Italiascuola.it
  02-01-2003
 
  La fortuna variabile dei buoni scuola - 3
  di Susanne Portmann
 
  Foto notiziaProseguiamo il nostro approfondimento sui voucher scolastici parlando dell’esperienza cilena.

Una delle caratteristiche che colpisce l’osservatore esterno del dibattito “buoni scuola sì, buoni scuola no”, negli USA come in Italia, è la sua forte tinta ideologica: la destra li vuole a tutti costi e la sinistra no. La ragione di quest’orientamento netto risiede, anzitutto, nella teoria che ne sottende l’applicazione (offrire un contributo ai genitori affinché questi possano spenderli nella scuole che scelgono per i loro figli) e che viene attribuita all’economista neoliberista Milton Friedman ed alla sua pubblicazione “Capitalismo e Libertà” del 1962. A più di trent’anni di distanza, l’idea ha rivissuto uno splendore sorprendente a seguito della pubblicazione di un suo articolo intitolato “Scuole pubbliche, privatizzatele”, pubblicato sul Washington Post, il 19 febbraio 1995. Splendore nuovo, forse perché, alcune cose un po’ imbarazzanti circa i voucher nel tempo sono stati dimenticate, come ad esempio il fatto che uno dei primi Paesi ad ispirarsi alle teorie di Friedman fu il Cile, che li introdusse sotto Pinochet nel 1980.
L’introduzione dei buoni scuola per tutti i bambini non era tanto dovuta all’intento di Pinochet di migliorare la scuola cilena, quanto piuttosto all’intenzione di stroncare il sindacato degli insegnanti e così abolire l’autonomia dei salari che gestiva. Tutte le scuole vennero liberate dai vincoli stretti che prima regolavano il sistema, come curricula e standard di qualità. E una volta statalmente “legittimate” le scuole private, dal 1983 anche le scuole pubbliche hanno ottenuto facoltà di assunzione e di licenziamento degli insegnanti in base a contratti autonomi.
Sotto vari aspetti l’esperienza cilena è molto significativa, anche se viene raramente citata sia dai fautori sia dagli avversari dei bonus scolastici. La spesa pubblica cilena per l’istruzione, dopo un’impennata dovuta al pagamento delle liquidazioni agli insegnanti, calò sostanzialmente: nel 1985, il contributo statale alla spesa si aggirava intorno all’80%, il 5,3 % del PIL; nel 1990 la partecipazione statale era scesa al 68%, pari al 3,7 del PIL.
E questo rappresenta probabilmente l’unico dato positivo dell’esperimento, visto che la spesa privata per la scuola, per quanto incrementata, non bastò affatto a coprire la differenza. Colpite dalla riduzione del contributo dello Stato furono soprattutto le scuole superiori e le università. Il dato più eloquenti però risiede nel fatto che in Cile, non si verificò proprio quello che la teoria di Friedman ipotizzava, e cioè che ai bambini più poveri venisse dato accesso alle scuole private e quindi ad una istruzione migliore. A cambiare scuola (dal pubblico al privato) furono soprattutto i figli del ceto medio alto, visto che le scuole private hanno facoltà di selezionare gli iscritti e che il costo di queste è quasi sempre superiore al voucher offerto dallo stato. Nel 1990, a frequentare le scuole pubbliche furono il 74% dei figli delle famiglie con reddito basso, il 51% di quelle con reddito medio e solo il 25% delle famiglie con reddito alto. Di queste ultime, inoltre, solo il 32% faceva uso del voucher, mentre il 43% mandò i figli direttamente a scuole d’elite che non accettano i buoni dello stato, sostenendosi unicamente con le quote private.
Per quanto riguarda il rendimento scolastico, due valutazione nazionali condotte sulle scuole pubbliche e private sostenute attraverso i voucher, la prima nel 1982 e l’altra nel 1988, dimostrarono un netto peggioramento delle capacità di lettura nei bambini di dieci anni. Secondo la Banca Mondiale il fenomeno era accentuato nelle scuole pubbliche. Un dato interessante emerso da queste valutazioni: tra alunni del ceto medio, quelli che frequentarono le scuole private ottennero risultati migliori, mentre tra alunni del ceto basso, quelli che frequentarono le scuole pubbliche riuscirono a distinguersi rispetto ai loro compagni delle private.