinta esclusivamente sulla base di un regolamento d'istituto che vieti in via generale l'utilizzo di strumenti basati sull'intelligenza artificiale. La questione deve essere esaminata alla luce della normativa vigente in materia di inclusione scolastica degli alunni con disabilità, con particolare riguardo ai principi di personalizzazione degli interventi educativi e didattici, di pari opportunità nell'accesso all'apprendimento e di adozione degli accomodamenti ragionevoli necessari a rimuovere le barriere che ostacolano la piena ed effettiva partecipazione dell'alunno alla vita scolastica. Il quadro normativo di riferimento è costituito dalla Legge n. 104/1992, dal D.Lgs. n. 66/2017, come modificato dal D.Lgs. n. 96/2019, nonché dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata con Legge n. 18/2009, che impone agli Stati e alle istituzioni pubbliche di garantire un sistema educativo inclusivo mediante l'adozione delle misure individualizzate e degli accomodamenti ragionevoli necessari a consentire alle persone con disabilità il pieno esercizio del diritto all'istruzione. In particolare, l'art. 7 del D.Lgs. 66/2017 prevede che il percorso inclusivo dell'alunno trovi concreta attuazione nel Piano Educativo Individualizzato (PEI), elaborato dal Gruppo di Lavoro Operativo per l'Inclusione (GLO). Il successivo Decreto Interministeriale n. 182/2020, come modificato e integrato dal Decreto Interministeriale n. 153/2023, attribuisce espressamente al GLO il compito di individuare, nell'ambito del PEI, gli interventi educativi e didattici, gli ausili, le misure di sostegno, gli strumenti tecnologici e gli accomodamenti ragionevoli necessari per garantire all'alunno con disabilità l'effettiva partecipazione alle attività scolastiche e il raggiungimento degli obiettivi formativi. Ne consegue che l'eventuale utilizzo di Plaud Note non può essere deciso unilateralmente né dalla famiglia né dal singolo specialista, ma deve costituire oggetto di una valutazione collegiale da parte del GLO, sulla base della documentazione sanitaria e specialistica disponibile, delle caratteristiche del funzionamento dell'alunno e delle concrete esigenze di accessibilità ai contenuti didattici. Sotto tale profilo, il parere della tiflologa rappresenta certamente un contributo tecnico qualificato e meritevole della massima considerazione, ma non assume carattere vincolante per l'istituzione scolastica. Esso costituisce uno degli elementi istruttori che il GLO è tenuto a valutare nell'ambito della progettazione educativa individualizzata. Occorre inoltre evitare un equivoco concettuale particolarmente rilevante sul piano giuridico. L'ordinamento non tutela il diritto all'utilizzo di uno specifico prodotto commerciale, ma il diritto dell'alunno con disabilità a beneficiare delle misure e degli accomodamenti ragionevoli necessari per accedere al percorso scolastico in condizioni di effettiva uguaglianza rispetto ai compagni. Pertanto, la questione non deve essere affrontata verificando se Plaud Note sia o meno uno strumento basato sull'intelligenza artificiale, bensì accertando se il suo utilizzo sia concretamente necessario o significativamente utile per compensare le limitazioni funzionali derivanti dalla disabilità visiva e consentire all'alunno un'effettiva fruizione dei contenuti didattici. Qualora il GLO accerti che tale strumento costituisca un accomodamento ragionevole necessario e proporzionato rispetto ai bisogni dell'alunno, la scuola sarà tenuta a valutarne favorevolmente l'adozione e a disciplinarne le modalità di utilizzo nel PEI. Viceversa, qualora siano disponibili strumenti alternativi idonei a garantire le medesime finalità inclusive con analoga efficacia, l'istituzione scolastica potrà motivatamente optare per tali soluzioni. Con specifico riferimento al regolamento d'istituto che vieta l'utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale, si ritiene che una disposizione regolamentare formulata in termini assoluti non possa essere applicata in modo tale da impedire l'adozione di un accomodamento ragionevole necessario alla realizzazione del diritto all'istruzione dell'alunno con disabilità. Il regolamento mantiene certamente la propria efficacia nei confronti della generalità degli studenti, ma deve essere interpretato e applicato in conformità ai principi di inclusione scolastica e alle misure individualizzate previste dall'ordinamento. È tuttavia necessario distinguere tra l'utilizzo dell'intelligenza artificiale quale mero strumento compensativo e il suo utilizzo quale strumento sostitutivo dell'attività cognitiva dello studente. Qualora l'applicazione si limiti a: • registrare la lezione; • convertire l'audio in testo; • rendere il contenuto maggiormente accessibile; • generare sintesi, schemi o mappe funzionali alla consultazione del materiale didattico; essa appare configurabile come uno strumento di supporto volto a compensare le limitazioni derivanti dalla disabilità visiva, analogamente ad altri ausili tecnologici comunemente utilizzati nei percorsi di inclusione scolastica. Diversamente, l'eventuale utilizzo dell'applicazione per generare autonomamente elaborati, svolgere compiti o sostituire l'attività di studio e rielaborazione personale dello studente potrebbe porre problematiche differenti sotto il profilo didattico e valutativo e richiedere specifiche limitazioni o modalità di utilizzo. Particolare attenzione dovrà inoltre essere riservata alla disciplina in materia di protezione dei dati personali. A differenza della mera registrazione locale della lezione, infatti, sistemi come Plaud Note possono prevedere operazioni di trascrizione, elaborazione e archiviazione mediante servizi digitali forniti da soggetti terzi, con conseguente trattamento di dati personali riferibili ai docenti e agli altri studenti presenti in aula. Prima di autorizzarne l'utilizzo, appare pertanto opportuno: • acquisire adeguata documentazione tecnica relativa al funzionamento dell'applicazione; • coinvolgere il Responsabile della Protezione dei Dati (DPO) dell'istituto; • verificare le modalità di trattamento, conservazione ed eventuale trasferimento dei dati; • valutare l'adozione di specifiche misure organizzative e tecniche a tutela della riservatezza; • disciplinare nel PEI le modalità concrete d'impiego dello strumento, anche con riferimento alle verifiche e alle prove di valutazione. Quanto al fatto che l'alunno frequenti una classe quarta della scuola secondaria di secondo grado e sia ormai al di fuori dell'obbligo di istruzione, tale circostanza appare giuridicamente irrilevante. Il venir meno dell'obbligo scolastico non comporta infatti il venir meno del diritto all'istruzione, all'inclusione scolastica e agli accomodamenti ragionevoli previsti dalla normativa in favore degli studenti con disabilità che continuano a frequentare il percorso di studi. Alla luce delle considerazioni che precedono, si ritiene che la famiglia non possa imporre alla scuola l'utilizzo di Plaud Note. Al contempo, l'istituzione scolastica non può rigettare la richiesta limitandosi a richiamare il divieto generale contenuto nel regolamento interno. La scuola è tenuta a sottoporre la questione alla valutazione del GLO, acquisendo la documentazione specialistica disponibile e verificando se l'utilizzo del dispositivo costituisca un accomodamento ragionevole necessario per garantire all'alunno ipovedente un effettivo accesso ai contenuti didattici, secondo quanto previsto dal D.Lgs. 66/2017 e dalla disciplina del PEI di cui al D.I. 182/2020, come modificato dal D.I. 153/2023. Ove tale necessità venga accertata e non risultino disponibili soluzioni equivalenti altrettanto efficaci, l'utilizzo dello strumento potrà essere previsto nel PEI, disciplinandone modalità, limiti e condizioni d'uso. In tale ipotesi, il divieto generale previsto dal regolamento d'istituto dovrà essere interpretato in modo conforme ai principi di inclusione scolastica e di accomodamento ragionevole, al fine di garantire il pieno esercizio del diritto all'istruzione dell'alunno con disabilità.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Compatibilità tra rapporto di lavoro a tempo determinato nella scuola e incarico di presidente del Consiglio di amministrazione di una cooperativa...
  • La materia della incompatibilità del personale del Comparto Scuola è regolata dall'art. 53 del D.Lgs. 30 marzo 2001 "Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze pubbliche", dall'art. 60 del DPR 10 gennaio 1957 n. 3 "Testo Unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato", dall'art. 508 del D.Lgs. n. 297 del 16 aprile 1994 e da alcune disposizioni del CCNL-Scuola. L'art. 53, comma 1, del D.Lgs. n. 165 del 2001 stabilisce, infatti, che resta ferma per tutti i dipendenti pubblici la disciplina delle incompatibilità dettata dagli artt. 60 e segg. del DPR n. 3 del 1957, che vietano ai lavoratori pubblici l'esercizio di attività commerciali ed industriali, l'esercizio di professioni, l'assunzione di impieghi alle dipendenze di privati e di cariche in società aventi fine di lucro. L’art. 60 del DPR n. 3/1957 citato prevede che l'impiegato non può esercitare il commercio, l'industria, né alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro, tranne che si tratti di cariche in società o enti per le quali la nomina è riservata allo Stato e sia all'uopo intervenuta l'autorizzazione del Ministro competente. L'art. 61 prevede che il divieto di cui all'articolo 60 non si applica nei casi di società cooperative. Per quanto concerne il personale docente l'art. 508 comma 10 prevede che detto personale di non può esercitare attività commerciale, industriale e professionale, ne può assumere o mantenere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro, tranne che si tratti di cariche in società od enti per i quali la nomina è riservata allo Stato e sia intervenuta l'autorizzazione del Ministero della pubblica istruzione. Ai sensi del comma 11 il divieto, di cui al comma 10, non si applica nei casi si società cooperative. Richiamata la normativa di riferimento si rileva che, a chiusura dei lavori del tavolo tecnico, a cui hanno partecipato il Dipartimento della Funzione Pubblica, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, l'ANCI e l'UPI, avviato ad ottobre 2013 in attuazione di quanto previsto dall'intesa sancita in Conferenza unificata il 24 luglio 2013, è stato formalmente approvato il documento contenente "Criteri generali in materia di incarichi vietati ai pubblici dipendenti". Obiettivo del documento è quello di supportare le amministrazioni, ivi comprese le istituzioni scolastiche, nell'applicazione della normativa in materia di svolgimento di incarichi da parte dei dipendenti. Nel Documento è precisato che sono da considerare vietati ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche a tempo pieno e con percentuale di tempo parziale superiore al 50% (con prestazione lavorativa superiore al 50%) gli incarichi che presentano le caratteristiche della abitualità e professionalità nonchè che si pongano in conflitto di interessi. Sono da considerare vietati ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche con percentuale di tempo parziale pari o inferiore al 50% (con prestazione lavorativa pari o inferiore al 50%) gli incarichi che presentano le caratteristiche del conflitto di interessi. Gli incarichi che presentano i caratteri della abitualità e professionalità ai sensi dell'art. 60 del d.P.R. n. 3/57, sicché il dipendente pubblico non potrà "esercitare attività commerciali, industriali, né alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro". L'incarico presenta i caratteri della professionalità laddove si svolga con i caratteri della abitualità, sistematicità/non occasionalità e continuità, senza necessariamente comportare che tale attività sia svolta in modo permanente ed esclusivo (art. 5, d.P.R. n. 633 del 1972; art. 53 del d.P.R. n. 917 del 1986; Cass. civ., sez. V, n. 27221 del 2006; Cass. civ., sez. I, n. 9102 del 2003). Viene precisato che sono escluse dal divieto di cui sopra, ferma restando la necessità dell'autorizzazione e salvo quanto previsto dall'art. 53, comma 4, del d.lgs. n. 165/2001: a) L'ASSUNZIONE DI CARICHE NELLE SOCIETÀ COOPERATIVE, IN BASE A QUANTO PREVISTO DALL'ART. 61 DEL D.p.r. n. 3/1957; b) i casi in cui sono le disposizioni di legge che espressamente consentono o prevedono per i dipendenti pubblici la partecipazione e/o l'assunzione di cariche in enti e società partecipate o controllate (si vedano a titolo esemplificativo e non esaustivo: l'art. 60 del d.P.R. n. 3/1957; l'art. 62 del d.P.R. n. 3/1957; l'art. 4 del d.l. n. 95/2012); c) l'assunzione di cariche nell'ambito di commissioni, comitati, organismi presso amministrazioni pubbliche, sempre che l'impegno richiesto non sia incompatibile con il debito orario e/o con l'assolvimento degli obblighi derivanti dal rapporto di lavoro; d) altri casi speciali oggetto di valutazione nell'ambito di atti interpretativi/di indirizzo generale (ad esempio, circolare n. 6 del 1997 del Dipartimento della funzione pubblica, in materia di attività di amministratore di condominio per la cura dei propri interessi; parere 11 gennaio 2002, n. 123/11 in materia di attività agricola). Sono altresì vietati gli incarichi che, sebbene considerati singolarmente e isolatamente non diano luogo ad una situazione di incompatibilità, considerati complessivamente nell'ambito dell'anno solare, configurano invece un impegno continuativo con le caratteristiche della abitualità e professionalità, tenendo conto della natura degli incarichi e della remunerazione previsti. Per quanto concerne la partecipazione a società cooperative ha fornito indicazioni la Circolare n. 6 del 1997 della Funzione Pubblica con la quale è stato precisato quanto segue "......... L'altra situazione che merita qualche precisazione riguarda le cariche sociali. Nell'ambito delle società cooperative questo caso è previsto dal testo unico n. 3/1957 con riguardo, originariamente, alle sole cooperative tra impiegati pubblici. L'art. 18 della legge n. 59/1992 ha esteso questa ipotesi a tutte le cooperative. Questo significa che la partecipazione a cariche sociali è ora consentita qualunque sia la natura e l'attività della cooperativa. La questione è stata sollevata, in particolare, per la partecipazione a cooperative del settore bancario (casse rurali), in cui è diffusa la partecipazione di dipendenti pubblici non solo come semplici soci. Ciò non esime il dipendente dal richiedere la relativa autorizzazione, che sarà rilasciata secondo gli usuali criteri della quantità dell'impegno e delle modalità di svolgimento. Non va però trascurato l'esame delle specifiche funzioni svolte dal dipendente e delle competenze dell'amministrazione....". In giurisprudenza ( cfr- Corte di Cassazione - Lavoro - Sentenza 11/04/2024 n° 9801) è stato affermato che l'accettazione di cariche sociali in una società cooperativa, nella specie Presidente del Consiglio di amministrazione di una "società cooperativa sociale", non incorre nella incompatibilità assoluta di cui all'art. 60 del d.P.R. n. 3 del 1957, in ragione della deroga prevista dall'art. 61 del medesimo d.P.R. Ciò, tuttavia, non esclude che il lavoratore debba chiedere l'autorizzazione allo svolgimento dell'incarico extraistituzionale al datore di lavoro. Anche il carattere gratuito dell'attività non esclude la necessità della valutazione di compatibilità e dunque dell'autorizzazione, come stabilito dall'art. 53, comma 7 del D.Lgs. n. 165 del 2001, per gli incarichi retribuiti. La mancanza della comunicazione al datore di lavoro, ai fini della valutazione di compatibilità funzionale all'autorizzazione, dell'incarico extraistituzionale consistente nella carica sociale di Presidente del Consiglio di amministrazione di una società cooperativa sociale dà luogo a responsabilità disciplinare. Da ultimo ( cfr. Cassazione civile sez. lav., 17/07/2025, n.19904) è stato ribadito che il combinato disposto degli artt. 60 e 61 del D.P.R. n. 3 del 1957 va interpretato nel senso che l'esclusione della incompatibilità con riguardo alle società cooperative vada riferita all'assunzione della qualità di socio delle stesse e non alla prestazione di lavoro presso le medesime (Cass., Sez. L, n. 18861 del 26 settembre 2016) e analoga conclusione deve ritenersi valida con riferimento all’ art. 508 del D.Lgs. n. 207 del 1994. Nel pubblico impiego contrattualizzato, l'assunzione, da parte di docente, dell'incarico di amministratore unico di una cooperativa a carattere socio-assistenziale senza scopo di lucro, dal quale derivi anche il ruolo di coordinatrice per le attività educative e didattiche di una scuola paritaria gestita dalla medesima cooperativa, necessita della preventiva autorizzazione datoriale ex art. 53 del D.Lgs. n. 165 del 2001 anche in caso di gratuità, trattandosi di un incarico extraistituzionale che non rientra nell'ambito di applicazione del comma 6 del citato art. 53, dovendosi verificare il rispetto dei principi costituzionali di esclusività del rapporto e di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione, al fine di valutarne la compatibilità con il rapporto di lavoro, pure con riferimento alla possibile esistenza di conflitti d'interesse. Pertanto, con riferimento alla compatibilità dello status di pubblico dipendente ( anche a t.d.) con la carica sociale in società cooperativa, il Dipartimento della funzione pubblica (nonchè la giurisprudenza sopra riportata) si è espresso nel senso della compatibilità, in linea generale, tra le due posizioni, alla stregua della disciplina normativa in materia e sempre previa autorizzazione dell'amministrazione di appartenenza. L'autorizzazione va rilasciata secondo gli usuali criteri della quantità dell'impegno, delle modalità di svolgimento e delle mansioni svolte per la PA da parte dell'interessato, in modo da escludere casi di incompatibilità, sia di diritto che di fatto, nell'interesse del buon andamento della pubblica amministrazione o situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi, che pregiudichino l'esercizio imparziale delle funzioni attribuite al dipendente.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Percorsi di apprendistato duale: criteri di calcolo del monte ore formativo e gestione delle attività di FSL..
  • Le attività di formazione scuola lavoro sono parte integrante del curricolo di Istituto, costituendo uno strumento e una metodologia da adottare per il più efficace raggiungimento degli obiettivi educativi e formativi di ciascun percorso. Pur se il quesito di riferisce ad un percorso di IeFp, si ritiene che anche in tali percorsi l’istituzione (scolastica e/o formativa), nell’elaborazione del curriculum, definisce il monte ore complessivo del percorso, comprensivo delle ore dedicate alla FSL. Peraltro, il Decreto legislativo 226/2005, ancora oggi riferimento per la strutturazione dei percorsi di IeFP, prevede all’articolo 17 che venga assicurato, quale livello essenziale dell'orario minimo annuale e dell'articolazione dei percorsi formativi, un orario complessivo obbligatorio dei percorsi formativi di almeno 990 ore annue. Ciò non toglie che nella progettazione del curriculum possa essere previsto un monte ore superiore, come accade nelle classi di cui al quesito Tanto premesso, si ritiene che, per quanto concerne la validità dell’anno e le percentuali di presenza, il computo vada riferito al monte ore adottato come riferimento per quell’anno/corso; conseguentemente, se il monte ore adottato e comunicato dall’Istituzione comprende le ore aggiuntive di FSL, la verifica delle presenze (e delle assenze) va calcolata su tale monte ore complessivo. Per quanto concerne il registro elettronico, è corretto e opportuno configurare nel registro elettronico, per ciascuna annualità del percorso IeFP e dei percorsi quinquennali, il monte ore complessivo effettivamente autorizzato e calendarizzato (990 + eventuale incremento per FSL). In tal modo il registro può calcolare automaticamente le percentuali di presenza/assenza necessarie per le verifiche di validità dell’anno. Resta inteso che l’organizzazione oraria vada puntualmente deliberata dagli OOCC ed inserita integralmente nel PTOF. Tenuto conto degli specifici spazi di autonomia riconosciuti alla Regione Valle D’Aosta, si ritiene altresì opportuno interloquire con la sovrintendenza scolastica regionali per una idonea informazione e per un pià agevole coordinamento; come pure è necessaria una preventiva e formale informazione alle famiglie e agli studenti.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Riduzione dell'unità oraria di lezione a 55 minuti: legittimità dell'orario scolastico e obblighi di recupero dei docenti...
  • La questione va affrontata secondo due diversi piani di analisi 1) La valutazione dei periodi destinati al cosiddetto intervallo Seppur non specificamente normata, la questione va inquadrata all’interno di quanto previsto nel regolamento di Istituto. Se, come affermato in diverse nostre precedenti risposte, tali periodi sono considerati tempo scuola a tutti gli effetti, cioè intesi come un vero e proprio momento formativo, che permette lo sviluppo relazionale, la distensione psicofisica degli alunni, si ritiene possano essere conteggiati all’interno del monte orario delle lezioni. Resta inteso che, adottando questa interpretazione, il personale docente in servizio ha l'obbligo di vigilare sul comportamento degli studenti per garantire la loro sicurezza. Di conseguenza, per il personale docente il tempo della “ricreazione” è considerato a tutti gli effetti attività di insegnamento e servizio ordinario; il regolamento di Istituto indicherà puntualmente le modalità organizzative, gli spazi da poter utilizzare, le modalità per assicurare la vigilanza. 2) Il tempo scuola complessivo Il principio fondamentale su cui si basa l’organizzazione delle attività didattiche è quello di garantire a tutti gli studenti la fruizione integrale del monte ore ordinamentale. Pertanto, anche i dieci minuti che, dal testo del quesito, riducono di fatto le sei ore effettive di lezione vanno recuperati, con modalità stabilite nel PTOF e nel regolamento di Istituto che ne fa parte integrante. Un caso particolare è costituito da situazioni per le quali l’orario di entrata e di uscita è condizionato da cause di forza maggiore, con riferimento specifico alle difficoltà nei trasporti pubblici. In tale situazione, che va però puntualmente verificata in relazione alle effettive necessità del territorio e del bacino di utenza, previa specifica interlocuzione con l’ente locale e con le ditte di trasporti, può essere applicato l’art. 28 del CCNL 2007 (poi confermato nei contratti successivi) che prevede che i docenti non siano obbligati a recuperare, richiamando quanto previsto dalla “vecchia” circolare 243/1979. Anche in questo caso, però, va effettuato un preciso computo del monte orario complessivo annuale da garantire agli studenti, al fine di non scendere al di sotto di quanto previsto dagli ordinamenti vigenti (ad esempio 990 ore complessive per alcuni indirizzi liceali, 1052 in media per i tecnici e i professionali). In ogni caso, quando la riduzione delle unità orarie è collegata a motivazioni di tipo didattico e non condizionata da cause di forza maggiore, qualsiasi riduzione delle unità orarie va integralmente recuperata sia dai docenti che dagli studenti.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Rilascio del diploma alla memoria in caso di decesso di uno studente durante il percorso scolastico...
  • Non esistono disposizioni che autorizzino il rilascio del diploma di Stato (titolo finale rilasciato a seguito dell’Esame di Stato) a uno studente deceduto prima della conclusione della procedura d’esame. Di conseguenza la scuola non può conferire il titolo di maturità in assenza dell’esame. Sulla base dell’autonomia riconosciuta alle istituzioni scolastiche (DPR 275/1999, art. 14, comma 2), è invece possibile predisporre un attestato commemorativo: si tratta di un riconoscimento simbolico, privo di valore di titolo di Stato, volto a onorare l’impegno e il percorso dello studente. Procedura operativa consigliata 1) Avvio della proposta - La proposta motivata può essere avanzata dal Dirigente scolastico, dal consiglio di classe, dal collegio dei docenti, dal consiglio d’istituto o su richiesta dei familiari. È opportuno acquisire il consenso formale della famiglia circa la forma e il contenuto del riconoscimento. 2) Istruttoria del consiglio di classe - Il consiglio di classe redige una relazione che attesti il percorso formativo, le valutazioni riportate, l’impegno e gli eventuali crediti/attività svolte dallo studente; la relazione costituisce l’istruttoria tecnica a supporto della proposta. 3) Parere del collegio dei docenti - Il collegio dei docenti, valutata l’istruttoria del consiglio di classe e le ragioni educative e didattiche, si esprime sulla proposta con motivazione. 4) Delibera del consiglio d’istituto - Sulla base dell’istruttoria e del parere del collegio dei docenti, il consiglio d’istituto delibera formalmente il conferimento del diploma alla memoria. 5) Provvedimento del Dirigente scolastico - Il Dirigente, verificata la regolarità del procedimento collegiale, formalizza l’attestato commemorativo con atto a firma del Dirigente e dispone la consegna ai familiari. 6) Comunicazione all’Ufficio Scolastico Regionale - Per trasparenza e in considerazione della delicatezza del caso, è opportuno informare l’Ufficio Scolastico Regionale dell’azione intrapresa, allegando la delibera e la relazione istruttoria. Note operative e cautele Coinvolgimento della famiglia: concordare con i genitori la forma di consegna (cerimonia pubblica o incontro privato) e il testo del documento. Privacy e trattamento dei dati: nel pubblicare o comunicare informazioni relative al caso attenersi alla normativa sulla protezione dei dati personali; evitare la diffusione di dati sensibili o di terzi senza necessaria base giuridica e consenso. Comunicazione alla comunità scolastica: predisporre comunicazioni sobrie e rispettose, congiuntamente alla famiglia, e limitare la diffusione di informazioni dettagliate a quanto strettamente necessario. Atto simbolico vs. titolo: indicare sempre con chiarezza sul documento e nella delibera che il riconoscimento è simbolico e non sostituisce il diploma di Stato.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Educazione all'affettività e mancato consenso delle famiglie: organizzazione delle attività alternative...
  • Per inquadrare la questione occorre muovere dall’articolo 1 della legge 9 giugno 2026, n. 104, recante «Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico». La norma subordina al consenso informato preventivo, in forma scritta, dei genitori o degli esercenti la responsabilità genitoriale la partecipazione degli alunni della scuola secondaria alle attività extracurricolari e di ampliamento dell’offerta formativa attinenti all’ambito della sessualità. Alla mancata sottoscrizione la disposizione ricollega conseguenze diverse a seconda della natura dell’attività. Per le attività extracurricolari, svolte al di fuori dell’orario delle lezioni, l’alunno si astiene dalla frequenza, senza che in capo all’istituzione scolastica sorga alcun ulteriore obbligo. Per le attività di ampliamento dell’offerta formativa collocate in orario curricolare, la scuola è invece tenuta a garantire attività alternative affidate a docenti interni, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, e a comunicarne la natura alle famiglie contestualmente alla richiesta di consenso. Il quadro è completato dalla nota del Ministero dell’istruzione e del merito prot. n. 4712 del 14 settembre 2026. Nel richiamare l’aggiornamento del Patto educativo di corresponsabilità di cui all’articolo 5-bis del d.P.R. 24 giugno 1998, numero 249, la nota chiede alle istituzioni scolastiche di esplicitare puntualmente le procedure e le modalità di acquisizione del consenso. Va preliminarmente verificato che il progetto rientri nell’ambito applicativo della legge, poiché l’obbligo di consenso, e con esso quello di predisporre attività alternative, sorge soltanto quando l’iniziativa abbia a oggetto temi attinenti alla sessualità. Resta pertanto fuori dal perimetro normativo l’educazione all’affettività in senso proprio che per il primo ciclo trova fondamento nelle "Indicazioni nazionali" adottate con D.M. 9 dicembre 2025, n. 221 e si svolge nell’ambito della programmazione curricolare ordinaria. Lo stesso vale per le attività di educazione al rispetto della persona, alle relazioni corrette e responsabili, all’empatia e al contrasto della violenza e della discriminazione, previste dalle "Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica" adottate con D.M. 7 settembre 2024, n. 183. Ne sono esclusi, infine, i contenuti riconducibili agli obiettivi di apprendimento di Scienze della scuola secondaria di primo grado, quali lo studio degli apparati riproduttivi, dello sviluppo puberale e della prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Qualora il progetto si mantenga su un piano esclusivamente affettivo e relazionale, non sarebbe dunque richiesto alcun consenso ai sensi della legge n.104/2026 e la questione delle attività alternative non si porrebbe. Resterebbe fermo l’ordinario dovere di informazione alle famiglie nell’ambito del Patto educativo di corresponsabilità. Ove invece il progetto ricada nel perimetro dell’articolo 1 e si svolga in orario curricolare, la soluzione deliberata dal Collegio docenti risulta compatibile con il dettato normativo, alle condizioni di seguito indicate. Tale soluzione prevede l’inserimento temporaneo degli alunni privi di consenso in una classe parallela, dove essi seguono le regolari lezioni curricolari. La legge non definisce il contenuto delle attività alternative né prescrive che esse consistano in percorsi appositamente progettati ma si limita a richiederne l’effettiva previsione, l’affidamento a personale docente interno, l’assenza di oneri aggiuntivi e la previa comunicazione alle famiglie. La misura in esame soddisfa tali requisiti perché affida gli alunni ai docenti dell’istituto nell’ambito dell’ordinaria attività di insegnamento e non comporta costi ulteriori. Essa assicura al tempo stesso la continuità del tempo scuola e l’esercizio del diritto all’istruzione garantito dall’articolo 34 della Costituzione. Sul piano delle competenze, la scelta trova fondamento nelle attribuzioni del Collegio docenti in materia di funzionamento didattico ai sensi dell’articolo 7, comma 2, lettera a), del D.lgs. 16 aprile 1994, n. 297. Rientra altresì nella flessibilità organizzativa riconosciuta alle istituzioni scolastiche dall’articolo 4 del d.P.R. 8 marzo 1999, n. 275, che consente l’articolazione modulare di gruppi di alunni provenienti dalla stessa o da diverse classi. La concreta attuazione spetta al dirigente scolastico nell’esercizio dei poteri organizzativi di cui all’articolo 25 del D.lgs. 30 marzo 2001, n. 165. La misura dovrebbe comunque essere organizzata in modo da configurare un’attività dotata di effettiva valenza formativa e non una mera sistemazione logistica degli alunni. La disciplina svolta nella classe ospitante dipende infatti dall’orario di quest’ultima e non dal percorso dell’alunno. Per conferire maggiore solidità alla delibera del Collegio docenti, anche nella prospettiva di eventuali contestazioni, si suggerisce di integrarla prevedendo che il docente della classe di appartenenza, nella cui ora si svolge il progetto, predisponga per gli alunni privi di consenso un’attività individuale coerente con la propria programmazione e con gli obiettivi di apprendimento delle "Indicazioni nazionali" che gli alunni svolgerebbero nella classe parallela sotto la vigilanza del docente ospitante. In questo modo l’attività alternativa acquisterebbe un contenuto formativo definito, riconducibile al curricolo dell’alunno e documentabile, e la soluzione organizzativa si salderebbe con la programmazione didattica. Il docente della classe ospitante deve essere formalmente incaricato dell’accoglienza e la presenza dell’alunno deve risultare dal registro elettronico. Ciò è necessario anche ai fini della corretta imputazione dell’obbligo di vigilanza, presidiato dall’articolo 2048 del Codice civile, che assume particolare intensità in relazione all’età degli alunni. L’incremento temporaneo del numero di presenti in aula deve inoltre risultare compatibile con i limiti di affollamento stabiliti dal D.M. 26 agosto 1992 in materia di prevenzione incendi nell’edilizia scolastica. Quanto alla comunicazione alle famiglie, l’indicazione dell’attività alternativa va inserita nella richiesta di consenso insieme alla descrizione del progetto e alla messa a disposizione del materiale didattico, nel rispetto del termine di sette giorni antecedenti lo svolgimento dell’attività fissato dalla legge.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Compensi al DS per direzione, coordinamento e progettazione dei corsi di formazione per docenti neoassunti: applicazione del principio di omnicomprensività...
  • In premessa, si osserva che l’incarico di direzione e di coordinamento che il dirigente scolastico può assumere riguarda specifiche attività di formazione rivolte al personale della scuola, ad esempio quelle previste nell’ambito del Piano nazionale per la formazione dei docenti, che presuppongono risorse gestite dalle cosiddette scuole polo per la formazione, oppure iniziative per le quali una fonte normativa preveda espressamente la remunerazione di tale tipologia di incarico. La formazione dei docenti neoassunti appartiene alla prima categoria. Occorre quindi stabilire se il relativo compenso sia compatibile con il principio di onnicomprensività e secondo quale regime debba essere trattato, distinguendo le funzioni che il dirigente esercita in quanto titolare dell’ufficio dagli incarichi aggiuntivi in senso proprio. Soltanto per questi ultimi l’ordinamento ammette, a condizioni rigorosamente definite, una remunerazione ulteriore rispetto al trattamento economico fondamentale e accessorio. L’articolo 24, comma 3, del D.lgs. 30 marzo 2001, n. 165 stabilisce che il trattamento economico dei dirigenti remunera tutte le funzioni e i compiti loro attribuiti, nonché qualsiasi incarico conferito in ragione dell’ufficio o comunque conferito dall’amministrazione presso cui prestano servizio o su designazione della stessa. I compensi dovuti da terzi sono quindi corrisposti all’amministrazione e confluiscono nelle risorse destinate al trattamento accessorio della dirigenza. Il Consiglio di Stato, Commissione speciale per il pubblico impiego, con parere n. 173 del 4 maggio 2005, ha chiarito che il principio si applica agli incarichi strettamente connessi alla funzione esercitata, a quelli assegnati su designazione dell’amministrazione e, più in generale, a tutti gli incarichi da questa conferiti che presuppongano l’accettazione facoltativa dell’interessato. La disposizione va letta insieme agli articoli 2, comma 3, e 45, comma 1, del medesimo decreto, in base ai quali l’attribuzione di trattamenti economici ai dipendenti pubblici può avvenire esclusivamente mediante i contratti collettivi, sicché nessuna erogazione è ammessa in assenza di un titolo legale o contrattuale. Per i dirigenti scolastici il principio è declinato dall’articolo 19 del CCNL dell’Area V sottoscritto l’11 aprile 2006, come modificato dall’articolo 10 del CCNL del 15 luglio 2010, in raccordo con l’articolo 53 del D.lgs. n. 165/2001. Secondo la ricostruzione accolta dalle circolari degli Uffici scolastici regionali (tra le più recenti, la nota dell’USR Lazio prot. n. 18795 del 26 febbraio 2025 e quella dell’USR Friuli-Venezia Giulia prot. n. 7432 del 7 maggio 2025), ne risultano quattro tipologie di incarichi aggiuntivi: Incarichi obbligatori (comma 1): sono quelli tassativamente elencati, come la presidenza delle commissioni d’esame, la reggenza e la presidenza di commissioni di concorso, cui si aggiungono quelli resi obbligatori dalla normativa vigente. I relativi compensi spettano per intero, in espressa deroga all’articolo 24, comma 3; Attività ex articolo 53, comma 6 (comma 2): comprendono, tra le altre, la formazione diretta ai dipendenti della pubblica amministrazione e la docenza (lettera f-bis). Sono svincolate dall’autorizzazione, salvo la comunicazione preventiva, e i relativi compensi sono percepiti integralmente; Incarichi con finanziamenti esterni (comma 3): riguardano iniziative e programmi specifici realizzati con finanziamenti esterni all’amministrazione, come quelli provenienti dagli enti locali, sulla base di deliberazioni degli organi scolastici competenti. Il compenso è corrisposto al dirigente nella misura dell’80%, mentre il restante 20% confluisce oggi nel Fondo unico nazionale; Altri incarichi autorizzati (comma 4): si tratta degli incarichi diversi dai precedenti, conferiti in ragione dell’ufficio dalla stessa amministrazione di appartenenza, da altre amministrazioni o da soggetti pubblici o privati, direttamente o su designazione dell’amministrazione, come espressamente precisano entrambe le circolari richiamate. Previa autorizzazione, al dirigente spetta il 30%, mentre il 70% confluisce nel medesimo Fondo in attuazione del principio di onnicomprensività. Quanto alla formazione dei docenti neoassunti, l’articolo 7 del D.M. 16 agosto 2022, n. 226 affida all’amministrazione scolastica territoriale l’organizzazione degli incontri propedeutici e conclusivi del percorso; l’articolo 15, comma 1 attribuisce alla Direzione generale l’assegnazione delle risorse sulla base di standard di costo mentre il comma 4 prevede che gli Uffici scolastici regionali progettino e gestiscano le iniziative formative a livello territoriale avvalendosi dell’attività di scuole polo appositamente individuate, nel quadro delle reti tra istituzioni scolastiche di cui all’articolo 1, commi 70, 71 e 72, della legge 13 luglio 2015, n. 107. L’individuazione avviene annualmente secondo modalità definite da ciascun Ufficio scolastico regionale: a seguito di avvisi pubblici di manifestazione di interesse e di valutazione comparativa delle candidature, su indicazione delle reti di ambito oppure previa disponibilità dei dirigenti alla conferma del ruolo. Per l’anno scolastico in corso il quadro di riferimento è definito dalla nota della Direzione generale per gli ordinamenti scolastici, la formazione del personale scolastico e la valutazione del sistema nazionale di istruzione del 21 settembre 2026, prot. n. 165234. In attesa delle indicazioni specifiche per i neoassunti dell’a.s. 2026/2027, la nota della medesima Direzione generale prot. n. 95371/2025 ha precisato, per l’anno precedente, che gli incontri conclusivi sono organizzati dagli USR e dalle scuole polo con risorse dei pertinenti capitoli del bilancio statale, rendicontate sulla piattaforma PIMER del SIDI, e che la rendicontazione resta in capo alla scuola polo. All’interno dell’attività della scuola polo vanno tenuti distinti due piani. Il primo è la gestione amministrativa, organizzativa e contabile delle risorse: la pubblicazione degli avvisi, la selezione comparativa dei formatori, gli atti negoziali e la rendicontazione. Tale gestione rientra nelle funzioni che l’articolo 25 del D.lgs. n. 165/2001 attribuisce al dirigente scolastico, responsabile della gestione delle risorse finanziarie e dei risultati del servizio, ed è integralmente remunerata dal trattamento economico, senza che possa dar luogo ad alcun compenso aggiuntivo. Il secondo è la direzione del corso, che consiste nella conduzione del percorso formativo destinato ai docenti dell’intero ambito e si conclude con la relazione finale del direttore, che attesta il regolare svolgimento delle attività e il raggiungimento degli obiettivi. Il D.M. n. 226/2022 prevede espressamente il compenso del docente tutor (articolo 12, comma 5), ma nulla dispone per la direzione dei corsi. La misura del relativo compenso va quindi ricavata dal D.I. 12 ottobre 1995, n. 326, che disciplina i compensi per le attività di direzione e di docenza nelle iniziative di formazione del personale della scuola. Il decreto distingue la direzione, l’organizzazione e il controllo, remunerati fino a 41,32 euro lordi per giornata di attività, dal coordinamento scientifico, dalla progettazione, dal monitoraggio e dalla valutazione, remunerati fino a 41,32 euro lordi per ora. Un eventuale compenso per queste ulteriori attività presuppone che esse siano effettivamente distinte dalla direzione, svolte e documentate e non può tradursi in una duplicazione della remunerazione della medesima prestazione. Venendo all’inquadramento, la direzione del corso non rientra nel comma 1 dell’articolo 19 poiché nessuna norma la configura come incarico obbligatorio. Non può essere ricondotta neppure all’articolo 53, comma 6, lettera f-bis), sebbene la citata nota dell’USR Lazio vi includa espressamente, accanto alla formazione diretta ai dipendenti pubblici, la direzione di corsi, le docenze e il tutoraggio d’aula. L’articolo 53 disciplina infatti gli incarichi extraistituzionali, cioè estranei ai compiti e ai doveri d’ufficio. L’esonero dall’autorizzazione e la percezione integrale del compenso si giustificano dunque quando il dirigente dirige corsi organizzati da altre amministrazioni o da altri soggetti. Non si giustificano quando dirige un’iniziativa della propria istituzione, finanziata con risorse affidate alla sua gestione e strettamente connessa alla funzione esercitata. Non ricorre, infine, l’ipotesi del comma 3 che le circolari regionali riferiscono a finanziamenti provenienti da soggetti esterni all’amministrazione, come gli enti locali. Nel caso in esame le risorse provengono invece dal bilancio del Ministero, cioè dall’amministrazione di cui il dirigente è dipendente e di cui le istituzioni scolastiche sono articolazione. L’incarico presenta invece tutti i tratti del comma 4. Si tratta di un’attività ulteriore rispetto ai compiti ordinari, perché la scuola polo opera a servizio dell’intero ambito e non del solo personale dell’istituzione. È assunta in ragione dell’ufficio, a seguito dell’individuazione da parte dell’Ufficio scolastico regionale e previa candidatura o disponibilità della scuola, cioè con quell’accettazione facoltativa che, secondo il richiamato parere del Consiglio di Stato, non sottrae l’incarico al principio di onnicomprensività. È finanziata, infine, dalla stessa amministrazione di appartenenza. La quota del 70% destinata al Fondo unico nazionale costituisce proprio lo strumento con cui la contrattazione collettiva attua, per questa tipologia di incarichi, il principio sancito dall’articolo 24, comma 3. La conclusione sarebbe diversa ove l’attività formativa fosse organizzata dall’istituzione scolastica per il proprio personale con risorse ordinarie di bilancio. In tal caso la direzione dell’iniziativa rientrerebbe tra le funzioni proprie dell’ufficio e non costituirebbe un incarico aggiuntivo, sicché nessun compenso potrebbe essere riconosciuto al dirigente. Si ritiene pertanto che il compenso per la direzione del corso destinato ai docenti neoassunti possa essere riconosciuto al dirigente della scuola polo nel regime dell’articolo 19, comma 4, del CCNL, alle seguenti condizioni: l’incarico deve essere autorizzato prima dell’avvio delle attività, ai sensi dell’articolo 53, comma 7, del D.lgs. n. 165/2001, poiché l’autorizzazione rilasciata a posteriori non può sanare l’incarico già svolto (Cass. civ., ord. n. 30865/2022); il compenso va contenuto entro i limiti del D.I. 326/1995 e commisurato alle giornate di attività effettivamente svolte e documentate nella relazione finale; il 30% è corrisposto direttamente al dirigente, mentre il restante 70% deve essere versato dall’istituzione scolastica in conto entrata del bilancio dello Stato, Capo XIII, capitolo 3408, articolo 3, secondo le indicazioni della nota MIM prot. n. 2073 del 21 gennaio 2025, per incrementare il Fondo unico nazionale per la retribuzione di posizione e di risultato, con le modalità di causale e di comunicazione dei compensi indicate dalle circolari regionali richiamate; l’IRAP, calcolata sul compenso complessivo, resta a carico dell’istituzione erogatrice. È opportuno che il provvedimento di autorizzazione indichi espressamente l’inquadramento dell’incarico, le attività ammesse a compenso, la misura massima del compenso, le percentuali di ripartizione e le modalità di versamento della quota destinata al Fondo, come prevede lo stesso comma 4. In questo modo gli adempimenti dell’istituzione erogatrice risultano orientati in modo univoco, ivi compresa la comunicazione dell’incarico all’anagrafe delle prestazioni ai sensi dell’articolo 53, comma 12, del D.lgs. n. 165/2001. Una liquidazione disposta in assenza di autorizzazione, o in misura eccedente la quota spettante, sarebbe priva di titolo ed esporrebbe a responsabilità erariale sia il percettore sia chi ha disposto il pagamento, ai sensi dell’articolo 53, commi 7 e 7-bis.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • È possibile esonerare un docente dagli impegni di servizio per partecipare a un corso di aggiornamento?
  • Per fornire riscontro alla questione sollevata nel quesito occorre partire dalla disciplina degli obblighi di lavoro del personale docente contenuta nel CCNL del comparto “Istruzione e ricerca” 2019/21, sottoscritto il 18 gennaio 2024. L’articolo 43, comma 4, articola tali obblighi in attività di insegnamento e attività funzionali all’insegnamento, queste ultime programmate e cristallizzate nel Piano annuale delle attività. Il comma 5 dello stesso articolo, nel fissare in ventidue ore l’orario settimanale di insegnamento nella scuola primaria, vi aggiunge due ore da dedicare esclusivamente alla programmazione didattica, da svolgersi in incontri collegiali dei docenti interessati e in tempi non coincidenti con l’orario delle lezioni. Gli impegni collegiali del Piano annuale rientrano invece tra le attività funzionali di cui all’articolo 44, comma 3, lettere a) e b), nel limite di quaranta più quaranta ore annue, che hanno carattere obbligatorio e non danno luogo a retribuzione accessoria. Le ore di programmazione e le attività del Piano annuale costituiscono dunque, a pieno titolo, obblighi di servizio. Il contratto non attribuisce al dirigente scolastico alcun potere di dispensarne il singolo docente per una frazione dell’orario dovuto o in relazione a specifici impegni, come una seduta del Collegio, un consiglio di classe o un incontro di programmazione. Un esonero di questo tipo si tradurrebbe in una deroga individuale a obblighi contrattuali e a deliberazioni collegiali che vincolano tutti i docenti, con evidenti profili di disparità di trattamento. Quando la formazione coincide con l’orario di lavoro, lo strumento previsto dal contratto è l’esonero dal servizio disciplinato dall’articolo 36, comma 8, che riconosce al personale docente il diritto a cinque giorni nel corso dell’anno scolastico per la partecipazione a iniziative di formazione, con sostituzione secondo la normativa vigente nei diversi gradi scolastici. La formulazione in termini di diritto soggettivo riduce la valutazione del dirigente alla verifica dei presupposti, ossia la natura formativa dell’iniziativa e la successiva attestazione della frequenza. Poiché l’esonero è riferito al servizio e si computa a giornate, una volta concesso copre l’intera giornata lavorativa. Il docente è quindi legittimamente assente da tutte le attività calendarizzate per quel giorno, siano esse lezioni, ore di programmazione o impegni collegiali, mentre la scuola provvede alla sostituzione nelle ore di lezione. Ne consegue che, anche quando il corso coincidesse soltanto con le due ore di programmazione o con una seduta pomeridiana, la frequenza in orario di servizio richiederebbe la fruizione di una delle cinque giornate che si intende utilizzata per intero. Diversa è l’ipotesi della formazione programmata in sede collegiale che l’articolo 44, comma 4, colloca nelle ore delle attività funzionali non altrimenti utilizzate, destinandole alle iniziative deliberate annualmente dal Collegio nel PTOF, in coerenza con il carattere obbligatorio, permanente e strutturale della formazione in servizio sancito dall’articolo 1, comma 124, della legge n. 107/2015. In questo caso non si configura alcun esonero individuale, ma una diversa destinazione del monte ore, stabilita per tutti i docenti. Un’ulteriore ipotesi ricorre quando l’attività formativa non risponde a un interesse professionale del singolo, ma a un’esigenza dell’istituzione scolastica che il dirigente individua in relazione all’incarico affidato al docente. A titolo di esempio, è il caso della formazione destinata al referente per l’inclusione o al referente per la prevenzione e il contrasto del bullismo e del cyberbullismo, che ogni istituzione scolastica è tenuta a individuare ai sensi dell’articolo 4, comma 3, della legge n. 71/2017, come modificata dalla legge n. 70/2024, o ad altre figure cui siano attribuiti compiti specifici nell’organizzazione della scuola. In tali circostanze la partecipazione è disposta dal dirigente nell’esercizio dei poteri di direzione e di organizzazione delle risorse umane che gli attribuisce l’articolo 25 del D.lgs. n. 165/2001 e l’attività formativa costituisce essa stessa prestazione di servizio. Il docente non fruisce perciò di un esonero né utilizza alcuna delle cinque giornate, ma assolve i propri obblighi in una forma diversa e la sua assenza dall’incontro di programmazione o dall’impegno collegiale coincidente trova giustificazione nel provvedimento con cui il dirigente lo ha individuato. È opportuno che tale provvedimento sia adottato per iscritto e indichi l’iniziativa, la durata e il collegamento con l’incarico ricoperto, così da rendere trasparente la scelta e prevenire contestazioni sotto il profilo della parità di trattamento. Anche nella fruizione delle cinque giornate di esonero sono opportune alcune cautele. Lo scrutinio, previsto dall’articolo 44, comma 3, lettera c), richiede che il consiglio di classe operi come collegio perfetto, sicché l’assenza del docente impone la nomina di un sostituto e rende preferibile evitare che la giornata di formazione coincida con le operazioni di valutazione. Va inoltre ricordato che, ai sensi dell’articolo 36, comma 14, i criteri per la fruizione dei permessi per l’aggiornamento sono oggetto di confronto a livello di istituzione scolastica ai sensi dell’articolo 11, comma 9, lettera b3), del CCNL del comparto “Istruzione e ricerca” 2022/24, e che il dirigente è tenuto ad applicare quelli eventualmente definiti, ad esempio in ordine ai termini di presentazione delle domande o alla gestione di richieste concorrenti. Alla luce di tale quadro si ritiene che non sia legittimo esonerare il docente a ore dalle due ore di programmazione settimanale o dagli impegni del Piano annuale delle attività per consentirgli di frequentare un corso di aggiornamento di sua scelta. Il docente potrà invece chiedere uno dei cinque giorni di esonero dal servizio, che lo solleva da tutti gli obblighi della giornata, comprovando successivamente la partecipazione con idonea documentazione. Resta salva l’ipotesi in cui sia il dirigente a disporre la partecipazione del docente a un’attività formativa ritenuta necessaria in ragione dell’incarico ricoperto.

    Data di pubblicazione: 02/11/2026

  • Alunni con disabilità e comportamenti aggressivi: obblighi di vigilanza, responsabilità del personale scolastico e gestione delle situazioni di emergenza...
  • In riferimento ai quesiti formulati in ordine alla gestione di alunni con disabilità, seguiti da docente per il sostegno e da figure di assistenza specialistica, che presentano comportamenti aggressivi, autolesivi o comunque tali da compromettere la sicurezza e il regolare svolgimento delle attività didattiche, si rappresenta quanto segue. L'assistenza per l'autonomia e la comunicazione prevista dall'art. 13, comma 3, della Legge n. 104/1992 costituisce un servizio distinto dall'attività di insegnamento e rientra nelle competenze degli Enti Locali. Analoga considerazione vale per gli operatori socio-sanitari eventualmente assegnati all'alunno in relazione ai bisogni assistenziali individuati dal progetto educativo e dagli atti di competenza sanitaria. La responsabilità generale relativa alla vigilanza sugli alunni permane in capo all'istituzione scolastica, che la esercita attraverso il dirigente scolastico, i docenti e il personale incaricato dei compiti di sorveglianza, secondo quanto previsto dagli artt. 2047 e 2048 del Codice Civile e dall'art. 61 della Legge n. 312/1980. Tuttavia, occorre preliminarmente distinguere tra l'Operatore Socio-Sanitario (OSS) e l'assistente all'autonomia e alla comunicazione (educatore), trattandosi di figure professionali con compiti e responsabilità differenti. L'assistente all'autonomia e alla comunicazione, previsto dall'art. 13, comma 3, della Legge n. 104/1992 e richiamato dal D.Lgs. n. 66/2017, svolge funzioni educative finalizzate a promuovere l'autonomia personale, la comunicazione, la partecipazione e l'inclusione scolastica dell'alunno con disabilità. Tale figura concorre all'attuazione del PEI e può essere coinvolta nella realizzazione di specifiche attività individualizzate previste dal progetto educativo. Diversamente, l'OSS svolge prevalentemente compiti di assistenza materiale e di cura della persona, connessi ai bisogni primari, all'igiene, alla mobilità e al supporto assistenziale dell'alunno. Non si tratta di una figura educativa né didattica. Pertanto, mentre l'assistente all'autonomia e alla comunicazione può, ove previsto dal PEI e condiviso dal GLO, accompagnare e seguire l'alunno anche al di fuori dell'aula per attività educative individualizzate, maggiori perplessità si pongono con riferimento all'OSS. In assenza di specifiche previsioni contenute nel PEI, nel progetto individuale o negli atti convenzionali che regolano il servizio, non appare coerente con il profilo professionale dell'OSS affidargli in via esclusiva la gestione educativa e comportamentale di alunni caratterizzati da gravi problematiche comportamentali, condotte aggressive o elevato rischio per la propria o altrui incolumità. Resta fermo che, nell'ambito delle attività loro affidate, sia l'OSS sia l'assistente educativo sono tenuti a esercitare i doveri di diligenza e vigilanza connessi alle rispettive mansioni, mentre la responsabilità organizzativa generale della vigilanza sugli alunni permane in capo all'istituzione scolastica ai sensi degli artt. 2047 e 2048 del Codice Civile e dell'art. 61 della Legge n. 312/1980. Qualora il PEI preveda specifiche attività individualizzate finalizzate allo sviluppo dell'autonomia personale, alla regolazione comportamentale o alla gestione di situazioni di crisi, l'educatore può accompagnare l'alunno in ambienti diversi dall'aula anche in assenza del docente di sostegno o del docente curricolare. Tale modalità operativa deve tuttavia risultare: • formalmente prevista nel PEI; • condivisa dal GLO; • adeguatamente descritta nelle sue finalità educative; • disciplinata organizzativamente dal dirigente scolastico. In tali circostanze l'educatore esercita direttamente il dovere di vigilanza durante l'attività affidatagli, fermo restando che la responsabilità organizzativa generale continua a gravare sull'istituzione scolastica. L'utilizzo dei docenti dell'organico dell'autonomia per supportare situazioni caratterizzate da particolare complessità educativa e comportamentale risulta pienamente legittimo. Ai sensi dell'art. 25 del D.Lgs. n. 165/2001 e dei commi 5, 63, 64 e 85 della Legge n. 107/2015, il dirigente scolastico dispone delle risorse professionali assegnate alla scuola e può organizzare il servizio in modo funzionale alla realizzazione del diritto allo studio e all'inclusione. Ne consegue che un docente dell'organico dell'autonomia può essere assegnato: • ad interventi di supporto nelle classi particolarmente complesse; • ad attività individualizzate; • ad azioni di accompagnamento educativo; • a percorsi di de-escalation previsti dal PEI. Parimenti, il docente può accompagnare temporaneamente l'alunno fuori dall'aula qualora ciò sia necessario per la gestione della situazione educativa o comportamentale. Tali interventi devono tuttavia essere coerenti con il PEI e non devono trasformarsi in forme sistematiche di esclusione dalla vita della classe, in contrasto con i principi di inclusione scolastica sanciti dal D.Lgs. n. 66/2017. In presenza di episodi di aggressività, violenza fisica o comportamenti che mettano a rischio l'incolumità delle persone, la scuola ha il dovere di informare tempestivamente la famiglia dell'alunno interessato. La comunicazione alla famiglia costituisce una misura doverosa sia sotto il profilo educativo sia sotto il profilo della collaborazione istituzionale prevista dalla normativa sull'inclusione. La convocazione urgente dei genitori può essere giustificata esclusivamente dalla necessità di affrontare situazioni straordinarie, eccezionali e non altrimenti gestibili con gli strumenti educativi e organizzativi disponibili. L'attivazione del servizio di emergenza sanitaria costituisce una misura legittima e, ove necessario, doverosa quando la situazione presenti un concreto rischio per la salute o l'incolumità dell'alunno, del personale scolastico o di altri studenti. Non esiste tuttavia alcun automatismo che imponga la chiamata del 112 per ogni episodio di aggressione. La valutazione deve essere effettuata caso per caso, tenendo conto: • dell'intensità dell'evento; • delle conseguenze fisiche prodotte; • dell'eventuale necessità di accertamenti sanitari urgenti; • della persistenza di una situazione di pericolo attuale. In presenza di lesioni, traumi, morsicature, colpi al volto o altre situazioni che possano comportare conseguenze sanitarie significative, appare opportuno richiedere l'intervento dei sanitari o invitare l'interessato a sottoporsi ad accertamento medico. Ogni episodio rilevante dovrà essere puntualmente documentato mediante relazione di servizio, protocollata e conservata agli atti dell'istituzione scolastica. In presenza di comportamenti problematici particolarmente gravi, frequenti o in progressivo aggravamento, è opportuno che il dirigente scolastico attivi formalmente i servizi territoriali competenti. L'invio di una PEC all'ASL territorialmente competente non deve avere carattere meramente informativo, ma deve essere finalizzato a richiedere: • una rivalutazione clinica dell'alunno; • l'aggiornamento del quadro funzionale; • la convocazione urgente del GLO; • una verifica dell'efficacia delle misure previste dal PEI; • l'individuazione di ulteriori interventi specialistici di natura sanitaria, educativa o riabilitativa. Contestualmente appare opportuno coinvolgere anche l'Ente Locale competente per l'assistenza specialistica, affinché siano verificate l'adeguatezza e la sufficienza delle risorse educative assegnate. Qualora ne ricorrano i presupposti, potrà altresì essere richiesto l'aggiornamento del Progetto Individuale di cui all'art. 14 della Legge n. 328/2000. Infine, nei casi caratterizzati da episodi reiterati di aggressione, lesioni o minacce nei confronti del personale e degli studenti, il dirigente scolastico è tenuto a valutare anche i profili connessi alla sicurezza nei luoghi di lavoro. A tal fine appare opportuno acquisire una specifica valutazione da parte del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP), ai sensi del D.Lgs. n. 81/2008, al fine di verificare l'eventuale necessità di aggiornare il Documento di Valutazione dei Rischi e di individuare adeguate misure organizzative e preventive. Qualora emergano profili di rischio per la salute dei lavoratori, può risultare altresì opportuno il coinvolgimento del medico competente nell'ambito delle proprie attribuzioni. Alla luce del quadro normativo richiamato, si ritiene che: • l'assistente all'autonomia e alla comunicazione possa seguire l'alunno anche fuori dall'aula quando ciò sia previsto dal PEI e deliberato dal GLO; • l'OSS, in ragione del proprio profilo professionale prevalentemente assistenziale, non debba ordinariamente essere individuato quale unica figura incaricata della gestione educativa e comportamentale di alunni con gravi condotte aggressive o oppositive; • il dirigente scolastico possa utilizzare i docenti dell'organico dell'autonomia per rafforzare gli interventi di inclusione e di gestione delle situazioni particolarmente complesse; • i comportamenti aggressivi debbano essere puntualmente documentati e condivisi con famiglia, ASL ed Enti competenti; • il GLO debba essere tempestivamente riconvocato qualora il livello di supporto previsto nel PEI risulti non più adeguato rispetto ai bisogni dell'alunno e alle esigenze di tutela della comunità scolastica. Tale impostazione appare conforme ai principi di inclusione scolastica, tutela dell'incolumità delle persone e corretta gestione delle responsabilità amministrative e organizzative dell'istituzione scolastica.

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